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| Anno 2007 | |
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Il Parlamento europeo ha recentemente invitato i governi membri a promuovere progetti per l’uso a scopi terapeutici del papavero da oppio attualmente coltivato in Afghanistan. Una decisione quasi unanime approvata con 368 voti favorevoli, 49 contrari e 25 astenuti. Il testo votato prevede di valutare la “conversione su piccola scala delle attuali culture illegali di papavero in campi per la produzione legale di analgesici a base di oppio”.
Il Parlamento raccomanda, altresì, che tutto avvenga sotto il rigido controllo delle Nazioni Unite, per evitare il rischio che il prodotto possa essere trasformato in eroina. Un pronunciamento in controtendenza con quanto l’Onu ha invece sollecitato recentemente sul tema specifico, quando l’ufficio contro la droga e il crimine (Undoc) ha auspicato interventi risolutori delle forze Nato presenti in Afghanistan per azzerare l'industria dell'oppio nel sud dell'Afghanistan, distruggendo i laboratori di eroina, chiudendo i bazar per la vendita della droga, attaccando i convogli di oppio e perseguendo i grandi trafficanti locali e delle aree tribali pakistane. Il pronunciamento politico europeo lascia quindi perplessi, anche se sul piano concettuale potrebbe essere condivisibile, prescindendo da valutazioni che invece è d’obbligo fare, come l’incidenza dei fattori che caratterizzano la realtà locale, evitando di affidarsi a un’analisi viziata da approcci demagogici, immancabilmente destinati a suggerire ‘facili decisioni’, anche a fronte di un fenomeno rilevante e che esiste da quasi un secolo. Un dato fra tutti fornito da fonti Onu: oggi 2,9 milioni di afgani vivono dell'economia dell'oppio, il 12.6% della popolazione, con un incremento costante di circa il 30% annuo. La coltivazione del papavero da oppio, infatti, ha da sempre rappresentato e rappresenta tuttora la fonte di reddito più significativa per la popolazione afgana. Un’economia radicata nel territorio al punto che nel tempo è stato vanificata qualsiasi iniziativa internazionale che concedeva aiuti al Paese per incentivare le realtà agricole ad abbandonare la coltivazione del papavero da oppio con la conversione dell’agricoltura per la produzione di prodotti alimentari. Nella storia dell’Afghanistan l’unico episodio che ha fermato, seppure momentaneamente, la produzione del papavero è stato quando nell’agosto del 2001, immediatamente prima dell’11 settembre, i Talebani hanno imposto la distruzione di tutte le coltivazione di papavero. Un atto apparentemente di buona volontà conseguente alle pressioni esercitate in quel periodo dalle Nazioni Unite. Invece, e con buona probabilità, un’azione a premessa dell’attentato delle Torre Gemelle, attuato per garantire alla ‘nomenclatura Talebana’ un’adeguata protezione da parte dei signori delle aree tribali pakistane nel momento che si sarebbe stata la reazione occidentale all’atto terroristico. Una connivenza che puntualmente si è realizzata e che è tuttora in corso. Distruggendo le coltivazioni, veniva infatti garantito ai commercianti di eroina dislocati nelle aree tribali la possibilità di calmierare i prezzi al minuto sui mercati occidentali, gestendo il rifornimento delle sostanze stupefacenti che, se non alimentato dalle produzioni in corso, sarebbe stato assicurato in regime di monopolio unicamente dalle scorte delle raffinerie del papavero da oppio, dislocate in area tribale fra le montagne che a nord-est separano il Pakistan dall’Afghanistan. E’, quindi, difficile condividere l’auspicio politico del Parlamento europeo che dovrebbe portare a gestire su vasta scala un macro-problema come quello della coltivazione del papavero, peraltro radicato su un in territorio immenso, difficilmente percorribile e controllabile come quello afgano. Nemmeno le forze multinazionali della Nato riescono oggi a ottenere i risultati auspicati. In Afghanistan nel 2006, nonostante la presenza militare della Nato, nonostante la maggiore dislocazione sul territorio di osservatori internazionali a vario titolo e l’aumento dei funzionari delle Nazioni Unite dell’ufficio Undoc, la produzione del papavero da oppio ha raggiunto e superato le ottomila tonnellate, sufficienti a soddisfare il 90% dei consumi mondiali di eroina. Le coltivazioni sono concentrate nel sud del Paese, in particolare nelle province di Helmand e Kandahar, province nelle quali il controllo del governo è collassato sotto il peso della guerriglia che vive protetta