Anno 2008

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La Nato frena sulla membership di Georgia e Ucraina

Franco Apicella, 9 dicembre 2008

I ministri degli Esteri della Nato riuniti a Bruxelles il 2 e 3 dicembre scorsi si sono espressi sull’ingresso nell’Alleanza di Georgia e Ucraina con questa frase: “Entrambi i Paesi hanno fatto progressi, ma rimane ancora molto lavoro da fare. Pertanto abbiamo deciso di fornire ulteriore assistenza a entrambi nel mettere in atto le riforme necessarie lungo il cammino per diventare membri della Nato”. In occasione del vertice Nato di Bucarest lo scorso aprile i capi di Stato e di governo avevano usato l’espressione “will become members”, apparsa quasi una promessa dietro la quale era evidente il sostegno degli Usa; ma la crisi in Georgia in agosto aveva cambiato radicalmente lo scenario.

La decisione dei ministri degli Esteri è stata anticipata con sorpresa e forse anche disappunto di qualche cancelleria dal segretario di Stato Usa Condoleezza Rice. Prima di partire per Bruxelles in una conferenza stampa il 26 novembre la Rice aveva dichiarato con riferimento a Georgia e Ucraina: “In questo momento non c’è bisogno di alcuna discussione sul Map”. Map sta per Membership action plan, la procedura di ingresso nella Nato adottata nelle più recenti tappe dell’allargamento dell’Alleanza. Proprio in virtù del Map avviato per i loro Paesi i ministri degli Esteri di Albania e Macedonia sono stati presenti a tutte le fasi della riunione in vista di una prossima partecipazione a pieno titolo.

La Rice ha ribadito che l’intendimento di Bucarest – will become members - rimane invariato, ma ha ricordato che altri Paesi, come la Polonia e la repubblica Ceca, sono entrati nell’Alleanza senza passare attraverso il Map. Per Georgia e Ucraina il processo può svolgersi attraverso le due commissioni, Nato-Ucraina e Nato-Georgia, quest’ultima istituita proprio in occasione del vertice di Bucarest e convocata per la prima volta a livello ministri degli Esteri in concomitanza con la riunione del 2 e 3 novembre di Bruxelles.

L’avvio del Map per Georgia e Ucraina era apparso sempre meno probabile nelle ultime settimane, ma la mossa della Rice ha spiazzato il segretario generale della Nato, che fino all’incontro dei ministri aveva evitato di fare qualsiasi anticipazione. Era peraltro evidente che i pareri fossero discordi su questo argomento e forse la Rice ha tolto per tutti le castagne dal fuoco individuando una sorta di terza via che non suona come un rifiuto per i due Paesi interessati ma accontenta al tempo stesso chi valuta il loro ingresso nella Nato quanto meno prematuro. Forse è stato anche un modo di fare capire alla Russia che comunque gli Usa faranno a modo loro; per il momento rinunciano a portare i due Paesi nella Nato, ma possono decidere di farlo quando vogliono.

Il comunicato finale dei ministri degli Esteri è stato frutto di mediazione come in altre occasioni; vi si legge: “Infine, senza pregiudicare ulteriori decisioni che devono essere prese riguardo al Map, nell’ambito della commissione Nato-Georgia e della commissione Nato-Ucraina per aiutare Georgia e Ucraina a progredire nelle loro riforme abbiamo concordato di sviluppare programmi annuali nazionali che dovranno essere esaminati annualmente dagli Alleati”. Prima di questo comunicato il segretario generale Scheffer aveva detto in conferenza stampa: “Non c’è stata alcuna decisione presa dai ministri degli Esteri riguardo al Map, ma non si può dire che il Map sia svanito”.

Con quest’opera di ingegneria diplomatica si è dunque risolto il problema forse più delicato che in questo periodo si trova ad affrontare la Nato. L’allargamento dell’Alleanza si gioca in un triangolo – Unione Europea, Russia e Usa – in cui nessuno si può permettere di perdere la faccia di fronte a fatti evidenti: la posizione di forza della Russia che riafferma il diritto alla sua sfera di influenza, la cronica divisione dell’Unione Europea sui principali temi di politica estera, una nuova politica estera Usa tutta da decifrare cui tuttavia l’amministrazione uscente sembra disposta a preparare il terreno. La Nato non può che prendere atto di queste realtà e trovare la migliore linea di mediazione possibile.

Al problema dell’allargamento si aggiunge l’impegno in Afghanistan, per il quale è stata coniata una nuova espressione: Support for Enhanced Afghan Leadership and Responsibility. In termini meno diplomatici, si tratta di “afganizzare” il conflitto consentendo così una strategia di disimpegno della Nato. I richiami alle elezioni del prossimo anno in Afghanistan e alla necessità di accrescere gli Omlet (operational mentoring liaison team, nuclei specialistici forniti da Paesi Nato in supporto alle unità afgane) sembrano andare in questa direzione. Nell’immediato il segretario generale ha accolto con favore l’ipotesi che il nuovo presidente Usa invii in Afghanistan un consistente rinforzo di truppe. Sarebbe tuttavia imbarazzante se alla fine si dovesse concludere che la Nato senza gli Usa non riesce a venirne fuori.

Ormai la Nato è proiettata al vertice del prossimo anno in cui celebrerà il suo 60° anniversario. Rimane l’incertezza delle decisioni rinviate, ma forse diversamente non si poteva fare, almeno finché il contenuto stesso del Trattato atlantico non sarà aggiornato alla realtà attuale in cui l’articolo 5 – difesa comune – è insufficiente rispetto a esigenze di sicurezza sempre più complesse ma non sempre condivise allo stesso modo dai vari Paesi. I ministri degli Esteri hanno riconosciuto queste difficoltà e si sono appellati a quanto hanno a portata di mano in termini dottrinali e operativi: “Dobbiamo assicurare la disponibilità di forze che consenta all’Alleanza di condurre la sua intera gamma di missioni, incluse la difesa collettiva e le operazioni di risposta alle crisi, così come previsto dal Concetto strategico della Nato e dalla Comprehensive Political Guidance”.

Accantonata ogni ipotesi di formulare un nuovo Concetto strategico non ci si potranno aspettare grandi novità sul piano politico e dottrinale anche per il prossimo anno; indirettamente lo ha confermato anche Scheffer. A un giornalista che gli chiedeva se al prossimo vertice sarà invitato anche il presidente russo Medvedev il segretario generale ha risposto che “l’intenzione degli alleati è che il 60° anniversario della Nato il prossimo anno in aprile a Strasburgo e Kehl sarà un affare di famiglia”. Una famiglia sempre più grande e sempre più difficile da tenere unita con regole datate.

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