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| Anno 2007 | |
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29 novembre 2007, il Magazine del Corriere della Sera torna a trattare l’argomento ‘uranio impoverito’ (DU) con una inchiesta: “Uranio impoverito, viaggio nel girone dei dannati in divisa”. L’inchiesta comprende anche una intervista a un fisico nucleare intitolata: ‘Il dubbio: e se fosse bastata una mascherina?”.
Ho letto con attenzione lo scritto perché interessato da tempo alla materia come esperto di bonifica di ordigni bellici non esplosi e per motivi di carattere personale. Al termine della lettura dalla quale auspicavo di ricavare ulteriori elementi di conoscenza, sono stato invece pervaso da amarezza. Il dispiacere di dover leggere a distanza di anni che sono stati fatti pochi passi avanti in particolare per garantire un minimo di protezione al personale in attività a rischio. Si seguita, invece, a disquisire sulle origini del problema e sulle ipotesi degli effetti. Un disagio che proverebbe chiunque leggesse l’articolo dopo più di sei anni da quando ha iniziato a impegnarsi ad analizzare il problema dell’uranio impoverito, tentando di proporre suggerimenti, più o meno condivisibili, ma che forse - nell’interesse dello Stato e della comunità - sarebbe stato opportuno valutare in quanto riferiti a un rilevante macroproblema. Nel gennaio 2001, infatti, l’agenzia Ansa pubblicò una mia intervista in materia di DU. Sulla scia dei contenuti dell’agenzia, quotidiani e televisioni parlarono dei pericoli del DU attraverso interviste a “un certo generale in pensione”. Da quel momento continuai a esprimere serenamente le mie convinzioni, difendendo in assoluta trasparenza posizioni talvolta diverse e anche in contrasto con quelle di altri e più accreditati professionisti che in quel periodo si stavano occupando della materia. Ho sempre risposto esprimendo un parere avulso da qualsiasi condizionamento critico, ma sicuramente sollecitato dal proposito di cercare di aiutare a capire. Ho sempre difeso la tesi che l’impiego di munizionamento al DU, con esclusione di situazioni particolarissime e di puro combattimento, forse comportava rischi connessi al tasso di tossicità a livello chimico (da metalli pesanti) indotta dal materiale specifico anche con un possibile “ruolo catalizzante”, piuttosto che dall’emissione radioattiva dello stesso. Una trasparenza che mi ha anche spinto a pubblicare su Internet queste mie valutazioni, affidando alla “rete” alcune pagine di analisi del problema. Nel febbraio del 2004, venuto a conoscenza di ulteriori elementi connessi al problema del DU e spinto da rilevanti sollecitazioni di altra natura, ho deciso di esplicitare i miei dubbi e le mie convinzioni ai massimi livelli istituzionali. Ho, quindi, inviato una nota tecnica al massimo vertice dell’epoca dell’Esercito, sviluppando una sintetica analisi del problema e concludendo il documento con modestissimi consigli tra cui quello di far indossare mascherine anti-polvere a soggetti a rischio come gli addetti alla bonifica e avviare sperimentazioni tecniche per accertare il possibile effetto ‘stimolante’ del DU sulla produzione delle polveri sottili di metalli pesanti, comunque generalmente presenti in zona di operazioni o in aree addestrative. Nel dicembre dello stesso anno, Pagine di Difesa ha pubblicato un mio articolo (Uranio impoverito, una questione ancora da chiarire) nel quale, dopo aver sviluppato un’analisi abbastanza dettagliata del problema, concludevo proponendo la mia convinzione sull’opportunità di far indossare maschere anti polvere per ridurre i possibili effetti pericolosi. Nel maggio 2006, ascoltato in un’audizione del ministero della Salute (Dipartimento della prevenzione e della comunicazione, Direzione generale della prevenzione sanitaria, Ufficio IX), ho consegnato una relazione nella quale sottolineavo i problemi di inquinamento chimico piuttosto che radioattivo e riproponevo la mascherina anti-polvere. Oggi, a distanza di quasi sette anni dal gennaio del 2001, il Corriere della Sera ritorna a trattare di DU. Fa male leggere ancora e solo ipotesi come se il tempo si fosse fermato. Per quanto dato di capire dalla lettura della inchiesta, non sono stati fatti passi avanti, anche semplici approfondimenti delle diverse ipotesi che si sono succedute nel tempo. Si preferisce, invece, mantenere viva la dialettica basata sui pareri diversi e contrastanti, sicuramente destinata a favorire ulteriori ritardi decisionali, a totale discapito di qualsiasi decisione concreta. Una situazione sicuramente non esaltante, che istintivamente mi spingerebbe a formulare commenti di varia natura. Non voglio, però, smentirmi e rischiare di essere coinvolto in una sterile e poco costruttiva polemica. Forse, una volta per tutte, sarebbe il caso di decidere di fare indossare mascherine anti-polvere ai soggetti a rischio, in particolare a coloro che sono addetti alla bonifica, di prevedere la distruzione di ordigni bellici non esplosi ‘per volate di materiale omogeneo’ e con limitata quantità di ordigni alla volta e infine di avviare simulazioni sperimentali in poligoni attrezzati per cercare di raccogliere dati sistematici reali riferiti al ruolo giocato dal DU e non ricavati, invece, sulla base solo di ipotesi, molto spesso di parte.
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