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| Anno 2007 | |
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Parlare di guerra è sempre difficile. Non a caso tutte le missioni dei contingenti italiani all’estero sono sotto il grande cappello delle Peace Support Operations, operazioni in supporto della pace. L’attuale polemica sullo scudo spaziale americano, per la sicurezza e la democrazia, fa riflettere su quanto il tema sia complesso e sfaccettato. Uno degli aspetti interessanti dell’argomento, se pur molto specifico, è il dibattito circa le relazioni tra guerra ed economia. In buona sostanza, la domanda sui cui ci si interroga è se convenga o meno investire e utilizzare risorse pubbliche per investimenti riguardanti la difesa e quali siano gli effetti delle spese militari sulla crescita economica.
Molti economisti si sono confrontati sul tema guerra ed economia tuttavia la teoria economica non è ancora riuscita a dare una risposta concorde. Adam Smith, padre del pensiero economico, riteneva che le spese che per gli armamenti e per la guerra fossero un peso per le casse statali ma che erano, di fatto, necessarie per assicurare sicurezza e stabilità favorendo così i processi di crescita economica. James B. Say affermava che erano spese completamente inutili, un fardello per l'economia, per Malthus era esattamente il contrario dato che provocavano un aumento della ricchezza e dell'occupazione. John M. Keynes le ha ritenute alla stregua di una qualsiasi altra spesa pubblica e quindi utili a risolvere i problemi di sovrapproduzione e a stabilizzare l'economia nei momenti di crisi. In pratica, ancora oggi, manca una visione comune e soprattutto studi empirici, econometrici, che spieghino le relazioni tra spese di guerra ed economia, certo è che le variabili da considerare sarebbero molteplici. Volendo essere molto sintetici e schematici, uno Stato finanzia la guerra essenzialmente in tre modi: aumentando le tasse, indebitandosi, stampando moneta. In tutti e tre i casi, soprattutto nel lungo periodo, vi sono più svantaggi che vantaggi. Se si aumentano le tasse per favorire il settore industriale della Difesa, si tolgono risorse ad altri settori economici, in genere maggiormente produttivi. Indebitarsi, nel mercato interno ed estero, può essere utile nel breve periodo e nelle fasi di stagnazione economica, ma poi provoca una svalutazione della moneta e un aumento di tassi d'interessi e di conseguenza si generano una lunga serie d'effetti negativi. Battere moneta crea inflazione, soprattutto per i beni militari che, a meno che non si vendano all'estero, sono altamente inflativi dato che, se in eccesso, sono difficilmente assorbibili dalla domanda. Dagli anni 70, quando il presidente americano Nixon, dichiarò la fine del Sistema di Bretton-Woods e della convertibilità oro-dollaro le regole sopra citate non sono più valse per gli Stati Uniti. Dato che si era in un mondo unipolare e che l’unica potenza economica erano gli Usa questi hanno potuto di fatto stampare moneta e indebitarsi senza sperimentare ricadute negative sulla loro economia. Per quanto gli Stati Uniti battessero moneta o si indebitassero nel mercato interno ed estero, al dollaro non è accaduto ciò che accade a un qualsiasi bene, più ce ne è in circolazione più ne diminuisce il valore e la domanda. E’ così che per tutti questi anni agli Usa è convenuto fare la guerra. Grazie a essa hanno potuto espandere la loro influenza nel mondo e rimediare ai problemi di sovrapproduzione e stabilità economica. Come in ogni mercato libero, nel mondo piano piano sono nati competitors degli Usa, si sono affacciati nuovi attori: la Cina, l’India, il Brasile, ma soprattutto l’euro. Per quanto l’Europa sia fragile e piena di criticità, non abbia un potere militare comparabile a quello degli Stati Uniti d’America , l’euro resta tuttavia l’arma più minacciosa. Basti pensare alle reazioni allarmanti che si sono avute alla paventata idea iraniana di creare una borsa del petrolio in euro. Alcuni arrivano a ritenere, con un po’ di fantasia, che sia questo l’unico motivo alla base delle ostilità Usa verso il Governo di Teheran. Una cosa è certa: il dollaro è ancora la moneta più forte, sicura e più usata in tutte le transazioni; euro e yuan iniziano comunque a far paura. Mentre per tutti gli Stati fino a poco tempo fa conveniva avere riserve in dollari per affrontare eventuali crisi ed attacchi alla propria moneta, oggi non è più così. Oggi per gli Usa non è più tanto conveniente battere moneta, indebitarsi, fare la guerra. Se è vero che i molti investimenti fatti durante le epoche di guerra e le spese militari hanno spesso aumentato la crescita economica e favorito la ricerca e l’innovazione anche nel settore civile, è anche vero che tali risultati positivi si sarebbero potuti ottenere anche in economie di pace, se fossero state destinate le stesse quantità di risorse. Negli ultimi anni, soprattutto in Usa, le tecnologie più avanzate derivano dal mondo civile e non più da quello della Difesa. Oggi nessuno è in grado di dire se la guerra faccia più o meno bene all’economia. Dipende sia dal momento sia da chi fa la guerra. Ci sono momenti in cui è opportuno combattere, altri in cui è preferibile fare la pace, altri in cui sarebbe meglio starsene a casa. Certo è che investire in sicurezza, per quanto a volte non sembri vantaggioso, è un presupposto, se non sufficiente, assolutamente necessario per lo sviluppo economico. Le eccezioni vi sono sempre. Il Costa Rica, che da anni, ha eliminato ogni spesa militare per dedicare le risorse a investimenti produttivi e sociali, è la democrazia tra le più stabili di tutta l’America Latina e con i maggiori tassi di sviluppo, anche se ultimamente stanno sorgendo alcuni problemi con i Narcos colombiani. La realtà è che è assai difficile stabilire se le spese militari contribuiscano alla crescita economica ma una cosa è certa: la battaglia tra guerra ed economia l’ha vinta l’Economia. (*) Istituto Italo Latino Americano, frequentatore ISSMI.
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