Anno 2007

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Viva l’Italia!

Andrea Tani, 20 novembre 2007

A forza di sentir parlare di caste, globalizzazioni più o meno invasive, rumeni, rom e integralisti islamici, omicidi di pariolini internazionali alquanto viziati (e viziosi), sfasci istituzionali, risse incoercibili dei rappresentanti del popolo sovrano, disordini stadio-dipendenti, regressioni economiche esiziali che pendono, malapolizia & malasanità, gioventù rimbambita nonché bambocciona, eccetera, ci stiamo un po’ tutti convincendo che il Paese è alla frutta. E noi con lui. Poichè le conseguenze di una simile presa di coscienza potrebbero essere più gravi e - queste sì - esiziali della somma dei guai vari o presunti testè menzionati e di quelli che si potrebbero ancora scovare con un po’ di buona volontà, sarà il caso di fuoriuscire un momento dalla cacofonia di questa cronaca mediaticamente a palla (che in buona parte è responsabile dell’angoscia che comincia ad attanagliarci tutti) e tentare qualche riflessione che cerchi di focalizzare il reale ‘stato dell’unione’ italiana e le prospettive che si presentano alla medesima.

L’Italia rappresenta l’esempio planetario forse più riuscito di un risorgimento nazionale importante che si sia incarnato in uno stato vero. Il quale stato vero ha oltretutto messo insieme alcune delle costruzioni instituzionali più cospicue di tutti i tempi, traendone diretta ispirazione forse in modo non corrispondente alle attese più entusiastiche ma comunque assai notevole. Alcune di tali costruzioni istituzionali, come lo Stato Pontificio, erano situate in un contenitore geopolitico dove popoli e uomini ragguardevoli avevano fatto Storia quasi senza interruzione da quasi due millenni e mezzo. Altri, come la Repubblica di Venezia, per poco più di mille anni (prima di Campoformio, avvenuta pochi decenni prima l’Unità e quindi trascurabile), che non è comunque una bazzecola. Tutti gli stati italiani pre-unitari, senza eccezione, avevano poi fatto Cultura a un livello mai più raggiunto, né prima né dopo, per concentrazione, intensità e risultati.

Lo Stato vero, l’Italia unita, ha attraversato da consapevole protagonista il difficile secolo passato, alla pari con le più grandi potenze, quelle stesse che nei secoli precedenti lo tenevano in una soggezione politica, economica e psico-comportamentale del tutto scorrelata con la sua natura e la sua vicenda pregressa. In questo attraversamento è riuscito a cavarsela molto meglio (ovvero a ridimensionare molto meno le proprie ambizioni originarie, venendo a patti con la realtà) dei compagni di avventura con i quali aveva condiviso la scalata al potere mondiale nella prima metà del suddetto secolo. Per inciso il solo fatto che facesse parte di una simile squadra solo 80 anni dopo la proclamazione dell’unità la dice lunga sui passi da gigante che aveva compiuto e sulla credibilità del risultato unitario. Oggi si legge che nel secondo dopoguerra l’Italia si è trasformata da entità agricolo-pastorale a sesta o settima potenza industriale del mondo ante-globalizzazione, e non ci si rende conto dell’immane sciocchezza che questa diffusa asserzione rappresenta.

Prima della seconda guerra mondiale il nostro Paese era già una forte potenza industriale e tecnologica, relativamente più avanzata rispetto alla concorrenza di quanto non sia oggi. A metà degli anni Trenta le industrie aeronautiche italiane producevano più aeroplani di quelle francesi (le stesse che oggi ci surclassano); le littorine erano i TGV dell’epoca e le navi da battaglia classe Littorio appartenevano a una classe di manufatti che solo sei Paesi al mondo erano in grado di costruire. Peraltro, a giudizio degli esperti, esse risultarono tecnologicamente inferiori alle sole Bismark-Tirpitz germaniche, almeno fino all’entrata in servizio delle nuove battleship a stelle e strisce, veramente ‘stellari’.

La stessa industria cantieristica fu in grado di costruire più di cento sommergibili in pochi anni, non drammaticamente inferiori, a parte la sensoristica, di quelli che facevano i pariclasse britannici e francesi (i tedeschi erano un’altra cosa, come si vede anche adesso). L’industria pesante, che era la struttura portante delle economie avanzate di allora - come quella della telematica e dei servizi lo è di quelle attuali - aveva dato buona prova di sé anche nella prima guerra mondiale. Prima della quale l’Italia era leader mondiale nelle energie rinnovabili e verdi dell’epoca, ovvero nella produzione di energia idroelettrica , anch’essa figlia di un’industria pesante che si era sviluppata all’indomani dell’unità. In seguito si sono aggiunte la chimica, le telecomunicazioni (Marconi non espatriò mai, anche se non sarebbe diventato quello che divenne senza il business britannico che padroneggiava alla grande (ma la tecnologia restò sempre sostanzialmente italiana), le infrastrutture, l’energia nucleare (Fermi e tutto quello che è seguito fino alla sciagurata decisione di fare karakiri dopo Cernobil) e più recentemente la motorizzazione di massa, l’informatica, il design, l’infotainment, i servizi, eccetera.

