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| Anno 2007 | |
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L’ultimo summit dell’Associazione dei Paesi del sud-est asiatico (Asean), svoltosi dal 18 al 22 novembre scorso a Singapore, si è concluso con l’adozione da parte dei dieci Stati membri di una Carta comune, con la quale (a meno della mancata ratifica anche di un solo Paese) questa si trasformerà da semplice forum di discussione a soggetto autonomo di diritto internazionale, capace di concludere trattati e accordi in materia.
Con l’adozione di questa mini-costituzione, l’Asean mira a promuovere una maggiore integrazione economica fra i Paesi membri, lo sviluppo dei meccanismi democratici interni agli stessi e la salvaguardia ambientale dell’intera area. La Carta comune prevede anche la creazione di un organismo regionale per la tutela dei diritti umani. Diritti sistematicamente violati da uno dei Paesi membri: il Myanmar governato dalla giunta militare del generale Than Shwe. Il regime birmano ha sottoscritto il documento solo dopo aver ottenuto l’assicurazione che il formale riconoscimento del rispetto dei diritti umani non fosse accompagnato dalla previsione di un sistema normativo che sanzionasse con la sospensione o l’espulsione eventuali violazioni in materia da parte di uno Stato membro. Una previsione che, a dire il vero, avrebbe creato degli imbarazzi non solo alla ex Birmania, ma in misura diversa anche a tutti gli altri membri dell’Associazione. Da dieci anni a questa parte, da quando il Myanmar è divenuto membro effettivo dell’Associazione, l’Asean ha rappresentato una sorta di parafulmine contro le istanze rivolte dalla comunità internazionale al regime birmano affinché questo promuova una transizione in senso democratico dello Stato e cessi di reprimere il dissenso. L’argomento addotto dall’Asean per giustificare la propria inazione rispetto alle politiche di Nayipyidaw è quello della non-ingerenza negli affari interni dei Paesi membri, principio sancito dal Trattato istitutivo del 1967. In realtà, è per tutelare i propri interessi economici che i Paesi dell’area hanno boicottato fino a oggi ogni tentativo di attuare misure concrete di pressione sul regime di Shwe. Le materie prime birmane fanno certamente gola ai competitori globali (Cina, India, Russia e, in parte, Usa e Europa), ma risultano indispensabili ai Paesi confinanti. La Thailandia, ad esempio, è il primo partner commerciale del Myanmar, dipendendone in larga parte per il suo fabbisogno energetico. Negli ultimi anni, poi, su pressione di questi Paesi, il principio di non-ingerenza adottato dall’Asean si è trasformato in quello ‘dell’impegno costruttivo’: vale a dire barattare accordi economici per la fornitura di materie prime in cambio del proprio impegno a non ospitare più i dissidenti politici e i gruppi ribelli di matrice etnica contrari al regime birmano. I membri Asean si sono sempre difesi dalle critiche americane ed europee sostenendo che l’unico mezzo per favorire l’evoluzione democratica della ex Birmania è il dialogo con la giunta militare, accompagnato da una maggiore integrazione del Paese nelle strutture multilaterali internazionali. Da qui l’invito a intensificare la collaborazione con le Nazioni Unite e il suo inviato speciale Ibrahim Gambari, allo scopo di favorire un avvicinamento tra il regime e Aung Sang Suu Kyi (leader agli arresti dell’opposizione democratica birmana) sulla base della road-map verso la democrazia stilata dai generali birmani nel 2003. Dalle colonne del quotidiano thailandese The Nation, Kavi Chongkittavorn sostiene tuttavia che sul dossier birmano l’Asean sia impegnata in una tattica dilatoria. Come per la Cina, l’India e lo stesso regime dei generali, la speranza dell’Associazione è che nel lungo periodo la pressione della comunità internazionale si affievolisca. Questo atteggiamento rischia di rappresentare un vulnus strategico per l’evoluzione politico-economica dell’Associazione. L’obiettivo dell’Asean è di costituire entro il 2015 una grande area di libero scambio del sud-est asiatico, da collegare poi al mercato americano e europeo mediante accordi free-trade. Un accordo in tal senso è stato siglato l’anno passato con gli Usa, i quali ora minacciano di rimetterlo in discussione. Negoziati sono invece cominciati da tempo con l’Ue, ma hanno subito un rallentamento proprio a causa del comportamento dell’Asean nella crisi della ex Birmania. Qualche breccia si sta tuttavia aprendo rispetto al passato. All’indomani della repressione delle proteste pacifiche dei monaci birmani da parte della giunta birmana lo scorso settembre, il primo ministro cambogiano Hun Sen ha esternato tutto il suo disappunto, sollecitando un ruolo più attivo della Associazione nella risoluzione della crisi. Un fatto nuovo, in quanto la protesta è giunta da un Paese solitamente alleato dei generali birmani. Al termine del vertice di Singapore, poi, Gloria Arroyo, presidente delle Filippine, ha ammonito i propri colleghi che se non si troverà una soluzione in senso democratico della questione birmana, sarà per lei difficile ottenere dal Parlamento filippino la ratifica della Carta comune. Secondo alcuni osservatori, i recenti ‘mal di pancia’ di alcuni membri della Associazione hanno costretto il Myanmar a cambiare tattica. Il regime di Shwe sta cercando di spostare il baricentro delle discussioni dall’Asean all’Onu. Cina e Russia – protettori di Nayipyidaw nel Consiglio di sicurezza – possono bloccare qualsiasi risoluzione contraria al regime birmano, molto più esposto a eventuali modifiche di orientamento all’interno dell’Asean, dove trovano posto i suoi maggiori partner commerciali. Un effettivo cambio di strategia dell’Asean rispetto alla crisi birmana è da ritenersi in ogni caso difficile. La Cina sta soppiantando la posizione del Giappone anche nel sud-est asiatico, la cui influenza era stata fino a pochi anni fa preminente. L’avanzata di Pechino in questa regione ha subito un’accelerazione da quando l’Associazione ospita le due potenze asiatiche e la Corea del Sud come Paesi osservatori (Asean plus-3). Come principale sponsor del Myanmar, la Cina bloccherebbe infatti qualsiasi tentativo di destabilizzazione del regime birmano da parte dei membri Asean. Scambiare accordi commerciali vantaggiosi, specialmente in campo energetico, con una politica di non-ingerenza negli affari interni di altri Paesi è ormai un cardine della politica estera cinese. Pechino potrebbe cambiare il suo atteggiamento nella crisi birmana solo se in futuro la giunta di Shwe non risultasse più un comodo alleato con cui concludere affari.
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