Anno 2008

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Il Belgio sempre più diviso

Roberto Bendini*, 19 giugno 2008

Il 15 luglio scadrà il termine per trovare un accordo sulla riforma della costituzione belga. Nonostante manchino poche settimane, una soluzione di compromesso accettata da entrambe le comunità, quella neerlandofona e quelle francofona, é lontana dall'essere raggiunta. Il Belgio non é certo nuovo a crisi istituzionali di natura comunitaria e le dispute tra fiamminghi e valloni sono sempre state risolte, ma questa volta la situazione sembra essere più complessa, mentre sembra mancare la volontà di trovare un accordo politico di ampio respiro.

L’ultimo anno é stato rivelatore di un malessere profondo nei rapporti intracomunitari. Le elezioni del giugno del 2007, avevano visto la vittoria schiacciante del cartello conservatore, CD&V-Nva, guidato dall’allora presidente della regione fiamminga, Yves Leterme. Quest’ultimo, forte di 800mila voti di preferenza in un bacino di 5,5 milioni di elettori guardava con fiducia alla costituzione di un governo in cui le ambizioni federalistiche fiamminghe avrebbero dovuto trovare larga udienza. Il buon risultato degli ultra-nazionalisti fiamminghi come il partito Vlaams Belang (erede del Vlaams Blok, disciolto dalla magistratura belga nel 2004 per le sue posizioni razziste e xenofobe) spingeva inoltre i partiti democratici fiamminghi a un'ulteriore estremizzazione delle loro posizioni.

Di fronte a un programma elettorale molto influenzato dai nazionalisti dell’Nva che chiedeva la regionalizzazione di molte delle residue competenze rimaste allo stato belga, i partiti francofoni la cui partecipazione al governo era necessaria per porre mano alle riforme costituzionali (che richiedono i due terzi dei voti del Parlamento), hanno invece fatto blocco, riuscendo ad impedire la nascita del governo federale per più di sei mesi. Un accordo dell’ultima ora é stato raggiunto il 3 dicembre 2007. Il primo ministro uscente, Guy Verhofstadt (liberale), accettava di creare un governo di transizione che avrebbe dovuto cedere il posto ad un esecutivo di coalizione guidato da Leterme. Il governo Verhofstadt é rimasto in carica fino alla fine del mese di marzo 2008, quando ha ceduto finalmente i poteri a una coalizione definita “armena” in quanto richiamava i colori della bandiera di quel paese: l’arancione dei cristiano-sociali, il blu dei liberali e il rosso dei socialisti.

Le questioni comunitarie sulla tavola del primo ministro Leterme sono molte e di difficile soluzione. Tra quelle più sentite vi sono la questione della scissione del collegio elettorale Bruxelles-Hal-Vilvoorde, retaggio dei tempi in cui il Belgio era ancora uno stato unitario, la questione linguistica dei comuni fiamminghi della periferia bruxellese e la regionalizzazione di competenze pubbliche chiave come la previdenza sociale e l’autonomia fiscale.

La scissione di Bruxelles-Hal-Vilvoorde (Bhv) risale al 1963, quando vennero stabilite le frontiere linguistiche interne dello Stato belga. Questo collegio elettorale, bilingue, si distingue dagli altri perché permette di votare indifferentemente per delle liste francofone o fiamminghe. L’accordo rimane in vigore per più di 30 anni senza essere rimesso in discussione anche quando, nel 1995, la provincia del Brabante venne scissa in tre entità separate: il Brabante fiammingo, il Brabante vallone e Bruxelles. Una decisione della Corte costituzionale del 2002, ha riconosciuto l’incostituzionalità della “eccezione BHV” ma ha lasciato la porta aperta a soluzioni diverse da quella sostenuta dai partiti fiamminghi. La questione è emblematica sia perché rappresenta un irrigidimento dei valloni nei loro rapporti politici con i fiamminghi sia per l’alta valenza simbolica che entrambe le comunità hanno attribuito a questa disputa tutto sommato minore.

Nel 1963, quando i confini delle regioni linguistiche furono definitivamente stabiliti, venne convenuto che gli abitanti di alcuni dei comuni della periferia di Bruxelles avrebbero potuto continuare a usare il francese nei loro rapporti con la pubblica amministrazione e a inviare i loro figli in scuole comunali francofone. Nel corso degli anni, la popolazione di questi comuni è cresciuta anche grazie alla loro progressiva urbanizzazione che ha richiamato una parte delle classi medie francofone di Bruxelles. Come risultato, alcuni di questi comuni contano oggi circa il 90% di abitanti che si dichiarano francofoni. I borgomastri eletti nell’ultima tornata elettorale sono francofoni come buona parte dell’amministrazione locale. Questa eccezione, che contrasta con il principio di territorialità propugnato dai fiamminghi (in Fiandra si parla solo olandese), é stato sempre avversato dalle autorità provinciali e regionali che sono arrivate a rifiutare l’investitura dei sindaci (o borgomastri) di tre comuni (Kraainem, Wezembeek-Oppem e Rode-Saint Genèse) in quanto avrebbero adempiuto a una parte delle loro funzioni usando la lingua francese.