Data la sede, non è il caso di omettere i traguardi che anche l’Italia militare ha raggiunto in tempi brevissimi, prima rendendo possibile l’unificazione e il consolidamento dell’unità - attraverso le tanto disprezzate guerre del Risorgimento e dell’ancor più politicamente scorrette campagne contro il banditismo meridionale - e poi combattendo una terribile guerra di distruzione di massa (dei soldati) contro un impero plurisecolare. Addirittura vincendola, la guerra, con più merito – parrebbe - degli altri alleati, secondo alcuni storici, dato che il Piave non fu mai inondato dalle copiose divisioni americane che resero possibile l’invitta ritirata tedesca dai territori occupati in Francia e Belgio. Ben diversa – questa invitta ritirata - dal collasso austroungarico consacrato sul campo a Vittorio Veneto. Nessun revanscista imperial regio di Vienna o Budapest si azzardò mai a parlare di una armata vittoriosa mai battuta dal nemico e pugnalata alle spalle dai politici disfattisti, come successe in Germania fino a fare derivare da questo tradimento l’ascesa inarrestabile del nazismo. L’impero bicefalo si dissolse in larga misura per la sconfitta militare, senza la quale avrebbe potuto trovare un accomodamento con i movimenti nazionalisti al suo interno.

E anche le successive campagne italiane ebbero una valenza strategica non marginale, al di là del giudizio politico e storico che ne se può dare, dato peraltro da chi ha vinto le guerre successive. Soprattutto l’intervento nella guerra civile spagnola, che fu decisivo per scongiurare una involuzione dittatoriale del fronte popolare spagnolo di modello sovietico, più che verosimile, dati i tempi e le circostanze. La conquista dell’Etiopia, invece, fu un grave errore politico, foriero di guai tremendi per la spirale di conseguenze che innescò. Una mossa datata, in ritardo su tempi che vedevano già in azione un liquidatore di imperi ben più agguerriti come Gandhi, qualche fuso orario più a oriente. Una mossa che però era nazional-popolare dato che faceva perno su un sentire molto diffuso e consolidato nel Paese. Ovvero la necessità di “lavare l’onta di Adua” di poco più di 30 anni prima. Una distanza temporale modesta, a pensarci bene, quasi equivalente a quella di oggi rispetto al rapimento e l’omicidio di Moro, un evento ancora molto vivo nella nostra coscienza collettiva. Mussolini era un uomo dell’Ottocento, e ragionava da suo pari. Se fu politicamente improvvida, la campagna fu tuttavia eccellente sotto il profilo militare, forse la guerra coloniale più brillante della storia, anche per la vastità del Teatro, la rapidità del suo svolgimento e la nettezza della vittoria.

Sull’altro evento epocale che seguì – la seconda guerra mondiale - sappiamo tutto e non è il caso di soffermarcisi troppo. Salvo che per dire che l’entrata in guerra dell’Italia fu un gioco d’azzardo molto simile - anche se meno fortunato - di quello che avevano praticato Casa Savoia e Salandra-Sonnino nel 1915, e per sottolineare quanto gigantesco e gravoso fu l’impegno che comportò per le nostre forze armate. Più o meno otto campagne terrestri contro i più agguerriti soldati del mondo: francesi, britannici, indiani, australiani, sudafricani, americani, russi, tedeschi. Un’ininterrotta lotta aeronavale, 39 mesi di combattimenti incessanti per disputare alla maggiore marina dell’epoca il dominio del Mediterraneo ‘allargato’. Prendemmo un sacco di legnate ma le demmo anche, e non di lievi. Non vincemmo ma sarebbe stato impossibile. Le dinamiche in campo eccedevano le nostre possibilità anche senza l’anemia comportata dalla Spagna e dall’Etiopia. Lo sforzo fu comunque immane, e in qualche settore dette risultati notevoli, che ci meritarono il rispetto del nemico, un rispetto al quale dobbiamo anche qualche considerazione dell’oggi.

I soldati, gli avieri e i marinai italiani non mollarono mai e si batterono sempre con determinazione e coraggio, quasi sempre in condizioni di inferiorità e sapendo - prima a lume di naso poi con la forza dell’evidenza - che la guerra era sbagliata e il nemico non era quello giusto. Sul piano etico e professionale, della saldezza dei comportamenti ‘costi quel che costi’, si trattò forse di un’impresa superiore a quella della Grande Guerra, anche se è proibito solo pensarlo. Nessun contendente del conflitto si battè in condizioni così difficili senza collassare dopo poche settimane, come fece ad esempio il nostro riferimento storico, la France eternelle.

Quello che è venuto dopo lo stiamo vivendo giorno dopo giorno, e riempie di sereno orgoglio chi non è prevenuto. Il soldato italiano è ormai uno standard riconosciuto della comunità internazionale in armi. Fa ‘scuola’, soprattutto per determinate operazioni. Ma non è scaturito dal nulla - o ‘out of the blue’, come dicono gli americani - ma da quel corposo pregresso al quale abbiamo sommariamente accennato, al quale si aggiunge la vocazione nazionale verso il buon senso e l’umanità che derivano dalle caratteristiche peculiari di un popolo che molto ha vissuto. Caratteristiche che possiamo aggiungere a quell’elenco di virtù che siamo costretti a fare per ritrovare il senso delle proporzioni.

