Anno 2008

Cerca in PdD


Rischi e conseguenze degli attachi Usa ai talebani in Pakistan

Ezio Bonsignore, 18 settembre 2008

E’ naturale - e anzi pressoché scontato - che ogni movimento di guerriglia che voglia fare sul serio debba assicurarsi e poi mantenere un ‘santuario’ in un paese confinante. Questo santuario serve come zona di ricezione e smistamento per le armi e gli altri aiuti, che vengono ricevuti da paesi amici (se ce ne sono disposti a impelagarsi in cose del genere), come asilo sicuro in cui i guerriglieri possono rifugiarsi in caso di bisogno, come base di retrovia per tutte le varie attività di addestramento, formazione e reclutamento, e infine come trampolino per nuovi attacchi, che per definizione rimane al sicuro da attacchi preventivi o contro-attacchi ad opera delle forze nemiche. A tutti i fini pratici, è in pratica indifferente se questo santuario venga posto in essere tramite la benevola tolleranza e connivenza del paese ospite, o invece ricattando e intimidendo le autorità locali o addirittura centrali.

Ed è altrettanto naturale e scontato che le forze, che sono impegnate in una dura guerra di contro-guerriglia finiscano per perdere la pazienza con finezze diplomatiche come i confini internazionali legalmente riconosciuti, sopratutto quando questi confini sono di fatto inesistenti per i guerriglieri e gli insorti, che li attraversano a piacere avanti e indietro, ma si pongono invece come un ostacolo insormontabile per le proprie truppe. A maggior ragione poi quando le operazioni sul teatro principale non stanno andando affatto bene, e la reazione automatica consiste nell’attribuire la colpa a qualcosa o qualcuno diverso dai propri errori e dalle proprie responsabilità. Viene quindi a crearsi una forte pressione perchè le autorità politiche abbandonino ogni legalistico rispetto per le convenzioni e le leggi internazionali, e autorizzino i comandanti militari a spingersi all’interno dei santuari per dare la caccia ai terroristi e distruggere le loro basi.

In questo caso fa però un’enorme differenza se questo allargamento del conflitto possa essere in qualche modo presentato come avvenuto in risposta a una richiesta di aiuto emanata dal governo interessato (cosa questa che in certi casi può richiedere la preventiva messa in opera di un colpo di stato, in modo da portare al potere un nuovo governo che sia disposto a formulare una richiesta del genere), o se invece si tratti solo di un atto di forza unilaterale, privo di qualsiasi giustificazione legale e che quindi somiglia pericolosamente a una violazione del territorio di uno stato sovrano. E quando poi questo stato è anche un alleato, la faccenda diventa davvero complessa.

La frustrazione e il disappunto dei soldati impegnati in operazioni di contro-guerriglia sono sin troppo comprensibili, quando essi sono costretti a considerare i loro avversari come intoccabili e invulnerabili al pari di tante vacche indiane, non appena essi si trovano dal’altra parte di certe linee, tracciata su vecchie mappe da oscuri uomini politici del XIX secolo. Ma anche così, allargare un conflitto di questo genere al di là dei confini di uno stato estero è una decisione che dovrebbe essere presa solo dopo averci pensato sopra a lungo, perchè i rischi di un fallimento e peggio sono altissimi. L’esempio storico dei terribili risultati della Dottrina Nixon, che allargò la guerra del Vietnam a Laos e Cambogia, rimane un sin troppo chiaro memento in proposito.

Gli Stati Uniti hanno ora chiaramente e in effetti apertamente deciso di allargare il conflitto in Afganistan alle cosidette Fata (Federally administered tribal areas), cioè le provincie del Waziristan sul confine del Pakistan. Dopo tutta una serie di attacchi aerei e missilistici, il 3 settembre si è varcata un’importante soglia con il primo impiego di truppe terrestri: un raid di forze speciali che peraltro, come troppi degli attacchi aerei che lo hanno preceduto, sembra aver mancato in pieno il suo obiettivo (una riunione dei capi locali dei Taliban) lasciandosi però dietro la solita triste scia di donne e bambini assassinati.

