Anno 2008

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Gli attentati di Mumbai, considerazioni a margine

Diego Bolchini, 4 dicembre 2008

Nel luglio 2008 il governo indiano aveva ottenuto una sofferta fiducia del Parlamento sul piano di cooperazione per il nucleare civile con gli Stati Uniti: 253 voti a favore e 232 contrari, rischiando per la prima volta nella storia dell’India indipendente la sfiducia per motivi di politica estera. In precedenza, in un suo intervento presso la Sioi (Società italiana organizzazione internazionale) di Roma nel 2007 un attento analista politico notò come, con curiosa coincidenza, l’escalation di attacchi e violenze in Afghanistan nel 2005 – rispetto a un “relativamente tranquillo” 2004 - fosse avvenuta in contemporanea alla nuova scelta strategica (da parte degli Usa) dell’India come potenza regionale nucleare d’area.

In proposito non è forse un caso che mentre il Senato degli Stati Uniti votava la legge che consentiva all’America di scambiare informazioni e tecnologia nucleare con l'India, Islamabad avesse testato uno dei suoi nuovi missili. Questa rivoluzione copernicana ‘nucleare’ era nata a sua volta per i timori riguardanti l’ascesa della Cina, che hanno spinto pertanto Nuova Delhi a un avvicinamento nei confronti degli Stati Uniti. Secondo l’analista indiano C. Raja Mohan l’acquisizione di arsenali nucleari nel continente asiatico da parte di Cina, Pakistan e India può essere analizzato e spiegato con una certa plausibilità proprio in termini di equilibrio di potenza ed ‘effetti domino’ multipli.

Il recente accordo di sviluppo nucleare civile Usa-India appare in effetti una chiave di lettura importante sotto diversi punti di vista: da una parte è suscettibile di aver creato una sorta di ‘sindrome da ripudio’ per il Pakistan; dall’altra va a incidere nel profondo della psicologia collettiva della stessa India, che vede in un certo senso quasi un tradimento dello ‘spirito dei non alleati’ proprio del Patto di Bandung (1955) creato dal discepolo di Gandhi Jawaharlal Nehru, Tito e Sukarno. In questa scia anche il Partito comunista marxista indiano di Prakash Karat la scorsa estate ha pubblicamente parlato di soggezione indesiderata dell’India rispetto agli Stati Uniti e di perdita di autonomia nelle decisioni riguardanti soprattutto la politica estera. Addirittura un deputato del partito nazionalista Hindu mostrò borse piene di banconote affermando che la maggioranza aveva tentato di comprare il suo voto con 30 milioni di rupie.

Discorso diverso vale per altri attori del contesto culturale indiano, dove ha gioco a livello sociologico la frustrazione musulmana verso la componente Indù. A livello politico-geostrategico le operazioni di influenza dell’Isi pakistano in territorio indiano sono conseguenza della scelta di Karzai di ripristinare il tradizionale orientamento filo-indiano della politica estera di Kabul. In questo senso l’attentato del 7 luglio scorso contro l’ambasciata indiana a Kabul sembra essere leggibile proprio in questa direzione di attrito crescente. Il Research and Analysis Wing, il Servzio informativo indiano, si trova quindi a trattare una realtà molto complessa su scala interna e internazionale.

Nella selezione dei target, la scelta degli alberghi (tra cui il vittoriano Taj Mahal) compiuta dagli attentatori appare poi emblematica: hall, reception e concierge sono stati visti ancora una volta come simboli coloniali e crociati di decadenza e inquinamento ideologico. C’è poi Bollywood (la Hollywood indiana) e ci sono le telenovelas e gli ammiccanti videoclip musicali indiani che si diffondono via etere in aree che hanno interi segmenti sociali culturalmente ostili a questi prodotti moderni e ‘liberali’. Facilitators e insiders logistici delle azioni terroristiche multiple occorse a Mumbai possono essere stati spinti nella loro collaborazione anche da queste suggestioni.

Appare quindi un dato di fatto che la nascente ‘speranza indiana’ felicemente descritta da Federico Rampini dia fastidio a molti, se si considera ad esempio che la profondità strategica del Jihad teorizzata da Zawahiri include l’India e che l’università islamica Deobandi, a lungo la seconda università del mondo musulmano dopo quella egiziana di Al-Azhar, era nata proprio in India nel 1867. Il movimento Deobandi in particolare nacque nell'India sottoposta alla British Rule con lo scopo di risvegliare e di unificare la comunità musulmana indiana sottoposta al dominio britannico.

Sulla scorta di questa base ideologica l’apparizione improvvisa dello sconosciuto gruppo Deccan Mujhaiddin sembra avere lo scopo di diversificare le sigle terroristiche per enfatizzare i risultati e per accreditare l’idea di uno spontaneismo armato, basato sui cosidetti gruppi di affinità. Tale tecnica manipolativa è spesso usata anche in altre forme di terrorismo eversivo, anche a matrice non islamica. Si pensi, con riferimento alla realtà italiana, al caso della Fai (Federazione anarchica informale),che ha spesso utilizzato nelle sue azioni dimostrative – a ben minori livelli di distruttività - le due sottosigle Brigata 20 luglio e Cooperativa artigiana fuoco e affini.

Da ultimo, non andrebbe poi sottostimato il fatto che a seguito dell’uccisione di diversi cittadini israeliani nel centro ebraico di Mumbai vi sarà verosimilmente anche una aumentata attività informativa e operativa d’area anche da parte del Mossad, spostando verso est il suo baricentro di influenza. Se questa ipotesi si concretizzerà andrà ad aumentare anche la specifica dimensione di attrito tra Tel Aviv e radicalismi islamici: al filone geoculturale arabo-sunnita di Hassan al Banna e quello sciita arabo-persiano si andrebbe ad aggiungere anche il filone indiano sunnita.

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