Anno 2008

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Da Caporetto a Vittorio Veneto (4). Pozzuolo del Friuli

Franco Apicella, 14 aprile 2008

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Una memoria che si accaniva solo a cercare le colpe volle dimenticare o sminuire gli episodi in cui i soldati italiani difesero innanzitutto il loro onore. Quei soldati furono, forse senza saperlo, il seme che avrebbe germogliato sulla riva del Piave. E’ dunque giusto ricordare alcuni di questi fatti, pure rammaricandosi di ometterne altri e di essere rimasti all’oscuro di tutti quelli che – certamente accaduti – non furono mai conosciuti.

Nel primo giorno dell’attacco la 12^ divisione tedesca risaliva da Tolmino la valle dell’Isonzo; già nel pomeriggio sarebbe arrivata a Caporetto. Dopo avere superato Selisce, a metà circa della strada sulla sinistra dell’Isonzo fra Tolmino e Caporetto, il 63° reggimento di fanteria slesiano giunse presso Kamno dove si scontrò con il II battaglione del 147° reggimento di fanteria Caltanissetta comandato dal tenente colonnello Maurizio Piscicelli. Il combattimento fu violentissimo e Piscicelli, rifiutando la resa che gli veniva intimata, cadde su una delle mitragliatrici di cui fino a quel momento aveva diretto il tiro.

Maurizio Piscicelli, dopo una vita trascorsa tra avventure e viaggi in Africa e Asia, era rientrato in Italia allo scoppio della guerra. Gli era stato assegnato il comando di un gruppo squadroni del reggimento Lancieri di Aosta; per essere presente dove più si combatteva - in trincea - chiese di avere il comando di un battaglione di fanteria e ottenne così il reparto alla testa del quale sacrificò la sua vita meritando la medaglia d’oro al valor militare. I superstiti del battaglione di Piscicelli dovettero alla fine ripiegare su una posizione occupata dal 5° squadrone del reggimento Cavalleggeri di Alessandria, mentre ormai il nemico si avvicinava a Caporetto.

Il 25 ottobre un altro piccolo reparto di quello stesso reggimento fu protagonista di una carica a Stupizza, una gola della valle del Natisone, passaggio obbligato sulla rotabile tra Caporetto e Cividale. Il 279° reggimento della brigata Vicenza aveva allestito uno sbarramento ed era necessario avere informazioni sulla consistenza del nemico che da Robic, più a nord, stava tentando di guadagnare la valle. La ricognizione fu affidata a un plotone del 3° squadrone dei Cavalleggeri di Alessandria. In totale 23 cavalleggeri comandati dal tenente Laus cui si unirono volontariamente il capitano Delleani, il tenente Casnati e il maresciallo Randazzo.

Il plotone risalì la strada fino a incontrare una pattuglia nemica; superatala a sciabolate i cavalleggeri si trovarono di fronte al fuoco delle mitragliatrici e riuscirono a individuarne la posizione. Il plotone si fermò solo davanti a uno sbarramento stradale, lasciando sul campo il tenente Laus e altri caduti. Dopo il segnale della ritirata solo il capitano Delleani e quattro cavalleggeri riuscirono a riguadagnare le linee italiane portando le informazioni che avevano acquisito. Più tardi anche il tenente Casnati, rimasto appiedato perché il suo cavallo era stato colpito, poté sottrarsi al fuoco nemico e rientrare con una ferita alla mano destra montando il cavallo del tenente Laus.

E’ normale che le unità di cavalleria siano impiegate a protezione delle retroguardie nelle manovre in ritirata; quello di Stupizza, per quanto minore per la consistenza del reparto che ne fu protagonista, fu uno dei tanti combattimenti di questo genere che continuarono per tutte le giornate della battaglia di Caporetto. Il più noto è quello di Pozzuolo del Friuli, parte di un contesto più ampio in cui operarono la 1^ divisione di cavalleria, la brigata di fanteria Bergamo e reparti bersaglieri ciclisti. L’origine dell’episodio può essere individuata nell’entrata in Udine della 14^ armata austro-tedesca il pomeriggio del 28 ottobre.

