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| Anno 2008 | |
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Nella notte fra il 30 e il 31 marzo scorso una pattuglia di Unifil (il contingente Onu schierato in Libano) seguiva un automezzo sospetto con rimorchio; bloccata da due veicoli con uomini armati, la pattuglia ha ripiegato. Il fatto è stato reso pubblico il 21 aprile quando Angela Kane, collaboratrice del segretario generale dell’Onu, ha riconosciuto che alla pattuglia di Unifil è stata negata la “libertà di movimento” e che questo è stato il primo episodio del genere dalla fine del 2006. Unifil è schierato in Libano dal 1978 e nell’agosto del 2006, dopo i combattimenti tra Hezbollah e le forze armate israeliane, con la risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza dell’Onu il contingente è stato rinforzato fino a raggiungere la consistenza di circa 12.500 militari che controllano l’aerea tra il fiume Litani e la Blue Line al confine con Israele.
Il segretario generale dell’Onu aveva pubblicato il 20 febbraio scorso un rapporto sugli adempimenti della risoluzione 1701; vi era elencato un certo numero di violazioni che tuttavia poteva essere considerato fisiologico. Le intrusioni nello spazio aereo libanese da parte di velivoli israeliani non sono una novità, come pure gli sconfinamenti di ‘pastori’ libanesi e i lanci sporadici di razzi sul territorio di Israele. L’episodio del 31 marzo sembra invece più preoccupante perché si tratta a tutti gli effetti di una provocazione nei confronti del contingente Unifil. La risoluzione 1701 è stata adottata per fare ritirare le truppe israeliane dal Libano e per fare riguadagnare alle forze armate regolari libanesi il controllo della fascia tra il Litani e il confine con Israele, dove mai si erano avventurate in precedenza perché presidiata da Hezbollah. Secondo la risoluzione, in Libano non dovrebbero essere presenti persone o gruppi armati all’infuori delle forze armate e di sicurezza riconosciute dal governo. Quindi l’ala militare del movimento Hezbollah non avrebbe più ragione di esistere e il disarmo delle sue milizie è di competenza delle forze armate libanesi, assistite da Unifil. Hezbollah ha fatto buon viso a cattiva sorte e dalla metà di agosto 2006 si è ritirata dall’area di responsabilità di Unifil. Sulla riva nord del fiume Litani avrebbe tuttavia stabilito una linea fortificata acquistando fabbricati, insediando comunità sciite (le più vicine al movimento), costruendo con il supporto iraniano una strada di raccordo lungo il fiume. Da quelle posizioni i nuovi razzi forniti a Hezbollah, verosimilmente da Siria e Iran, sarebbero in condizione di colpire obiettivi sui territori israeliani. Queste informazioni erano già state pubblicate nell’agosto 2007 quando lo sceicco Nasrallah, in occasione del primo anniversario della fine della guerra, si era dichiarato pronto a contrastare qualsiasi iniziativa israeliana. Quelle che alcuni mesi fa erano solo minacce verbali di Nasrallah, oggi con l’incidente della pattuglia di Unifil acquistano un tono più preoccupante. Il mandato conferito a Unifil sulla base della risoluzione 1701 fotografava la situazione del momento: Israele si doveva ritirare, Hezbollah doveva essere disarmato, il governo libanese doveva riacquistare il controllo di tutto il territorio nazionale. Unifil ha svolto il suo mandato perché Hezbollah formalmente si è ritirato a nord del Litani e le forze armate libanesi hanno risollevato l’orgoglio nazionale sconfiggendo la scorsa estate le milizie di una nuova formazione terroristica, Fatah al-Islam, insediatasi nel campo profughi di Nahr el Bared. Oggi però il Libano è senza un presidente perché il Parlamento non riesce a riunirsi da alcuni mesi e il prestigio ottenuto dalle forze armate non ha avuto effetti positivi in campo politico. In questa situazione è difficile che Unifil possa fare affidamento sulle forze armate libanesi per impedire eventuali infiltrazioni di Hezbollah nella sua area di responsabilità. Né si può pensare che Israele rimanga inerte di fronte al riaffacciarsi di Hezbollah a sud del Litani. Se la situazione dovesse precipitare Unifil si troverebbe tra due fuochi e con un mandato inadeguato perché ogni azione di prevenzione o dissuasione sarebbe vincolata all’intervento delle forze armate libanesi. Si possono registrare alcuni fatti di diretto interesse per l’Italia: è stato prorogato il mandato dell’attuale comandante di Unifil, il generale Claudio Graziano, già da un anno a capo della missione; il futuro presidente del consiglio ha dichiarato lo scorso 16 aprile che riesaminerà le regole di ingaggio assegnate ai militari italiani impegnati in Unifil; il ministro della Difesa tuttora in carica ha replicato che le regole di ingaggio sono stabilite dall’Onu per tutte le componenti di Unifil; recatosi poi a dare il saluto di commiato ai militari italiani in Libano, lo stesso ministro della Difesa non ha fatto alcun cenno al mandato o alle regole di ingaggio e tanto meno all’episodio più recente di intimidazione da parte di Hezbollah. La nomina di un generale italiano al comando di Unifil era stata oggetto di lunghe trattative soprattutto con la Francia, che solo dopo alcuni mesi accettò l’avvicendamento tra il generale Pellegrini (il precedente comandante francese del contingente) e il generale Graziano. Evidentemente oggi l’incarico di comandante di Unifil non è conteso, forse è considerato scomodo. La dichiarazione del neo eletto presidente del consiglio è venuta prima che si sapesse pubblicamente della provocazione di Hezbollah. Come indicazione in materia di politica di difesa può essere considerata apprezzabile, se è nata da una valutazione complessiva della situazione e non come esternazione a uso di politica interna. La replica del ministro della Difesa è stata ineccepibile; sarebbe stata ancora più credibile se, alla luce di quanto lo stesso ministro sicuramente già conosceva sull’incidente della pattuglia, avesse trovato un seguito nel suo discorso di commiato a Unifil.
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