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| Anno 2007 | |
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Kamal Habib, analista esperto di Islam radicale e di terrorismo, in passato uno dei leader dell'organizzazione egiziana fondamentalista al-Jihad, ha recentemente rilasciato un’intervista alla televisione araba al-Jazeera, ripresa da molti quotidiani italiani e diffusa su Internet, nella quale parla, fra l’altro, di un possibile ‘divorzio’ fra Osama bin Laden e il suo fedelissimo braccio operativo Ayman al-Zawahri.
Il medico egiziano e lo sceicco saudita, fino a oggi considerati coppia indissolubile, coesa da anni di militanza comune e di latitanza, forse stanno imboccando strade diverse. Capi carismatici a cui guardano con attenzione e rispetto le migliaia di cellule dormienti di al-Qaeda sparse nel mondo, pronte ad entrare in azione ricevendo un messaggio in codice contenuto nelle dichiarazioni divulgate da costoro attraverso le varie reti televisive. La notizia di questo possibile divorzio potrebbe essere significativa e dovrebbe, quindi, essere valutata con attenzione, anche collegandola ai concomitanti e recenti avvenimenti in Pakistan. Nell'ultimo messaggio audio diffuso via Internet, il medico egiziano esordisce assumendo posizioni decise, esortando i mussulmani del Maghreb “culla della resistenza della guerra santa” a lanciare la "jihad" contro gli interessi degli Stati Uniti, Francia e Spagna nei Paesi dell'Africa del Nord. Al-Zawahiri annuncia anche l'adesione ad al-Qaeda di un gruppo libico, per concorrere a questa nuova ventata terroristica che avrebbe lo scopo di liberare le terre islamiche “dagli schiavi di americani, francesi e spagnoli”. Un chiaro riferimento ai governanti del mondo mussulmano schierati con l’Occidente. Il proclama di al-Zawahiri è però in contrasto e divergente da una recente e quasi contemporanea uscita mediatica di Osama, diffusa dalla stessa rete televisiva. Lo sceicco, per la prima volta dopo l’11 settembre, si è praticamente dissociato dagli "errori" commessi dai miliziani di al-Qaeda in Iraq, in particolare quelli che hanno provocato alla morte di civili innocenti, per lo più sciiti. Un pronunciamento di condanna che spinge a pensare che bin Laden stia tornando sulle sue precedenti posizioni politiche, che lo vedevano fautore di una “santa alleanza” con il Gruppo della Jihad Egiziana nel 1996. Un approccio più congeniale alla sua natura di uomo 'moderato e di centro' caratterizzato da una posizione molto vicina al pensiero salafita classico. Forse un tentativo di riavvicinamento del capo di al-Qaeda agli Ulema sauditi da cui si era bruscamente separato. Questo ultimo messaggio di bin Laden potrebbe quindi dimostrare l’intenzione dello sceicco saudita di procedere a un cambiamento del proprio approccio ideologico e politico, collocandosi su posizioni ideologiche e politiche molto divergenti rispetto a quelle di al-Zawahiri. Se così fosse, le divergenze fra Osama ed Ayman, apparentemente inaspettate, invece precedono e nello stesso tempo si sovrappongono ad episodi significativi che ormai da qualche mese sconvolgono il Pakistan, regione del centro Asia spesso sottovalutata, ma invece rilevante per gli equilibri mondiali. Episodi gravi, come quanto avvenuto alla Moschea Rossa di Islamabad, il recentissimo attentato di Karachi con 139 morti coincidente con il rientro nel Paese di Benazir Bhutto e le decisioni repressive poste in atto dal presidente pakistano Parvez Musharraf. Un Musharraf che potrebbe far parte dei governanti del mondo islamico definiti da al-Zawahiri come “schiavi dell’Occidente”. Un segnale da non sottovalutare e che vede coinvolti molti di coloro che in passato hanno fatto parte della stessa cordata che negli anni 90 aveva favorito l’avvento dei Talebani. In questo contesto, se ci fosse il rischio di un ‘talebanizzazione’ del Pakistan, come sembra essere, il ruolo di al-Zawahri potrebbe essere rilevante. Il medico egiziano potrebbe avere, infatti, riattivato i vecchi collegamenti con esponenti dell’intelligence pakistana (Isi), gli stessi che negli anni 90 giocarono un ruolo determinante per l’affermazione dei Talebani in Afghanistan. Talebani che, di fatto, furono una emanazione della casta militare fondamentalista pakistana, impegnata in un più ampio e dichiarato disegno politico finalizzato a rafforzare la zone d’influenza regionale di Islamabad. La stessa Bhutto, subito dopo l’attentato a Karachi ha dichiarato che gli organizzatori dell’attentato erano “presumibilmente personaggi vicini all’ex dittatore pakistano Zia e che oggi sono dietro l’estremismo ed al fanatismo”. Quello Zia ul Haq che nel 1977 con un colpo di Stato aveva deposto Bhutto, padre della Benazir e lo aveva fatto giustiziare nel 1979 a Rawalpindi, capitale storica del Pakistan. Zia, dittatore del Pakistan fino al 1988 quando venne ucciso in un attentato e dalla cui azione di governo ha trovato origine l’attuale struttura e gerarchia politica e militare pakistana, compreso Parwez Musharraf arrivato alla presidenza del Paese dopo avere deposto la Benazir otto anni orsono. Una classe politica che in quegli anni - applicando le teorie di Abu Ala al Mawdudi, uno dei più radicali e noti teologi del fondamentalismo islamico del Novecento - impose al Pakistan riforme integraliste fra cui una legge contro la blasfemia che condanna a morte chiunque offenda il Profeta e il Corano o il cristiano che affermi “Cristo è figlio di Dio”. Una struttura politica e militare da cui ha trovato origine l’attuale classe dirigente pakistana e i vertici dell’Isi pakistano. Una realtà che, se analizzata congiuntamente a quanto nel tempo è avvenuto in Pakistan a partire dagli anni 90, aiuta forse a capire perché Osama non sia stato mai catturato e a giustificare questo suo cambiamento politico. Un Osama sicuramente preoccupato dalle vicende della Moschea Rossa di Islamabad e dalle decine di vittime di etnia sciita per gli attentati di Karachi e per quelli avvenuti nel Waziristan, regione del Pakistan ai confini con l’Afghanistan che ospita le Aree Tribali, dove con ogni probabilità si sono rifugiati dopo l’11 settembre Osama bin Laden e Ayman al-Zawahiri. Se l’ipotizzata separazione fra i due vertici di al-Qaeda avverrà, è iniziata una nuova fase che deve essere attentamente e costantemente monitorata. La situazione potrebbe incidere in maniera pericolosissima sulla sicurezza e la stabilità internazionale, provocando un improvviso scossone alla stabilità che potrebbe partire da una implosione violenta del Pakistan, forse non lontana. Inoltre, le cellule terroristiche di al-Qaeda sparse nel mondo potrebbero entrare in azione improvvisamente per possibili errate interpretazioni dei messaggi lanciati al mondo attraverso le discordanti dichiarazioni dello sceicco saudita e del medico egiziano.
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