Sul piano strettamente militare, si possono indubbiamente portare molti argomenti per spiegare e giustificare la decisione di autorizzare le truppe terrestri americane o della coalizione ad operare all’interno delle Fata. Sempre su questo piano, una situazione in cui le Fata sono a tutti gli effetti diventate le retrovie e la base logistica dei Taliban semplicemente non può essere ignorata o tollerata. Ma sul piano politico, le implicazioni di questa decisione sono gravissime ed estremamente preoccupanti; tanto più in quanto il Pakistan non è un qualsiasi stato canaglia, ma un ‘major non-Nato Ally’ e un elemento chiave nella Guerra Globale al Terrorismo. Si vorrebbe ben sperare che l’amministrazione Bush abbia davvero saldamente in mano tutti i fili della complessa rete che sta tessendo.

Anche il più duro critico del presidente Bush deve comunque ammettere che al punto in cui sono arrivate le cose la sua amministrazione aveva un margine di scelta molto ristretto. Dal punto di vista americano, la cosa di gran lunga preferibile sarebbe ovviamente che il Pakistan prendesse in mano la faccenda da solo, e che riportasse le Fata sotto il suo controllo per eliminarvi i Taliban o al minimo ributtarli in Afghanistan. Ma se la dittatura militare del generale Musharraf non ha potuto o voluto farlo, nonostante le sempre più pesanti e spazientite pressioni messe in opera da Washington, non si vede come potrebbe riuscirci il nuovo debole governo civile. Come seconda alternativa, agli Stati Uniti farebbe certo molto comodo una richiesta ufficiale di aiuto da parte del governo pakistano, che formalizzi l’intervento di truppe della coalizione per ‘liberare’ le Fata. Ma anche questa è un’ipotesi remotissima, mentre la possibilità di mettere in atto un colpo di stato simile a quello che nel 1970 portò al potere in Cambogia il generale Lon Nol sembra da escludere.

Sia come sia, il risultato finale di tutta la faccenda è che il Presidente Bush ha autorizzato le forze armate americane a condurre azioni offensive all’interno del Pakistan; azioni che, almeno sul piano formale, risultano essere state condotte senza la preventiva approvazione e conoscenza delle autorità pakistane, e che in termini legali costituiscono quindi un atto di guerra contro uno stato sovrano.

E’ certo possibile che Islamabad abbia in realtà fornito qualche forma di tacito assenso preventivo, ed è al contrario anche possibile che gli Stati Uniti abbiano invece voluto creare un ‘fait accompli’ per mettere le autorità pakistane di fronte alle loro responsabilità. Ma ad ogni modo, sarebbe ora assolutamente necessario arrivare al più presto possibile a una qualche formula diplomatica, che giustifichi a posteriori quello che è accaduto, e sopratutto fornisca un quadro legale per il futuro. Se questo non fosse possibile, lasciare le forze americane libere di agire nelle Fata anche contro la volontà dichiarata del Pakistan non serviverebbe certo a vincere la guerra in Afghanistan, e al contrario avrebbe delle conseguenze spaventose; un conflitto se non militare certo politico tra gli Stati Uniti e il Pakistan, la completa destabilizzazione del paese, e una crisi regionale di proporzioni inaudite.

Questo, anche senza considerare la gravità del messaggio che viene lanciato sul piano globale: e cioè che gli Stati Uniti si arrogano ora il diritto di violare la sovranità e l’integrità territoriale anche di un paese loro alleato, se quest’ultimo non si dimostra abbastanza pronto ed efficiente nell’ubbidire agli ordini che gli vengono dati. Da questo punto di vista, è difficile vedere come i paesi Nato che attualmente forniscono forze ad Isaf potrebbero voler continuare a farlo, se il loro preteso ