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| Anno 2008 | |
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L’audizione davanti alla commissione Difesa del Senato del capo di stato maggiore dell’Esercito generale Fabrizio Castagnetti (leggi il resoconto sommario) si è svolta nei giorni 5-6 novembre scorsi, all’indomani della giornata dedicata alle Forze armate sottolineata da un ricco corredo di trasmissioni televisive, cerimonie e mostre. Castagnetti ha fatto una esposizione meticolosa e per certi aspetti preoccupante, come risulta dal resoconto, ma è stato apprezzato dai senatori per le informazioni concrete sulla situazione dell’Esercito. Nelle trasmissioni televisive il ministro della Difesa Ignazio La Russa ha elogiato il ruolo delle Forze armate come presidio di libertà e sicurezza e ha spiegato che gli annunciati tagli di bilancio potranno essere assorbiti senza gravi conseguenze razionalizzando le strutture e ottimizzando l’impiego dei fondi disponibili.
Un aspetto critico sottolineato da Castagnetti è la sostenibilità degli attuali impegni operativi dell’Esercito a fronte di una consistente diminuzione delle risorse destinate all’addestramento del personale. Per il 2009 sarà possibile garantire un adeguato livello di preparazione solo ai contingenti di previsto impiego all’estero; “per tutte le altre unità dell’Esercito non potrà essere svolta alcuna attività preparatoria addestrativa, comprese quelle chiamate a svolgere in patria i compiti discendenti dalle operazioni Strade sicure e Strade pulite", si legge nella relazione. L’addestramento è una componente primaria della sicurezza in operazioni; ha ragione quindi a preoccuparsi il capo di stato maggiore, il quale peraltro suggerisce - sia pure indirettamente - una soluzione alternativa. L’attuale offerta di forze alla Nato, afferma Castagnetti, potrà essere mantenuta solo in presenza di maggiori risorse finanziarie; basta invertire i termini del problema e l’idea di ridurre le offerte all’Alleanza è già pronta. In realtà, oltre ai contributi alla Nato, Castagnetti nella sua esposizione ha ricordato anche molte altre partecipazioni a comandi e formazioni multinazionali, in alcuni casi dettate da esigenze politico-diplomatiche più che operative. Le forbici potrebbero iniziare da lì, prima ancora che dalla Nato. Un’altra situazione di disagio rappresentata da Castagnetti è quella degli alloggi per i militari. Il problema era stato sollevato, forse per pura coincidenza ma in maniera plateale, in una trasmissione cui aveva partecipato il ministro La Russa. Il ministro si era indignato per l’impostazione data al servizio presentato, ma le cifre fornite dal capo di stato maggiore fanno riflettere; il patrimonio di alloggi di cui dispone l’esercito è di “10.227 unità abitative, di cui circa il 34 per cento è occupato da utenti sine titulo e quasi il 25 per cento è in attesa di lavori”. Castagnetti ha precisato che gli alloggi costituiscono un beneficio, non un diritto; ma un terzo degli attuali occupanti fa dell’abuso un proprio diritto di fronte al quale l’impotenza della pubblica amministrazione è palese quasi quanto l’indignazione del ministro La Russa. I toni allarmati di Castagnetti hanno avuto scarsa eco, visto che i media erano alle prese con le celebrazioni del 4 novembre. Il ministro La Russa ha auspicato che la data possa costituire un riferimento di valori condivisi e forse le celebrazioni nelle varie città d’Italia, concluse con il concerto in Piazza del Popolo a Roma, hanno dato questa sensazione. C’è però un’altra sensazione, avvertita solo da pochi con disagio, ma vissuta con compiacimento da molti altri: una sorta di secolarizzazione se non addirittura smilitarizzazione delle Forze armate. Che il soldato sia accettato e apprezzato dalla società è un fatto positivo; ma l’immagine che la società si è fatta del soldato di oggi appare molto diversa da quella dell’uomo “d’armi”. La parola guerra è diventata impronunciabile per la civiltà cosiddetta occidentale; oltre che bandita dal presente, l’idea stessa della guerra viene trasfigurata anche nella memoria. La sua valenza fattuale nello sviluppo degli eventi storici viene ormai confinata agli orrori della morte e della distruzione, mentre altre categorie – politica, economia e morale – sono di volta in volta dissociate dalla guerra come in un processo di decontaminazione. Diceva il senatore Giulio Andreotti in una trasmissione sul 4 novembre che bisognerebbe ricominciare a studiare la storia senza fare riferimento alle guerre. E’ un atteggiamento comprensibile in una civiltà che da poco ha visto terminare un secolo di orrori bellici; ma leggere la storia attraverso le lenti del presente può creare false aspettative. Gli effetti di questa lettura si traducono nel paradigma tanto banale quanto pericoloso del soldato di pace. Oggi l’indice di gradimento delle Forze armate, richiamato anche dal ministro La Russa, è alto solo perché ai militari sono affidate missioni di pace, stentando a specificare che la dizione esatta è supporto alla pace anche attraverso l’uso della forza. Il ruolo di peackeeeper sembra ormai sancito nel futuro delle Forze armate italiane. Bisognerebbe però spiegare perché si lesina sull’addestramento dei soldati mentre si acquistano, come ha ricordato Castagnetti, “settanta obici semoventi d’artiglieria PzH 2000 aventi caratteristiche tecniche d’avanguardia”. Per non parlare della seconda unità porta-aeromobili della marina militare. Non si tratta solo degli interessi dell’industria della Difesa, come verrebbe subito da pensare; forse piuttosto non ci si può fidare del tutto di questa pace tanto proclamata e reclamata. Ma allora andrebbe detto anche in televisione.
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