Anno 2007

Cerca in PdD


La battaglia della moschea Rossa di Islamabad

Eugenio Roscini Vitali, 7 luglio 2007

Nonostante l’appello lanciato dal leader religioso Abdul Aziz, i giovani militanti asserragliati all’interno della moschea Rossa di Islamabad non hanno intenzione di arrendersi e sono pronti a sacrificare la vita per la liberazione della loro guida spirituale. Abdul Aziz, catturato il 4 luglio mentre cercava di fuggire travestito da donna, è consapevole che l’assedio a cui è sottoposta la moschea rende vano ogni tentativo di resistenza e sa che l’esercito avrà presto la meglio sugli studenti. La notizia, diffusa dall’agenzia di stampa Reuters, precisa che lo scontro tra le forze dell’ordine e gli 850 seguaci di Aziz, di cui 600 tra donne e ragazze, ha già causato circa 20 vittime e più di 100 feriti; i militari e la polizia farebbe uso di esplosivi e lacrimogeni mentre i militanti risponderebbero con lancio di granate. Fonti giornalistiche internazionali riferiscono che 600 studenti si sono arresi ma ci sarebbe chi è ancora pronto a morire, incluso alcune ragazze di 12 anni che si sarebbero offerte di proteggere i rivoltosi con il loro corpo. Oltre alle forze dell’ordine, intorno alla moschea opererebbero 40 uomini dei reparti speciali e un centinaio di paracadutisti dell’esercito mentre all’interno del luogo di culto ci sarebbero solo 14 uomini armati, terroristi infiltrati secondo le autorità pakistane.

La moschea di Lal Masjid, comunemente conosciuta come moschea Rossa, ospita circa 10 mila ragazzi, 6 mila dei quali maschi e 4 mila femmine, tutti di età compresa tra i 10 e i 20 anni. La scuola religiosa per ragazze, la madrassa Jamia Hafsa, è adiacente al centro di culto; quella per ragazzi è distante qualche isolato. Gli studenti, in gran parte provenienti dalle zone tribali di frontiera con l’Afghanistan, seguono i corsi di insegnamento religioso, studiano il Sacro Corano ed aspirano al Hafiz-e-Quran, diploma rilasciato a chi sa l’intero Testo a memoria; trasmettere l’educazione islamica alle giovani generazioni è fondamentale per i figli del fondatore della scuola, Aziz e Gazi, che qualche mese fa hanno lanciato una campagna di moralizzazione e hanno chiesto l’introduzione più restrittiva della legge coranica.

A Lal Masjid i ragazzi si coprono il capo con il caratteristico lo zuccotto bianco, il kufi, mentre le ragazze indossano il niqab, il velo che copre interamente il viso. Dalla settimana scorsa le cose però sono cambiate: dalle strade adiacenti si scorgono le barricate e i sacchetti di sabbia accatastati di fronte alle entrate sorvegliate dai kalashnikov, giovani con il volto coperto e donne in burqa pronte a immolarsi per la Jihad. La moschea Rossa è diventata il fronte estremo dove gli studenti filo-talebani combattono una battaglia di moralizzazione voluta dal loro leader Aziz, iniziata con le manifestazioni di protesta contro la nuova Legge sulla protezione della donna, ritenuta dannosa per loro stesse e un insulto per l’Islam. La prima violenta reazione ha colpito il bordello della signora Shamim, a pochi passi dal dormitorio della Jamia Hafsa, assalito da decine di studentesse avvolte dai burqa neri e armate di bastoni, conclusosi con il sequestro di sei massaggiatrici cinesi che sono poi state rilasciate solo dopo che le autorità hanno assicurato la chiusura del locale.

La scorsa settimana, il presidente Musharraf aveva dichiarato che, secondo i servizi segreti pakistani, all’interno della moschea si nasconderebbero elementi del Jaish i Mohammed, l’esercito di Maometto, un gruppo terrorista che si presume sia legato ad al-Qaeda e i cui aspiranti kamikaze sarebbero pronti ad entrare in azione. Che il terrorismo internazionale abbia legami con gli integralisti pakistani è cosa ormai risaputa e che le madrasse siano un centro di reclutamento è più che un sospetto. Del Pakistan si sa anche che la poltrona del generale Musharraf inizia a vacillare e che gli Stati Uniti non sono disposti a rischiare per sostenerlo. Il governo è ormai accerchiata dalle manifestazioni di piazza dell’opposizione e dalla pericolosa instabilità che si sta creando sul confine afghano, dal Kashmir al Baluchistan passando per le Province nord occidentali e per i distretti tribali ad autonomia federale, Qui i filo-talebani stanno acquisendo sempre più seguaci e i movimenti uzbeki del Tahir Yuldashev e dell’Islamic Jihad Group, ai quali si sono uniti numerosi militanti arabi e mujaheddin ceceni e tajiki, sembrano essere diventati i padroni incontrastati della regione.

Per Musharraf, l’aver sollevato dall’incarico il presidente della corte suprema, il giudice Iftikhar Mohammed Chaudhry, è stato un errore politico imperdonabile. Il fatto, avvenuto il 9 marzo scorso, ha scatenato le ire dell’ordine degli avvocati e di gran parte del ceto medio e gli stessi militari hanno storto il naso. Chaudhry è diventato un leader e per l‘Alleanza per la restaurazione della democrazia, il movimento politico dove sono confluiti i due maggiori partiti di opposizione, è stato facile cavalcare la protesta in un Paese dilaniato da mille problemi. Tentare di risolvere con la forza la rivolta della moschea Rossa potrebbe quindi essere letale; ordinare un assalto significherebbe causare un bagno di sangue che farebbe dei rivoltosi, in gran parte ragazzi e ragazze, dei martiri. La loro immagine verrebbe sfruttata per scatenare una vera e propria rivoluzione che probabilmente porrebbe fine a sette anni di regime ma trascinerebbe il Paese nel baratro della guerra civile.

FAI CLICK SU QUESTO LINK ED ESPRIMI LE TUE IDEE NEL FORUM