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| Anno 2007 | |
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Nel 2006 il presidente del Pakistan Pervez Musharraf ha improvvisamente sospeso le azioni militari nelle Aree Tribali al confine con l’Afghanistan in cambio dell’impegno dei Signori della guerra di non ospitare più stranieri e di non continuare ad agevolare i membri di al-Qaeda rifugiati e protetti in quelle regioni.
Un tentativo, quello di Musharraf, di aprire un negoziato con il Mullah Omar e con la principale componente della nomenclatura di al-Qaeda e per contenere il rischio di una strisciante affermazione del fondamentalismo in Pakistan, processo iniziato subito dopo l’inizio della guerra contro i Talebani e che si è sviluppato nel tempo attraverso significativi attentati, fino all’episodio della Moschea Rossa. La realtà attuale, però, sta vanificando questo sforzo. Il fenomeno talebano in Pakistan, infatti, invece di diminuire si sta allargando e ha ormai superato la fascia storica delle Aree Tribali ben oltre il Waziristan. A Karachi e a Peshawar il potere dei Mullah cresce giorno dopo giorno. I segnali che arrivano sono molteplici e in parte vanno di pari passo con quanto avviene in Afghanistan, in particolare a nord del Paese dove nella Provincia di Faryab è in corso una consistente riorganizzazione dei Talebani. Anche in Pakistan il fenomeno è emergente anche in aree finora non caratterizzate da posizioni religiose estremiste, come la splendida e pittoresca Swat Valley. Qui, nel villaggio di Matta è comparso improvvisamente un cartello: Taliban Station. La stessa cosa è accaduta nel villaggio di Kabal e in altri nove dei 12 distretti della Swat Valley che fino ad ora era stata un’oasi naturale a solo 100 chilometri dalla capitale Islamabad. Non solo tabelle, ma anche un incremento notevole nelle strade di donne che indossano il burca e di uomini che si lasciano crescere la barba. Scene molto simili a quanto avvenuto a Kabul all’inizio degli anni 90. Sicuramente in Pakistan sono in corso cambiamenti che potrebbero caratterizzare un nuovo processo politico e che non possono e non devono essere sottovalutati se non si vuole correre il rischio di lasciarsi sfuggire di mano la lotta contro il terrorismo internazionale, che ha trovato origine proprio in Pakistan con un ruolo determinante del presidente Musharraf. Una situazione già vissuta alla fine degli anni 80, quando l’intelligence pakistano (ISI) e la CIA favorirono la resistenza afgana contro l’invasore sovietico agevolando indirettamente l’avvento al potere dei Talebani. Il Pakistan, peraltro, ha sempre guardato favorevolmente l’approccio islamico interpretato sul rispetto di regole precise. Non si deve dimenticare che a Peshawar esiste una delle più grandi e importanti università islamiche dopo quella del Cairo e che le tradizioni religiose pakistane hanno portato a definire il Paese come "entità islamica basata su un approccio religioso di stile saudita infarcito di cultura indiana”. Una definizione riaffermata anche di recente da esponenti pasthum che vivono nelle Aree Tribali pakistane, teatro anche di recenti scontri armati con centinaia di morti. Un’area geografica che la storia ha sempre indicato come a rischio. Quella Fata (Federally administered tribal areas), dove nel Waziristan del Sud un ex talebano, il Signore della guerra Mullah Nazir ha recentemente tentato di cacciare con la forza diverse decine di rifugiati afgani di etnia uzbeca, aprendo il territorio da lui controllato all’Esercito pakistano e ai Talebani. Una decisione che viene percepita dalla popolazione pakistana della Fata come un tradimento delle antiche regole che fino ad ora avevano tenuta lontana Islamabad da quei territori e che dimostra una certa apertura ai Talebani, che trovano terreno fertile anche per affermare e consolidare nuove alleanze militari, come quella un corso fra i Pasthun e i combattenti Pathan, etnia di antiche tradizioni belliche. Una situazione che è destinata a rafforzare il potere dei Talebani e dei mullah a discapito dei malik, gli antichi amministratori della Fata, mediatori per eccellenza con il Governo centrale di Islamabad. E’ possibile, quindi, un’insurrezione estremista che, se esplodesse, difficilmente potrebbe essere affrontata dall’Esercito pakistano, carente in equipaggiamenti e in expertise specifica per sviluppare azioni antiterroristiche e di guerriglia. L’Esercito sta, comunque, tentando di riprendere il controllo della Swat Valley e di respingere i talebani verso i loro rifugi di montagna, lontano dalla popolazione locale, ma il successo non sembra facile né rapido. Il soldato pakistano è preparato ad affrontare i campi di battaglia più tradizionali, ma difficilmente è in grado di sostenere a lungo