Anno 2008

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Iraq, se gli americani avessero letto Guicciardini

Franco Apicella, 17 dicembre 2008

Mentre era in attesa di una visita lampo del segretario alla Difesa Robert Gates, il generale Ray Odierno comandante delle truppe Usa in Iraq ha detto che i suoi reparti potrebbero rimanere nei centri abitati anche dopo il 30 giugno 2009 per addestrare e assistere le forze di sicurezza irachene. Di recente fra Iraq e Usa è stato firmato un accordo (Sofa: status of forces agreement) che disciplina gli aspetti giuridici e amministrativi relativi alla presenza delle truppe statunitensi in Iraq e ne fissa il ritiro in basi dislocate fuori città il 30 giugno 2009 mentre il loro rimpatrio dovrà avvenire entro il 2011.

Il generale Odierno intende mantenere una sufficiente presenza militare il prossimo anno in cui sono previste elezioni; le prime saranno quelle provinciali a gennaio. “Non dobbiamo fare neppure un passo indietro, perché qui abbiamo fatto grandi progressi” ha affermato il generale, mentre Gates parlando ai soldati ha detto che la data del 2011 sarà rispettata. Il Sofa prevede che le scadenze - 30 giugno 2009 e 2011 - possano essere rinegoziate fra le parti in base alla situazione e offre al governo iracheno la possibilità di sottoporre l’accordo a referendum popolare.

Il Sofa, come già commentato da Claudio Buzzi (Iraq, firma del Sofa con gli Stati Uniti), pone ripetutamente l’accento sulla sovranità dell’Iraq e inserisce la presenza militare Usa entro un quadro di legittimità avallata anche dal governo di Bagdad. L’accordo è stato raggiunto in maniera strettamente bilaterale, senza alcun ricorso a istituzioni internazionali; l’unico riferimento è quello semantico che prende a prestito l’espressione Sofa, largamente usata in ambito Nato. Le Nazioni Unite sono invece chiamate in causa nel capitolo 25 intitolato “Misure per porre fine all’applicazione dell’articolo VII all’Iraq”.

L’articolo VII della Carta dell’Onu prevede l’uso della forza anche militare per mantenere o ristabilire condizioni di pace e sicurezza; la sua applicazione è prevista nella risoluzione del Consiglio di sicurezza 1790 del 2007 che sta per scadere e dovrebbe essere rinnovata il 31 dicembre prossimo. Nel Sofa si legge che “la minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale posta dal governo dell’Iraq non esiste più” e quindi che “l’Iraq dovrebbe ritornare alla situazione giuridica e internazionale di cui godeva prima della risoluzione 661 del 1990 del Consiglio di sicurezza dell’Onu e che gli Usa dovranno adoperarsi nel modo migliore per aiutare l’Iraq a fare i passi necessari a ottenere ciò entro il 31 dicembre 2008”. La risoluzione 661 fu adottata dopo l’invasione del Kuwait e anch’essa prevedeva il ricorso all’articolo VII. Il ritorno alla normalità auspicato dal Sofa con la prossima risoluzione significherebbe che le forze armate Usa non sono più legittimate a contrastare direttamente gli insorgenti con le armi.

Nell’articolo 27 si prevede che l’Iraq in caso di minaccia o aggressione possa chiedere l’aiuto anche militare degli Usa; si specifica però che il territorio e lo spazio aereo e marittimo iracheno non potranno essere usati come base di partenza o di transito per attacchi contro altri Paesi. Il riferimento all’Iran è palese ed entrambe le ipotesi lasciano spazio a interpretazioni diverse; fonti di intelligence potrebbero produrre evidenza di minacce da parte dell’Iran e rendere plausibile un intervento statunitense, mentre la dichiarazione di buoni propositi sul rispetto della sovranità territoriale dell’Iraq potrebbe favorire un nuovo approccio degli Usa verso l’Iran.

In generale tutto il Sofa è una dichiarazione di buona volontà che dovrà essere messa alla prova dei fatti, vista inoltre la possibilità di rinegoziare i punti più importanti. Alcune dichiarazioni di esponenti di entrambe le parti forniscono già da ora interpretazioni diverse dei contenuti. L’incertezza ha reso inevitabile il referendum e qualunque esito sarà decisivo per la presenza militare statunitense nel Paese. Resta ancora da chiarire quale sia l’effettiva volontà della nuova amministrazione Usa di mantenere i risultati raggiunti in quest’ultimo anno, soprattutto alla luce delle limitazioni che il Sofa e l’eliminazione dell’articolo VII pongono all’impiego dello strumento militare. Le dichiarazioni del generale Odierno hanno già sollevato il problema.

Altri dubbi su un aspetto strettamente connesso con quello militare vengono leggendo su New York Times un articolo che anticipa i contenuti di un rapporto ufficiale sulle attività di ricostruzione condotte dagli Usa in Iraq. Emergerebbe la riluttanza iniziale dell’allora segretario alla Difesa Rumsfeld a investire adeguatamente nella ricostruzione, salvo poi spendere somme molto più rilevanti e con risultati scarsi nelle fasi successive. Nell’articolo si parla di una “incauta espansione del programma da una iniziativa modesta per migliorare i servizi in Iraq a una impresa multimiliardaria”.

Francesco Guicciardini nei suoi Ricordi scriveva: “Nelle guerre chi vuole manco spendere, più spende, perché nessuna cosa vuole maggiore e più inconsiderata effusione di danari, e quanto le provisione sono più gagliarde, tanto più presto si espediscono le imprese: alle quali cose chi manca per rispiarmare danari allunga le imprese tanto più, che ne risulta sanza comparazione maggiore spesa. Però nessuna cosa è più perniciosa che entrare in guerre con gli assegnamenti di tempo in tempo, se non ha numerato grosso, perché è el modo non a finire la guerra ma a nutrirla”.

Le parole di Guicciardini sembrano doppiamente profetiche e applicabili sia all’intervento militare che inizialmente Rumsfeld volle leggero per rivelarsi poi insufficiente in termini quantitativi, sia alla crescita delle spese per la ricostruzione ormai diventata parte integrante dell’approccio multidisciplinare alle operazioni di supporto alla pace (le guerre post-moderne). In ogni caso è un problema di risorse disponibili e la prossima amministrazione Usa dovrà decidere se mantenere la situazione in Iraq o gravitare sull’Afghanistan o disimpegnarsi alla meglio da uno o entrambi i teatri per riportare le spese della Difesa a livelli compatibili con l’attuale fase di recessione. Il Sofa, fortunatamente per il presidente eletto Barack Obama, lascia le porte aperte a qualsiasi soluzione, almeno per l’Iraq.

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