dai trafficanti di droga, dai criminali comuni e dalla corruzione dei governanti locali. Anche in altre province, come quella di Badakhshan (nel nord-est), l'incremento delle coltivazioni è aumentato nello stesso periodo: logica conseguenza dell'avidità di funzionari governativi e dell'arroganza dei signori della guerra. Documenti ufficiali di Undoc riportano che i tre miliardi di dollari che il Paese genera illegalmente attraverso la droga equivalgono al 'Piano Marshall' che l'Afghanistan si è inventato. Risorse economiche assicurate da un fenomeno di vastissime proporzioni, che non può essere affrontato solo sul piano teorico, affidandosi a invenzioni politiche che la realtà contingente porta a considerare quanto meno azzardate. Un esempio fra tutti: in Afghanistan, dove oggi si è smesso di produrre oppio (come nella regione di Balkh ai confini nord dell’Afghanistan con l’Uzbekistan e il Tajikistan) è raddoppiata la produzione della marijuana, hashish e loro derivati, nonostante che la Provincia abbia ottenuto consistenti aiuti intenzionali, con lo scopo di far convertire le piantagioni di papavero in coltivazioni agricole per scopi alimentari. Le sostanze stupefacenti che invadono il mercato occidentale e quello americano in particolare, sono, infatti, molto più remunerative degli ortaggi o del grano. La maggior parte proviene dalle coltivazioni di marijuana dell’Afghanistan e della Somalia e dalla produzione di cocaina in Colombia, assicurando enormi interessi economici che in larga misura sono destinati a finanziare anche e soprattutto gruppi eversivi. In Italia la scorsa settimana è stata svolta una imponente operazione anti droga (per lo più di provenienza afgana), gestita da una banda di malviventi italiani ed extra comunitari. Per quanto noto, è emerso che una larga percentuale dei proventi illegali erano destinati a finanziare cellule terroristiche dormienti. In una recente conferenza internazionale svolta a Madrid l’8 maggio 2007, Karen Tandy, dell’Agenzia americana per la lotta alla droga (Dea) ha informato che la connessione fra droga e terrorismo è reale e sempre più in crescita. In Afghanistan i trafficanti di droga stringono sempre di più alleanze con cellule eversive. Tandy ha anche riferito che i magistrati spagnoli hanno accertato che i 29 cittadini marocchini indagati per le bombe sui treni a Madrid avevano acquistato gli esplosivi con i proventi dello spaccio di hashish. In questo contesto, ha sollecitato tutti i Paesi a condividere sempre di più le informazioni sul traffico della droga che ogni anno sui mercati internazionali ha un valore di circa 322 miliardi di dollari. Non si può che concludere esprimendo un dubbio. Forse l’invito del Parlamento europeo agli Stati membri deriva da sollecitazioni emotive piuttosto che da un’attenta analisi della situazione contingente e ha indotto a proporre soluzioni apparentemente risolutive di un problema di grandi dimensioni, ma che di fatto potrebbero avere una ricaduta assolutamente negativa sulla sicurezza internazionale e sulla stabilità dell’Afghanistan e dell’intera area del centro Asia. E’ pericoloso, invece, pensare di attuare provvedimenti finalizzati al semplice contenimento del fenomeno riducendone le dimensioni a favore di commerci leciti, quando nel tempo mai nessuna iniziativa politica, economica o militare è riuscita a raggiungere lo scopo. Si potrebbe correre il rischio che la situazione sfugga di mano, con conseguenze gravissime anche per la lotta al terrorismo e danneggiare irrimediabilmente anche l’Afghanistan. Non a caso lo stesso presidente afgano Hamid Karzai vede nelle coltivazioni di droga in Afghanistan un pericolo sovrastante, che recentemente lo ha portato ad affermare: "O l'Afghanistan distrugge l'oppio o l'oppio distruggerà l'Afghanistan". La soluzione, quindi, non può essere che radicale. Le piantagioni di papavero, quelle di marijuana e hashish devono essere distrutte e deve essere coinvolto il governo di Kabul perché il territorio afgano sia utilizzato unicamente per la produzione di generi alimentari. Solo in questo modo, ed escludendo qualsiasi altra soluzione mediata, si potrà sperare che nel medio termine sia azzerata - o almeno ridotta - una delle maggiori risorse economiche del terrorismo internazionale e sia annullata ogni possibile forma di ‘terrorismo bianco’ portato avanti attraverso un continuo e consistente rifornimento di sostanze stupefacenti a favore delle nuove generazioni del mondo occidentale.
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