Il Belgio, un paese democratico e piuttosto avanzato in alcuni aspetti della sua legislazione, non ha ancora ratificato la convenzione-quadro europea sui diritti delle minoranze ed è stato varie volte censurato da organismi quali il Consiglio d’Europa per la sua politica discriminatoria nei confronti delle minoranze. Il problema è reale e non sembra che sia avviato a una soluzione accettabile. Il sistema scolastico belga è stato infatti regionalizzato e nel corso degli anni la conoscenza approfondita della lingua dell’altra metà del paese è andata scemando al punto che oggi non esistono scuole realmente bilingui riconosciute dalla due comunità. La difesa della lingua è divenuta quindi la giustificazione per una separazione sempre più netta fra fiamminghi e valloni che studiano, lavorano e vivono in comunità sempre più distinte tra loro con effetti seri sul senso stesso di appartenenza allo Stato, sul mercato del lavoro (i posti di lavoro sono al nord, i disoccupati sono a sud) e sulle relazioni interpersonali. Il caso del borgomastro che voleva vietare l'accesso alle aree di gioco del suo comune ai bambini incapaci di esprimersi nella lingua locale è emblematico della situazione odierna.

Il terzo grande tema che anima le discussioni intracomunitarie é quello dei ‘trasferimenti’ finanziari che il nord garantisce al sud del Paese. Cinquant’anni fa quando si apriva l’esposizione universale di Bruxelles, la Vallonia era ancora la parte più ricca e industrializzata del Paese. Gli altiforni, le miniere e l’industria meccanica garantivano ricchezza e creavano posti di lavoro sia per i Belgi che per gli immigrati (all’epoca soprattutto italiani) che affluivano a decine di migliaia ogni anno. In dieci anni il panorama economico e sociale del Belgio mutò drasticamente. La Vallonia cadeva in una crisi profonda da cui non si é ancora totalmente risollevata, mentre la Fiandra, fino ad allora regione agricola poco sviluppata, si trasformava in una regione dinamica e innovativa capace di attirare investimenti esteri e di creare posti di lavoro qualificati.

Il crescente divario tra la ricchezza della Fiandra e della Vallonia rendeva necessario un forte supporto finanziario alla parte meridionale del paese, coperto quasi integralmente dal gettito fiscale fiammingo. La questione che ricorda da vicino le discussioni italiane sul ‘federalismo fiscale’ e sulla regionalizzazione delle entrate fiscali, non è di poco conto. Senza gli aiuti fiamminghi la Vallonia non potrebbe continuare a funzionare. La classe politica vallone, conscia di questa estrema dipendenza, è stata varie volte costretta ad accettare accordi costituzionali che non le erano favorevoli, semplicemente perché non aveva altra scelta. La situazione sta lentamente migliorando, ma il divario economico tra le due regioni rimane elevato. La Vallonia non è comunque esente da critiche. I fiamminghi hanno gioco facile nel denunciare la scarsa capacità di iniziativa e la tendenza a essere assistiti dei loro vicini meridionali mentre la classe politica vallone è stata sovente coinvolta in scandali finanziari che ne hanno minato la credibilità.

Un recente sondaggio realizzato in Fiandra, ha mostrato che per la prima volta da quando il Belgio esiste, la metà dei fiamminghi prende in seria considerazione la secessione dallo Stato Belga. L’indipendenza della Fiandra, per quanto teoricamente possibile, non sarebbe tuttavia senza conseguenze. Il principale nodo da risolvere rimane quello di Bruxelles. La capitale belga (costituita da 19 municipalità distinte) costituisce un'enclave quasi integralmente francofona in territorio fiammingo. I fiamminghi attribuiscono a Bruxelles un valore particolare tanto che la città é stata dichiarata capitale della regione fiamminga, mentre i Valloni hanno scelto la meno impegnativa Namur. Nonostante gli ingenti investimenti finanziari e culturali volti a preservare la natura fiamminga della città, soltanto il dieci per cento degli abitanti di Bruxelles si dichiara fiammingo mentre il restante 90 per cento (in parte composto da immigrati o da stranieri residenti) é francofono. Bruxelles è inoltre la sede delle Istituzioni europee e della Nato.

In queste condizioni appare difficile immaginare uno scenario di annessione tout court di Bruxelles alla Fiandra contro la volontà dei propri abitanti e in aperta violazione con i più basilari principi del diritto internazionale. Una simile iniziativa non sarebbero certamente ben visti dagli altri stati europei e potrebbe portare alla internazionalizzazione della questione belga.

La Fiandra più della Vallonia é un paese che invecchia rapidamente e che fatica a trovare manodopera qualificata. L’instabilità creata da un’eventuale separazione dal Belgio nuocerebbe gravemente all’economia della regione sia per la perdita di investimenti esteri sia per il quasi sicuro spostamento delle sedi delle multinazionali che si sono stabilite in Belgio grazie a un sistema di incentivi fiscali molto favorevole. Il possibile trasferimento delle istituzioni internazionali con le decine di migliaia di persone che vi lavorano o che gravitano intorno a esse avrebbe altresì degli effetti disastrosi sul mercato immobiliare e su quello del lavoro a Bruxelles come in Fiandra. I costi sociali ed economici per la Vallonia (per quanto parzialmente compensati di un maggiore aiuto comunitario) sarebbero ancora più ingenti. La scissione non avverrà probabilmente in breve tempo, ma la radicalizzazione del conflitto comunitario la rende sempre più plausibile nonostante le evidenti controindicazioni che essa comporterebbe.

* Funzionario del Parlamento europeo. Le opinioni espresse impegnano solo l'autore e non l'Istituzione di appartenenza.

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