Anno 2007

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Gli Usa annunciano l’introduzione di armi a microonde ‘non letali’

Fernando Termentini, 1 febbraio 2007

Una comunicazione ufficiale del dipartimento di Stato americano ha preannunciato l’introduzione nel breve termine di ‘Non Lethal Electrical Shock Weapons (Bio-Effect Weapons)’, ossia armi a microonde non letali. La notizia è stata accompagnata da una sintetica descrizione del sistema, con particolare sottolineatura sulla caratteristica ‘non letale’ dell’arma, catalogata come ‘mezzo di dissuasione’ ossia in grado di provocare solamente un fastidioso bruciore sottocutaneo in coloro contro i quali verrebbero impiegate. Effetti destinati a scomparire immediatamente e senza lasciare danni fisici.

Sulle armi a microonde è stato già scritto quando alcune immagini di cadaveri iracheni e libanesi hanno fatto il giro del mondo. Sono state formulate alcune ipotesi sulla tipologia delle armi, che potevano essere state impiegate e che avevano potuto provocare gli effetti proposti dalle immagini fotografiche. Le conclusioni portarono ad affermare che erano state impiegate armi a microonde dall’Esercito degli Stati Uniti e dagli israeliani. Nessuna ammissione da parte degli interessati, ma nemmeno smentite.

Non Lethal Weapons: una caratteristica, però, tutta da dimostrare e che non trova riscontro nella fisica del sistema e, qualora fosse confermata l’origine delle cause delle morti particolari in Iraq e Libano, nemmeno nella non letalità delle microonde. La capacità di penetrazione delle microonde è inversamente proporzionale alla frequenza di emissione. Entro certi limiti, infatti, maggiore è la frequenza di emissione e minore è la possibilità di attraversamento della materia da parte della microonda.

In un range a cavallo dei 95 GHz si ha una bassa penetrazione e quindi solo senso di bruciore e conseguente fastidio. Frequenze inferiori (intorno ai 2,5 GHz) provocano, invece, surriscaldamento fino a ‘cuocere’ i tessuti, alla stessa stregua del forno a microonde.

Le microonde che colpiscono le cellule ne provocano la morte per ipertermia. Le cellule riscaldate muoiono o degenerano trasformandosi, anche, in neoplasie tumorali. Un principio che viene applicato - all’inverso - in campo medico quando si sfrutta l’ipertermia per curare particolari forme tumorali, distruggendo le cellule cancerogene.

Le microonde non sono quindi sostanzialmente innocue, ma devono essere sapientemente gestite perché non producano effetti anche gravi sulle cellule. Sono caratterizzate da una pericolosità latente, intrinseca alle caratteristiche fisiche del tipo di emissione elettromagnetica, nota ormai da anni e i cui effetti sono stati riscontrati attraverso prove sperimentali di laboratorio e validate anche sul piano concreto.

Se la frequenza di utilizzazione è molto bassa, apparentemente le cellule non subiscono danni. Le microonde, però, possono arrivare a colpire il cervello dei possibili bersagli con un segnale modulato che intacca il metabolismo dell’organo fino a provocare uno stato di sonno profondo (narcosi meccanica). Fin dalla fine degli anni Settanta, studi americani e russi riferiscono che agendo sulle frequenze delle microonde è anche possibile condizionare il comportamento di un essere umano, come sollecitarne un bisogno corporale o, peggio ancora, provocarne un improvviso arresto cardiaco.

Risultati, questi, ottenuti sperimentalmente ma riscontrati anche nel concreto, quando nel 1976 gli americani scoprirono che una gran parte del personale impiegato presso l’ambasciata Usa a Mosca manifestava affaticamento generalizzato e si manifestavano molti casi di leucemia. In questa occasione fu accertato che era presente un segnale modulato di microonde, diretto da tempo e ininterrottamente verso gli edifici della sede della rappresentanza diplomatica statunitense.

Le microonde riescono a penetrare i corpi, a incunearsi anche nei pori dei mattoni e degli intonaci di un muro, arrivando a distruggere sostanze protette da contenitori a chiusura ermetica, anche metallici. L’impulso è in grado, inoltre, di mettere fuori uso sistemi elettronici sofisticati fino a bloccare il funzionamento delle moderne attrezzature meccaniche gestite da centraline elettroniche.

Affermare, quindi, in modo categorico e dogmatico l’assoluta non letalità di armi che utilizzano microonde, è a dir poco azzardato se non pretestuoso. Il segnale emesso è, infatti, caratterizzato da una frequenza a banda continua, non sinosuidale, con impulsi brevi che distribuiscono la loro potenza in un ampio spettro (da qualche decina di GHz per arrivare a 4 GHz). La gamma dell’effetto è penetrante e molto ampia per cui deve essere attentamente gestita. Allo stato attuale, inoltre, non si dispone di appropriati ed efficaci sistemi di rilevazione, come potrebbero essere gli analizzatori di spettro.

Non si può escludere, inoltre, che le microonde siano pericolose anche alle basse frequenze. Infatti, in tutti i tessuti biologici le cellule vitali sono posizionate a qualche millimetro sotto la cute e garantire che alle basse potenze non siano raggiunte è tutto da verificare. Per esempio, la cornea dell’occhio non è irrorata da vasi sanguigni che possono garantire un minimo di raffreddamento. Se l’occhio venisse colpito da microonde, seppure a bassissima penetrazione, l’organo tenderebbe a subire un surriscaldamento immediato, esattamente come avviene quando è sottoposto a una forte e prolungata esposizione all’irraggiamento solare. In questi casi i danni all’occhio sarebbero sicuramente irreversibili e con elevata probabilità potrebbero innescarsi effetti di mutazione neoplastica delle cellule non completamente distrutte.

Cercare di sviluppare un possibile sistema d’arma che potrebbe esprimersi in futuro come non letale è sicuramente un atto doveroso, ma definirlo non mortale a priori e solo sulla base di valutazioni teoriche prive di riscontri reali sui possibili effetti immediati e in particolare nel medio termine, potrebbe invece essere fuorviante, con conseguenze molto gravi sia durante il conflitto sia e soprattutto nel breve e medio termine dopo la fine della belligeranza.

Non bisogna dimenticare che sul tema specifico, in passato e in circostanze recenti, sono state fatte affermazioni - risultate poi avventate - sul grado di letalità di un sistema d’arma e sulla possibilità di gestirne con sicurezza gli effetti. In Vietnam la non letalità del ‘Agente arancione’, utilizzato come defogliante e nel corso dell’impiego giudicato a basso rischio, ancora oggi rende inabilitabili immense aree e sono evidenti i gravi danni genetici che tuttora sono indotti sulla popolazione locale.

A partire dalla prima guerra del Golfo fu dichiarato che non più del cinque per cento delle bombe a grappolo sarebbe rimasto non esploso dopo l’impiego, con un conseguente bassissimo rischio ambientale nel post bellico. Oggi riscontriamo mancati funzionamenti con percentuali superiori al 20 per cento.

Il munizionamento all’uranio impoverito (Du) è stato definito privo di rischio radioattivo e quindi innocuo nel post bellico. Si è dimenticato, però, di valutare il ben più elevato rischio di inquinamento ambientale conseguente all’avvelenamento da sostanze chimiche, gli ossidi di uranio e le polveri di metalli pesanti, che si disperdono nell’ambiente all’atto dell’impatto, e il danno causato dai possibili residui di Du che dispersi sul suolo sono pronti ad entrare nella catena alimentare.

Lezioni apprese, queste, che andrebbero lette e discusse anche per affrontare il problema delle armi a microonde prima di definirle Non Lethal Weapons.

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