Mentre la 14^ armata nel suo settore minacciava i ponti sul Tagliamento, il gruppo di armate Boroevich avanzava più lentamente nella bassa pianura friulana; si era creato un saliente pericoloso da cui la 14^ armata muovendo verso sud avrebbe potuto impedire alla 3^ armata italiana di arrivare al Tagliamento. Anche l’ala destra della 2^ armata italiana, ormai separata dal resto della grande unità, correva lo stesso rischio di aggiramento. In una fase così concitata della battaglia da entrambe le parti furono dati ordini talora contraddittori e non rispondenti alla situazione di cui i comandi avevano solo informazioni parziali e distorte.

Da parte italiana fu ritenuto indispensabile garantire il passaggio del Tagliamento alla 3^ armata; l’ala destra della 2^ armata avrebbe dovuto impedire che il nemico arrivasse ai ponti di Codroipo. La 1^ divisione di cavalleria, richiamata al fronte il giorno 24, il 29 mattina fu posta agli ordini del generale Stefano Lombardi comandante del VI corpo d’armata da cui ricevette il compito di occupare e sistemare a difesa Pasian Schiavonesco (oggi Basiliano, a metà strada circa tra Udine e Codroipo) con la I brigata, Pozzuolo del Friuli con la II brigata e Lumignacco, a sud est di Udine, con due battaglioni bersaglieri ciclisti.

Dopo poche ore il comando della divisione fu assunto dal generale Giacinto Ferrero, responsabile dell’ala destra della 2^ armata; Ferrero confermò in sostanza gli ordini precedenti. Nel frattempo alle 14.30 circa la I brigata si stava avvicinando a Pasian Schiavonesco ma il paese era già occupato dal nemico. La brigata si schierò davanti al torrente Lavia a est dell’abitato di Basagliapenta per sbarrare la strada proveniente da Udine appiedando i suoi reggimenti: Cavalleggeri di Roma sulla sinistra e Cavalleggeri di Monferrato sulla destra.

Le posizioni della brigata furono investite dall’avanguardia della 5^ divisione tedesca intorno alle 15.00. Dopo un violento attacco iniziale, contro una minaccia di aggiramento che si stava profilando da sud, furono fatti rimontare due squadroni di Monferrato e lanciati alla carica, stendardo in testa. Il generale Krafft von Dellmensingen, capo di stato maggiore della 14^ armata, così racconta l’episodio nel suo libro ‘Lo sfondamento dell’Isonzo’: “Giunti davanti a Basagliapenta, si vedono muovere di qui al galoppo tre squadroni nemici (due secondo le fonti italiane, ndr), incuranti della morte, con alla testa il comandante e accanto a lui un frate dal saio grigio. Nel giro di pochi minuti i valorosi cavalieri cadono falciati dalle mitragliatrici, ma Basagliapenta risulta ancora occupata dal nemico, cosicché si dovette procedere alla sua conquista”.

La resistenza della brigata continuò fino alle 17.30 sul Lavia e proseguì nelle fasi di ripiegamento. I due reggimenti, ridotti a poco più di 200 cavalleggeri, si ritirarono in serata su Zompicchia presso Codroipo. Tra i caduti dei Cavalleggeri di Roma meritò la medaglia d’oro al valor militare il capitano Giancarlo Castelbarco Visconti che, seppure ferito, volle restare alla testa del suo squadrone finché fu colpito a morte dopo che per ultimo era rimontato a cavallo all’ordine di ripiegamento.

