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| Anno 2007 | |
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“Sappiamo per certo che la minaccia terroristica verso l’Europa esiste, resta alta e seria. Abbiamo elementi soprattutto dopo la scoperta di gruppi terroristici in Germania, Austria, Gran Bretagna e anche nel nostro Paese, dove per fortuna le cellule terroristiche sono state scoperte prima che si verificassero attentati”. Con queste parole Franco Frattini, vicepresidente della Commissione Europea, nonché commissario alla giustizia, libertà e sicurezza, ha esordito al convegno “Terrore e democrazia: la conquista delle menti e dei cuori, il soft power nel contrasto al jihadismo globale”, tenutosi presso l’Università Gregoriana di Roma, organizzato da Ce.A.S. e Arcipelago Italia.
L’obiettivo dell’iniziativa era di confrontare esperienze, ricerche e studi su quello che sta accadendo nel mondo islamico e che si trasforma in atti di terrorismo verso il mondo occidentale. Personaggi provenienti da ogni parte del mondo, Stati Uniti, Israele, Russia, Egitto, Irlanda, Spagna e naturalmente Italia hanno dato il proprio contributo con relazioni per aiutare a capire i processi mentali, culturali e filosofici del Jihadismo globale, che tanti proseliti riesce a fare nel mondo islamico, procurando il ‘materiale umano’ indotto a morire per la conquista del mondo occidentale. Ad accogliere i relatori e il pubblico sono stati il presidente della Ce.A.S, senatore Maurizio Calvi, e il segretario generale Ce.A.S., comandante Francesco d’Arrigo. “Il messaggio di Bin Laden - ha affermato Frattini -, sul quale ho dubbi che sia vero comunque saranno gli analisti a darci una risposta, conferma che il terrorismo internazionale oggi ha una sua strategia politica e non solo militare. Guarda allo scacchiere geopolitico del mondo con prospettive strategiche, indica con segnali minacciosi iniziative che intende compiere per definire gli assetti di tipo politico”. Per Frattini l’Unione Europea, come tutte le forze democratiche nel mondo, ha bisogno di una strategia soprattutto politica, non solo militare e di polizia, per combattere il terrorismo internazionale. “È quello che stiamo facendo come Ue - conferma – e abbiamo già i primi risultati. Nella cooperazione che portiamo avanti è inclusa anche una che riguarda l’intelligence. Il fatto che in Europa alcuni attentati terroristici sono stati sventati, solo in pochi casi tragicamente riusciti, è la prova del successo di questa cooperazione che si basa sull’intelligence, su strumenti operativi messi a punto tra i Paesi europei”. “Noi abbiamo adottato sistemi importanti per la tracciatura del traffico telefonico e delle e-mail – ha spiegato il vicepresidente della Commissione Europea – che hanno permesso di tracciare alcuni sospetti terroristi e di arrestarli. Quindi si tratta di misure efficaci. Nel 2006 gli attentati terroristici, tra cui anche piccoli atti che però non vanno sottovalutati, sono stati 600 in 11 Paesi europei. Di questi attentati quelli riconducibili alla rete del terrorismo internazionale nel 2006 potremmo indicarne circa 70. Tra i vari strumenti utilizzati dall’Ue ricordo anche la banca dati europea, che continuerà a essere coordinata da Europol, in cui sono presenti tutti i dati sensibili tra cui anche notizie sul Dna”. “Un pilastro chiave nella lotta al terrorismo – ha aggiunto - è il partner atlantico, in primo luogo gli Stati Uniti, e i partner del Mediterraneo e del mondo arabo. L’altro pilastro importante, che è tutto politico, è di non fare confusione tra la parola terrorismo e Islam. C’è interesse comune da parte dei Paesi del Mediterraneo a collaborare con l’Europa in quanto siamo entrambi vittime del terrorismo e di attentati. La strategia internazionale deve essere politica: l’unica da seguire è quella di isolare le radici del terrorismo. Se non analizziamo i fattori che conducono alla radicalizzazione violenta e al reclutamento, che riguarda Paesi non europei ed europei, non possiamo comprendere i nodi che dobbiamo tagliare. L’Unione Europea esplora le radici del terrorismo ma non giustifica nessuna azione terroristica”. “Il secondo asse portante della nostra azione internazionale – evidenzia – guarda ai nostri amici americani, alla necessità di rafforzare una cooperazione euro-atlantica, intendo uno spazio comune euro-atlantico di condivisione di linee e azioni che tutelino il cittadino e la sua sicurezza e al tempo stesso ne garantiscano le libertà fondamentali”. “Accanto ad assi portanti dell’azione internazionale dell’Europa - commenta Frattini - ci sono delle conseguenze importanti e c’è un tema che può sembrare