Tutto questo per dire – e vengo al dunque - che siamo da almeno un secolo una notevolissima realtà geopolitica, economica, tecnologica, culturale, militare, ideologica e altro. Siamo stati i soci fondatori o i buoni secondi dei tre più importanti movimenti politici del secolo passato, il fascismo, il comunismo e i movimenti popolari di ispirazione cristiana, nonché del risorgimento dell’Europa e della più importante organizzazione di sicurezza della storia, la Nato. Facciamo parte del direttorio politico planetario: il G8. Siamo una delle superpotenze culturali del pianeta, nonché l’Iperpotenza assoluta di una delle principali e pregevoli attività umane: il nutrirsi, che abbiamo elevato ad arte sopraffina, popolare e inimitabile. La nostra gastronomia ci consente - assieme a un servizio sanitario nazionale del quale vediamo esaltate (chez nous) solo le magagne ma non le qualità - di far campare i nostri uomini più a lungo di qualsiasi altro europeo, e le nostre donne solo dopo le indistruttibili francesi.

L’Organizzazione mondiale della sanità ritiene che il nostro sistema sanitario sia da collocare al secondo posto nel mondo come efficienza e risultati. Se poi sommiamo ai parametri misurabili quelli immateriali, il buon senso e l’umanità di cui sopra, i rapporti familiari, la musica popolare, l’eleganza, la creatività, il buonumore – avete notato che fuori dell’Italia nessuno sorride per strada? Neanche i fratelli latini, francesi, spagnoli e portoghesi, terribili musoni - non si può che concludere che tutti noi siamo stati estremamente fortunati a nascere in questo Paese e che è del tutto comprensibile che masse crescenti di poveracci vogliono che i loro figli facciano altrettanto.

A questo punto, se tutto ciò è vero, ma che saranno mai una classe politica inadeguata e provinciale, rissosa e dequalificata (ma quale non lo è?) la litigiosità domestica, le pene della globalizzazione, le bidonville di rom/eni – che neanche lontanamente si avvicinano a quelle esotiche che sentiamo evocare sulla stampa: Calcutta, Mumbay, Nairobi, Mexico City – ma ci sono mai stati, gli allarmisti giornalisti, in uno di questi posti?) lo sbarellamento dei giovani (che è un fenomeno epocale e trasversale, forse meno grave da noi che altrove, soprattutto se li facessimo lavorare, questi giovani, sottraendo qualche risorsa nazionale alle nostre privilegiate e dorate pensioni con le quali viviamo da ‘retired’ molto meglio della media degli omologhi internazionali) eccetera eccetera?

Quando un qualsiasi amico estero ci apre il cuore al quinto bicchiere (di Chianti), normalmente una delle classiche frasi è “Beato te che vivi in Italia!”. Alzi la mano chi non se l’è sentito dire almeno una volta. La Dolce Vita non è sinonimo dell’esistenza che si conduce a Essen o a Manchester. Un maggiore italiano che si lamentava a un cocktail di saluto in suo onore dei malanni di Roma, dove era destinato dopo il suo periodo a Shape, fu zittito dal suo capo divisione, un generale tedesco che gli disse (se ricordo bene in latino, rapidamente seguito da un inglese alla Kissinger) “Non si azzardi a lamentarsi, herr major. Fifere a Roma è un tale prifilegio che si può e si defe sopportare qvalsiasi sacrificio”.

Insomma non sarà tutto così – sono rientrato a casa dopo un’ora e mezzo di GRA, ho appena assistito a un Porta a Porta allucinante, e mia figlia sta chattando sulla rete da una mezza dozzina di ore – ma in buona parte, a grattar bene, sì. Piangiamoci pure addosso, se ci fa piacere e ci scarica le tensioni. Insieme al ridere, il piangere è un ottimo antidepressivo e i nostri compatrioti vi ricorrono di frequente, al posto dell’alcool o delle revolverate di altre longitudini (un altro punto a favore della loro saggezza), ma cerchiamo di conservare il senso delle proporzioni e la lucidità nel guardare l’essenza dei fatti.

L’Italia è un grande Paese, che potrebbe essere ancora più grande se solo lo volesse. Diventa piccolo (anzi medio) solo quando i suoi amministratori del momento lo riducono piccolo (anzi medio) perché, per quanto mediocri, non possono fare più di tanto. Ma poi c’è sempre quel colpo di reni, o un soprassalto di consapevolezza, che riaggiusta le cose, almeno in una misura paragonabile a quanto accade altrove. Dove apparentemente la gente è più seria (nel bene e nel male) ma non si può permettere quella stupenda iconoclastia autodistruttiva che oltre a essere un segno di grande humor e sicurezza di sé, a ben guardare, ci consente comunque di affrontare i drammi della vita collettiva con meno illusioni e qualche difesa psicologica in più.

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