Lo stendardo dei Cavalleggeri di Monferrato ebbe invece una sorte singolare. Durante l’attacco austriaco venne colpito un deposito munizioni e nella esplosione fu coinvolto il portastendardo con la scorta. Tutti morirono e lo stendardo fu ritenuto bruciato; venne invece ritrovato da un contadino del luogo, Alfonso Flebus, che lo custodì in casa a suo rischio per tutto il periodo della occupazione nemica e lo restituì al reggimento al termine della guerra. Il gesto di Antonio Flebus fu ricompensato con la medaglia di bronzo al valor militare e ricordato da Cesco Tomaselli nelle sue belle pagine de ‘Gli ultimi di Caporetto’.

Mentre la I brigata di cavalleria contrastava la progressione nemica sull’asse Udine-Codroipo, la II brigata entrava alle 17.30 del 29 ottobre nell’abitato di Pozzuolo del Friuli. Il generale Giorgio Emo Capodilista, comandante della brigata, sapeva di avere un compito inequivocabile: occupare Pozzuolo e contrastare l’avanzata del nemico per “proteggere il fianco sinistro dell’ala destra della 2^ armata che retrocede dal Torre al Tagliamento, e ciò in armonia col movimento di ripiegamento che sta effettuando la 3^ armata”. Questa frase dell’ordine n. 727 emanato il 29 ottobre dal comando della 1^ divisione di cavalleria indicava lo scopo da raggiungere: quanto basta a un vero comandante.

La brigata schierò il reggimento Genova Cavalleria a est dell’abitato e il reggimento Lancieri di Novara a ovest. Furono erette barricate per sbarrare le strade di accesso e piazzate le mitragliatrici nei punti critici. In serata pattuglie esploranti furono distaccate verso nord e verso est; una di queste dovette combattere presso Campoformido per liberarsi da una imboscata in cui era caduta. Nella notte il generale Emo Capodilista tenne rapporto ai suoi ufficiali; si dice che abbia concluso con questa frase: “Questo deve essere il nostro camposanto”.

Intanto, presso il comando dell’ala destra della 2^ armata a Mortegliano non era ancora giunta notizia degli scontri sostenuti dalla I brigata di cavalleria. Fu allora concepita una manovra controffensiva per colpire sul fianco la 14^ armata austro-tedesca che si pensava continuasse a muovere verso ovest. Due divisioni italiane rimaste a Palmanova furono poste agli ordini del generale Agostino Ravelli, comandante della 7^ divisione, che con l’ordine n. 5704 esponeva il suo intendimento “di attaccare il nemico su Pozzuolo del Friuli od oltre …”.

Venuto a conoscenza che Pozzuolo era presidiata dalla I brigata di cavalleria, Ravelli alle 04.00 del 30 ottobre modificò gli ordini assegnando alle tre colonne in cui aveva suddiviso le unità a sua disposizione gli obiettivi di Pasian Schiavonesco, Orgnano e Campoformido sulla linea Codroipo-Udine. La colonna di destra, costituita dalla brigata Bergamo, avrebbe dovuto passare per Pozzuolo.

L’idea della controffensiva era stata suggerita dal generale Enrico Caviglia, allora comandante del XXIV corpo d’armata alle dipendenze del generale Ferrero. Così si espresse Caviglia a posteriori riconoscendo la paternità dell’idea: “Adunque, non v’è da essere orgogliosi dell’idea controffensiva. Però nella situazione della mezzanotte del 29 l’idea parve buona. Essa era indipendente dal compito della II brigata di cavalleria, già fissato fin dal pomeriggio del 29; il compito cioè di tenere il punto fermo di Pozzuolo. Quest’idea semplice, chiara e predominante influenzò l’azione della brigata Bergamo”.

Se la situazione nei comandi italiani era comprensibilmente confusa, nel comando della 14^ armata austro-tedesca nasceva il dubbio se continuare nell’avanzata verso ovest superando il Tagliamento nel settore assegnato o se convergere verso sud e prendere alle spalle la 3^ armata italiana prima che potesse arrivare ai ponti a essa assegnati di Codroipo, Madrisio e Latisana. Questa manovra avrebbe comportato l’occupazione di parte del settore d’azione del gruppo di armate Boroevich, la cui avanzata peraltro sembrava procedere a rilento.