lontano dall’argomento che stiamo trattando, ma invece non lo è. Credo che un buon accordo in seno alle organizzazioni del commercio internazionale sulla disciplina del commercio dai Paesi in via di sviluppo verso i Paesi sviluppati, sarebbe uno degli elementi decisivi per dare un segnale ai Paesi del continente africano, che noi paesi europei siamo dalla stessa parte. Diamo il segnale che non c’è una Europa ricca ed egoista e un’Africa povera e sfruttata. Vogliamo togliere questo strumento di propaganda alle organizzazioni terroristiche che sfruttano certi dislivelli di condizione economica”. “Bisogna inoltre – ha concluso – aiutare questi paesi a consolidare le istituzioni. Aiutare la modernizzazione delle istituzioni è una delle più importanti azioni di politica estera in questo campo, a cui aggiungo il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo, come il diritto alla sicurezza. Serve una forte spinta contro la radicalizzazione violenta”. “L’azione di contrasto al terrorismo internazionale – ha detto il leader di Alleanza Nazionale, Gianfranco Fini, intervenuto al convegno – chiama in causa non solo i governi ma soprattutto la comunità internazionale. In modo provocatorio chiedo se esiste una sostanziale unità dell’Occidente nell’azione di contrasto e repressione del terrorismo. Se devo aggettivare il termine terrorismo io aggiungo la parola fondamentalista, jihadista, non aggiungerei mai il termine musulmano. Ogni qualvolta che si sente dire con molta superficialità e faciloneria il “terrorismo musulmano” si scava un fossato e si determina una concreta incapacità di comprendere di buona parte del mondo musulmano dell’atteggiamento occidentale”. “Secondo me – ha proseguito - da un lato c’è un’unità sostanziale dei Paesi occidentali riguardo l’azione di contrasto e repressione di tipo militare, come ruolo dell’intelligence, o lo stretto coordinamento che impegna a livello di polizia e di difesa. Ma dall’altro lato c’è un’unità strategica di azione dell’Occidente assai meno sostanziale, più formale quando si riferisce all’azione di prevenzione del terrorismo. Mi riferisco ai campi di analisi che sono di tipo economico-sociale e politico-culturale. La prevenzione nei confronti del terrorismo jihadista non può essere riferita solo allo scambio di informazioni tra gli Stati o i governi protagonisti, ma c’è qualcosa più profonda”. Per l’ex ministro degli Esteri, l’Unione Europea è in crisi, timida e subalterna agli Stati Uniti. “L'Europa – ha detto Fini - non è riuscita a ratificare nemmeno la propria costituzione. Manca l'elemento aggregante: dopo la guerra mondiale era la voglia di bandire i conflitti dal proprio territorio; nel 1989 è stata la voglia della riunificazione; oggi è necessario dare all'Europa un protagonismo legato alla politica internazionale”. Fini sottolinea il fatto che l'Europa decide di inviare le proprie forze militari solo se ritiene che l'intervento sia doveroso e in questo modo “non sarà mai protagonista”. Ricorda l'esempio della guerra nei Balcani quando la Ue del tutto incapace di assumere decisioni chiese agli Stati uniti un intervento risolutivo. “Insomma - conclude Fini - l'Europa è timida e subalterna agli Stati Uniti, per questo è incapace di essere protagonista. Il baricentro è a Washington, mentre da questa parte c'è un’Europa che arranca”. Le parole di Bin Laden contro l'Occidente “non devono meravigliare, perché il terrorismo jihadista è attivo e resta un pericolo. La sua strategia è quella di dividere l'Occidente”. “Il soft power è nel Dna delle nostre forze armate - ha commentato il sottosegretario alla Difesa Marco Verzaschi - i militari italiani si prodigano per la ricostruzione, dalla costruzione dei pozzi all’assistenza alla popolazione. Certamente in Afghanistan non possiamo ipotizzare un impegno decennale, o meglio ancora quinquennale, non possiamo pretendere che le nostre forze armate stiano lì a lungo. Una presenza per troppo tempo di militari stranieri, anche se vanno a sostegno della popolazione, diventa un peso, può essere negativa nel lungo periodo. Bisogna invece intensificare il lavoro di cooperazione e coordinarlo a livello internazionale. L’attentato ai nostri militari a Kabul è stato fatto per evitare che si andasse avanti nella ricostruzione del paese. In una società come quella afgana anche costruire un ponte ha un certo valore”. “In Afghanistan il grosso problema – ha concluso Verzaschi – è legato ai signori della guerra che un tempo erano alleati dell’America mentre oggi sono i maggiori produttori di oppio e hanno cambiato alleanza. Bisogna scardinare questo sistema”.
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