Anno 2008

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Caro Luigi, questo pomeriggio al Cotie…

Giovanni Bernardi, 19 novembre 2008

Caro Luigi,
questo pomeriggio al Cotie con te e i tuoi collaboratori è stato come una boccata d'aria fresca dopo tanto tempo di smog. Ma sì, l'Esercito ne ha tanti di problemi, ne ha sempre avuti e sempre ne avrà, ma sentire la freschezza che promana dalle vostre parole mi ha dato la serenità di chi sa che le forze armate sono ancora in buone mani, anche se con il portafoglio sempre più vuoto.

Poi il colpo di mano: "Comandante, desidera salutare la Bandiera del 13°?". "Sì, certo, grazie". Il 13° Aquileia, ricostituito nella sede di Anzio con compiti di human intelligence, è l'erede del Graco che ho comandato io, 19° comandante, prima dello scioglimento. E la Bandiera è la stessa che ho custodito nel mio ufficio 15 anni fa. Quando mi sono avvicinato, ho preso un lembo e l'ho baciato, non faccio fatica a confessarti che un nodo mi ha chiuso la gola. Ho scoperto di avvicinarmi alla Bandiera con la stessa sacralità con la quale mi avvicino al Santissimo Sacramento. Il mio Grazie, detto rivolto a tutti, dev'essere stato un penoso suono gutturale, uscito così per coprire l'emozione. Anche il fotografo e la firma del registro d’onore, come in una cerimonia organizzata da tempo. Invece era tutto ‘sul tamburo’.

Con te abbiamo anche parlato di quella mia lettera sulla mia non-partecipazione al Quarantennale. Sei stato molto comprensivo a dirmi che in parte hai capito, ma in parte hai rilevato che le mie parole hanno potuto offendere qualcuno, in particolare quelli che "hanno dato anima e corpo" per l'organizzazione dell'evento. Mi dispiace, mi dispiace molto che sia avvenuto questo. Non era mia intenzione offendere nessuno: avevo solo il desiderio di esprimere le mie sensazioni, il mio tormento di un anno a pensare di dare un senso a questo nostro rivederci. Onestamente - cosa che ho omesso in quella lettera - devo dire che mi telefonarono in cinque o sei per dirmi: "Giovanni, ma come non vieni, ma proprio tu!".

Proprio io, che avevo riunito virtualmente tutto il corso attorno alla memoria di Emanuele Basile. Era più facile per me: facevo servizio in Accademia come comandante di compagnia e avevo più tempo a disposizione rispetto ai miei compagni di corso che infangavano la mimetica sul Meduna-Cellina (ha detto bene Ettore). Il contatto con tutti, la raccolta dei fondi, la realizzazione del busto in bronzo, la cerimonia a Monreale. Sull'aereo Roma-Palermo Carlo Gibellino mi disse che il discorso lo avrei fatto io. Lo preparai in aereo, lo lessi nel corso della semplice cerimonia e scoprii il busto. Fu una emozione incontenibile. I primi tempi Emanuele dormiva in camerata vicino a me (Alexitch, Baldi, Basile, Bernardi, Bernardini...). Dopo qualche settimana transitò nei Carabinieri; e lì si compì il suo destino.

Proprio io, che al Ventennale facevo ancora servizio in Accademia e organizzai la sistemazione alberghiera e la cena informale della sera prima. Diramai i comunicati stampa, che le testate locali pubblicarono, e realizzai cartolina e locandina. Reclutai anche sette baby sitter per i nostri bambini, con cena e divertimenti a parte, e cartoni a go-go. Proprio io, che ogni giorno dò testimonianza della mia fedeltà alle istituzioni e alle forze armate con questa testata giornalistica, che mi prende tempo e qualche volta un po' di fatica. Ma dove c'è gusto...

Proprio io. Quello che una volta prendeva la chitarra e si metteva a cantare con pubblico di venti, trenta, anche 150 alla volta. Oggi no. Oggi ho bisogno di ciascuno di voi singolarmente, non ammassati nel Cortile d'Onore dell'Accademia Militare. Ho bisogno di raccontarvi a uno a uno la mia vita, questi 40 anni di vita che mi hanno dato soddisfazioni che l'Esercito mi ha dato e solo l'Esercito mi avrebbe potuto dare. Ho bisogno di sentire da ognuno di voi come si è evoluto quel ragazzo pieno di ideali che varcava la soglia dell'Accademia ed entrava in un mondo a lui sconosciuto.

Oggi, al rientro a casa, ho telefonato ad Antonio Piemontese (un'ora al telefono). Domenica scorsa avevo preso dalla cassetta postale un suo invito: sabato 22 novembre sarà ordinato Diacono. Avevo le lacrime agli occhi quando leggevo l'invito. Proprio a me, perché proprio a me! Sarà forse perché anche io mi sono riaccostato alla Fede da un anno e mezzo a questa parte. E le sorprese che ti riserva la volontà del Signore sono imperscrutabili. Ci siamo raccontati un po’ di noi stessi. Continueremo.

Quando dopo la lettera 'incriminata' telefonai a Oliviero Moschin a Modena, mi voleva mettere sotto con la sua macchina per quello che avevo scritto. Un'ora al telefono. Concludemmo la telefonata con un abbraccio. Io raccontando a lui di me e lui raccontando a me di se stesso. Paradossalmente, quella lettera ha innescato tanti contatti. Arduino Cedaro, anche lui Diacono da qualche anno, nel corso di una lunghissima telefonata mi ha invitato a casa sua a Modena. Anche Luigi Chiavarelli mi ha invitato a Fossombrone. Con lui, però, mi sento più spesso. Francesco Miredi, oggi avvocato, mi ha tenuto al telefono non so quanto tempo a raccontarmi di sé e io a raccontargli di me, e sono stato felicissimo di trascorrere quel tempo con lui. Umberto Caparro mi ha invitato a Grosseto e ci vedremo anche con Silvano Bigongiari. E Antonio Verso, e Gianpaolo Bernardini…

Chissà se questa volta riesco a spiegarmi. Vedersi in 140 non mi avrebbe dato la stessa soddisfazione che oggi ho avuto trascorrendo con te tre ore della nostra vita a tu per tu. Ci siamo raccontati di noi. Un po’ del presente e un po' dei 40 anni trascorsi. Ma oggi so che il Luigi pieno di energia che conoscevo da ragazzo è sempre lo stesso, anche se ha quasi 60 anni. Con la stessa voglia di combattere e di vincere. E così mi piacerebbe che fosse con i miei compagni di corso. Non un ciao-come-stai-bene-grazie (e magari un abbraccio e una lacrima) detto velocemente in attesa del successivo ciao-come-stai-bene-grazie, ma approfondire le nostre vite, trarne motivo di vita, arricchire la propria e verificare che in questi quarant’anni ne è valsa la pena.

Non siamo cambiati. Non ci siamo spenti. Abbiamo ancora la voglia di vivere, di combattere e di vincere. Tutti.

Giovanni

Roma, la sera del 18 novembre 2008

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