Difficoltà nei collegamenti e ripensamenti intervenuti nei diversi comandi contribuirono a creare confusione. Alcune grandi unità della 14^ armata – tra cui la 117^ divisione tedesca - effettuarono la conversione; solo nel pomeriggio del giorno 30, quando gli scontri erano già in atto, arrivò l’ordine di riprendere la direzione di attacco iniziale verso ovest. L’ala destra del gruppo di armate Boroevich nel frattempo era avanzata più di quanto si pensasse, creando così nello stesso settore una sovrapposizione di unità tedesche e austro-ungariche difficile da gestire, ma al tempo stesso pericolosa per le unità italiane investite da forze molto superiori al previsto.

All’alba del giorno 30 due pattuglie distaccate da Pozzuolo del Friuli verso nord dal reggimento Genova Cavalleria sostennero i primi scontri col nemico. Durante la mattinata il comandante della brigata ottenne in rinforzo un battaglione bersaglieri, che tuttavia non arrivò a Pozzuolo perché coinvolto in uno scontro nella marcia di avvicinamento. Le prime avanguardie nemiche della 117^ divisione tedesca provenienti da Terenzano (nord est di Pozzuolo) furono respinte verso le 11.00 dal fuoco di una sezione mitraglieri.

Verso mezzogiorno arrivò a Pozzuolo la brigata Bergamo al termine di una marcia di cinque ore sotto la pioggia. Il comandante della Bergamo colonnello brigadiere Pietro Balbi, dopo un colloquio con il generale Emo Capodilista, decise in base agli ordini ricevuti di fare proseguire il grosso dei suoi reparti verso Carpeneto, pochi chilometri a nord ovest, mantenendo il suo comando e un battaglione in riserva a Pozzuolo. Intorno alle 14.00 i reparti della brigata Bergamo, appena usciti dall’abitato, furono attaccati da unità della 5^ divisione tedesca e si dovettero sistemare a difesa su posizioni a nord ovest del centro abitato.

Nel settore affidato a Genova Cavalleria il nemico intorno alle 12.00 continuò a premere dalla direzione di Terenzano ma fu respinto anche con assalti alla baionetta. A un successivo tentativo di aggiramento da sud il comandante della brigata ordinò “al comandante del Reggimento Lancieri di Novara di far uscire uno squadrone a cavallo per caricare, e tale compito è brillantemente assolto dal 4° squadrone (cap. Sezanne), il quale mette in fuga dei nuclei avversari, che ripiegano su Terenzano falciati dalle nostre mitragliatrici” (relazione del generale Emo Capodilista).

Alle 14.00 l’attacco su Pozzuolo si intensificò con l’afflusso di numerose unità della 60^ divisione di fanteria austriaca che nella sua avanzata verso est venne ad affiancarsi alla 117^ tedesca. L’attacco in forze causò gravi perdite; il tenente Carlo Castelnuovo delle Lanze di Genova Cavalleria rimase ferito a morte al comando della sua sezione mitragliatrici. Fu decorato di medaglia d’oro al valor militare. Le difese agli ingressi di Pozzuolo furono mantenute fino alle 16.30 quando fu superata la barricata che impediva l’accesso da Terenzano. I nuclei nemici infiltratisi nel paese furono caricati ancora una volta dallo squadrone del capitano Giannino Sezanne.