attività di contro guerriglia. La situazione non è sicuramente facile e potrebbe sfuggire di mano. Se il Pakistan sprofondasse nel caos con ogni probabilità il fuoco che cova sotto le ceneri in Afghanistan si trasformerebbe in un rogo in grado di innescare incendi lontani, coinvolgendo tutto il Centro Asia ed estendendosi a occidente, con grave pericolo per la sicurezza internazionale. I primi scontri avvenuti in Pakistan dopo la presa di posizione del presidente Musharraf e il repentino peggioramento delle condizioni di sicurezza e libertà per le minoranze cristiane nel Paese, inducono a pensare che sia già in corso una ripresa delle posizioni talebane ‘sponsorizzata’ proprio da quelle componenti politiche e militari favorevoli al presidente e rappresentate dai vertici dell’ISI del lontano 1989, che aiutarono l’insediamento dei Talebani. Peraltro, molti in Afghanistan e Pakistan vedrebbero favorevolmente una dichiarazione di indipendenza pakistana / afgana, che renderebbe i due Paesi alleati contro possibili espansioni dell’influenza iraniana e nei confronti dell’Occidente. Un’aspirazione che, però, potrebbe diventare concreta solo se preceduta e accompagnata da nuove concessioni agli studenti islamici e che potrebbe sfociare nella creazione di un vero e proprio Emirato islamico, collocato a cavallo del confine fra Afghanistan e Pakistan, in quelle Aree Tribali in cui hanno sempre trovato origine i più importanti episodi storici che hanno coinvolto i due Paesi. Un Califfato moderno ubicato in un’area strategicamente sensibile, dove sicuramente non sarà proibito ascoltare musica, ma dove l’applicazione delle Legge coranica sarà rigida e forse anche caratterizzata da momenti di fondamentalismo religioso. Sul lato afgano l’etnia Pasthum, su quello pakistano i Signori della guerra, per lo più anche essi pasthum, ago della bilancia nella lotta contro al-Qaeda e forse anche in quella al terrorismo internazionale. Qualcosa sta già avvenendo specialmente nel Warziristyan e nelle aree tribali ad est, dove la popolazione si sta riorganizzando sul piano politico e nel controllo del territorio e dove le madrasse stanno riaffermando il loro ruolo, dopo un periodo di relativo oscurantismo. In questo contesto, un Pakistan senza una guida potrebbe rappresentare una meta per l’espansione fondamentalista che potrebbe raggiungere anche i confini dell’India approfittando anche dell’eterna crisi che caratterizza il Kashmir. Peraltro, come è possibile leggere su note di stampa locali, lo stesso governo centrale pakistano sta in qualche modo concedendo nuovo spazio alle intransigenze fondamentalista locali, legate con un perenne cordone ombelicale a quelle afgane. Un esempio fra tutti. Maulana Sufi Muhammad, un insegnante religioso che fondò negli anni 90 il Tehrik Nifaz Shariat-e-Muhammaidi (Movimento per il rafforzamento della legge islamica - Tnsm), nel 2002, dopo che il Tnsm fu proibito, Maulana fu rinchiuso in prigione. Ora il governo ha rilasciato Muhammad con la speranza che possa concorrere a mantenere calma la situazione. Uno sforzo politico che sembra accompagnare la campagna militare e che, comunque, potrebbe rinvigorire la legge islamica della Sharia. Non a caso, un analista afgano ha affermato recentemente che il nazionalismo dei Pasthum potrebbe rappresentare il baluardo più efficace contro ogni forma di separatismo ma nello stesso tempo potrebbe favorire il radicarsi di un fondamentalismo esteso nella Regione. Un processo che favorirebbe l’antica aspirazione di ricongiungimento dei Pasthum pakistani e afghani, annullando il separatismo creato nel 1893 con quella che viene ancora ricordata come ‘la linea di confine di Durand’. Anche un famoso professore della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Kabul – Moahammed Ismael Yoon – ha definito recentemente la crisi pakistana come una delle peggiori. Forse una delle più difficili da gestire, fra quelle che hanno caratterizzato gli ultimi 60 anni di storia del Pakistan. Yoon ha anche espresso la preoccupazione che, in questo contesto di instabilità politica, gli armamenti nucleari del Pakistan possano arrivare agli estremisti politici che gestiscono da sempre l’economia afgana con traffici commerciali illeciti che passano attraverso il territorio pakistano. Una situazione, questa, che renderebbe il Pakistan molto più debole e faciliterebbe l’affrancamento delle fazioni talebane nel Paese, specialmente quelle ancora operative nel sud dell’Afghanistan, a ridosso delle città pakistane di Quetta e Peshawar, da sempre aree strategiche da dove è possibile raggiungere facilmente la capitale pakistana Islamabad, quella afgana Kabul e Kandahar centro nevralgico in Afghanistan per le forze residue talebane.
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