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| Anno 2007 | |
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Nel settembre 2005, in un discorso al National Bureau of Asian Research (Link PDF), l’allora vice segretario di Stato Usa, Robert Zoellick, incoraggiò la Cina ad assumere il ruolo di ‘responsible stakeholder’ nel sistema internazionale. Vale a dire quello di un attore globale impegnato a cooperare con gli Usa nella lotta al terrorismo, a prevenire la diffusione delle armi di distruzione di massa, a promuovere il libero commercio e a collaborare in ambito energetico per rafforzare lo stesso sistema che stava alla base della sua ascesa politica ed economica.
Riferendosi alla Cina come responsible stakeholder, l’attuale presidente della Banca Mondiale promuoveva in sostanza la creazione di un framework strategico comune, attraverso il quale Washington e Pechino, pur partendo da posizioni diverse, potevano perseguire gli stessi obiettivi di fondo. Una posizione subito condivisa dal segretario di Stato Condoleezza Rice, che ne ha fatta la linea ufficiale del suo dicastero nelle relazioni con la Cina. L’interrogativo se la Cina si stia effettivamente comportando come un responsabile azionista nell’attuale sistema internazionale non ha trovato ancora una risposta definitiva. Nell’ottica di Zoellick un Paese si comporterebbe come tale quando, una volta integrato all’interno della comunità internazionale, si impegnasse a favorire l’implementazione delle regole del diritto internazionale e quando la sua diplomazia non fosse rivolta a perseguire un mero interesse nazionale, ma quello del sistema nel suo complesso. I critici del paradigma elaborato da Zoellick accusano la Cina di non rispettare affatto le regole del diritto internazionale. Un esempio è quanto accaduto il 20 novembre scorso, quando le autorità cinesi hanno negato l’accesso al porto di Hong Kong a due dragamine americani (la Uss Guardian e la Uss Patriot) in difficoltà per il maltempo e la carenza di carburante. Il giorno seguente è stato riservato lo stesso trattamento alla portaerei Uss Kitty Hawk in missione nel Mar Cinese Meridionale. Un tale comportamento configurerebbe la violazione delle norme che regolano il passaggio inoffensivo di un naviglio nelle acque territoriali, con l’aggravante di non aver adempiuto all’obbligo di prestare aiuto – nel caso dei dragamine – a due imbarcazioni in difficoltà. In aggiunta, la mancata concessione dello scalo da parte dei cinesi violerebbe pure un accordo internazionale del 1997, in base al quale il porto di Hong Kong avrebbe mantenuto il suo status di hub internazionale marittimo aperto alla libera navigazione, anche dopo il trasferimento di sovranità dal Regno Unito alla Cina. Quanto al superamento delle politiche volte al perseguimento del mero interesse nazionale, l’ex Impero di Mezzo si presta poi a facili critiche. Per rafforzare la sua posizione nello scacchiere globale (in particolar modo per mantenere viva la sua spettacolare crescita economica), in molti casi Pechino si oppone alle ingerenze della comunità internazionale negli affari interni di Stati con cui ha stipulato lucrosi accordi economici (Birmania, Iran e Sudan sono solo alcuni esempi). Nel pensiero di Zoellick, un responsible stakeholder nel sistema internazionale dovrebbe anche favorire il superamento del mercantilismo e del protezionismo economico, promuovendo il libero commercio. Purtroppo, i risultati del terzo dialogo economico strategico sino-americano, svoltosi in questi giorni a Pechino, sembrerebbero andare nel senso contrario a quello auspicato dal presidente della Banca Mondiale. Le ripetute richieste degli americani perché i cinesi rivalutino lo yuan e abbandonino le politiche di sovvenzionamento delle proprie esportazioni allo scopo di riequilibrare la bilancia commerciale tra i due Paesi sono cadute nuovamente nel vuoto. Il problema è che la mancata rivalutazione dello yuan sta innescando una spirale protezionista, con il Congresso Usa pronto a votare una serie di leggi contro prodotti cinesi. Zoellick ha sempre evidenziato negli anni che il suo paradigma si oppone a ogni strategia fondata sul contenimento della Cina, di cui è invece fautore il vice presidente americano Dick Cheney. Una politica che ha contraddistinto gli esordi dell’amministrazione Bush, quando la Cina fu definita dal presidente americano come un rivale strategico. L’argomento a sostegno di questa posizione è la mancata trasparenza del programma militare cinese, la cui costante crescita contrasta con la posizione ufficiale di Pechino, che da sempre sostiene di essere impegnata verso uno sviluppo pacifico. In realtà, più che in contrapposizione, le due linee paiono sostenersi vicendevolmente, dato che sono entrambe strumentali al conseguimento del medesimo fine, differendo semmai per i mezzi atti a realizzarlo. Sia il paradigma del responsible stakeholder sia la dottrina del contenimento cinese vedono infatti gli Usa impegnati a mantenere inalterato l’attuale equilibrio di potenza globale. Un equilibrio nel quale Washington rimane ancora l’unica potenza su scala planetaria.
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