Alcuni abitanti di Pozzuolo parteciparono al combattimento soccorrendo i feriti o addirittura sostituendosi a essi sulle barricate; la situazione tuttavia precipitò intorno alle 17.30 quando il nemico riuscì a piazzare mitragliatrici in alcune case dell’abitato. “In tale situazione, dopo 8 ore di continuo combattimento, e quando ogni ulteriore resistenza sarebbe stata vana, do l’ordine ai Reggimenti di rimontare a cavallo e di ripiegare su S. Maria di Sclaunicco, aprendosi un varco in qualunque modo ed a qualunque costo” (relazione del generale Emo Capodilista).

Il generale Emo Capodilista in testa a reparti superstiti della sua brigata riuscì a raggiungere S. Maria di Sclaunicco intorno alle 18.30. Ultimo a rompere l’accerchiamento fu il 4° squadrone di Genova Cavalleria; il suo comandante, capitano Ettore Laiolo, ritornò sui suoi passi per un’ultima carica dove trovò la morte. La motivazione della medaglia d’oro al valor militare riporta la frase che in quel momento rivolse ai suoi dragoni: “Giovanotti, parla ‘Genova’, il 4° squadrone non scappa, ma si calca l’elmetto in testa e galoppa!”.

Il generale Krafft von Dellmensingen così scrive sull’epilogo del combattimento: “Valorosamente difeso, l’abitato cadde soltanto alle 19, con la cattura di 500 italiani, fra i quali si trovava un comando brigata. Nella battaglia si erano inseriti anche reparti della X brigata da montagna austro-ungarica, appartenente alla 60^ divisione, giunti da est e penetrati lateralmente nel settore operativo della 117^ divisione”.

Il comando brigata cui si riferisce von Dellmensingen era quello della brigata Bergamo che si trovava a Pozzuolo dove venne fatto prigioniero il colonnello brigadiere Balbi con il suo aiutante di campo. Uno dei reparti schierati a nord ovest fu fatto avanzare nel tentativo di entrare nell’abitato ma ne fu impedito dal fuoco delle mitragliatrici. I resti della brigata Bergamo ripiegarono su S. Maria di Sclaunicco, lasciando tuttavia molti prigionieri. Solo in serata arrivarono gli ordini del generale Ravelli per il ripiegamento a ovest del Tagliamento delle tre colonne che erano state impiegate nel tentativo di contrattacco.

La II brigata di cavalleria a Pozzuolo la mattina del 30 ottobre inquadrava nei suoi ranghi 65 ufficiali, 903 sottufficiali e uomini di truppa, 908 cavalli; alla sera rimanevano 34 ufficiali, 467 sottufficiali e uomini di truppa, 528 cavalli. Il 1° novembre il bollettino di guerra italiano a firma del generale Cadorna così menzionò l’episodio di Pozzuolo: “La I e la II divisione di cavalleria, specie i reggimenti ‘Genova’ e ‘Novara’, eroicamente sacrificatisi, e gli aviatori, prodigatisi instancabilmente, meritano soprattutto l’ammirazione e la gratitudine della patria”. Con toni diversi che tuttavia pongono bene in risalto l’importanza dell’azione, sul bollettino tedesco a firma del generale Erich Ludendorff fu scritto: “[Il nemico] su una linea di protezione che dal fiume [Tagliamento] va a Udine, passando per Bertiolo-Pozzuolo-Lavariano, oppose una violenta resistenza per coprire la ritirata della 3^ armata sulla riva destra del Tagliamento”.

Tra gli aviatori caduti in quei giorni il generale Felice Porro così ricorda il sottotenente Veronesi: “Tra i piloti della 78^ squadriglia di Idersko, il sottotenente Veronesi volle ad ogni costo tentare di salvare il proprio apparecchio e partì in volo, nonostante le condizioni atmosferiche assolutamente proibitive; impossibilitato a proseguire per la totale mancanza di visibilità, si infranse con l’apparecchio contro le rocce, trovandovi morte gloriosa”. Retorica certo, morte inutile forse; ma senza uomini come Veronesi, Laiolo, Piscicelli e tanti altri rimasti ignoti Caporetto sarebbe stata solo una vergogna.

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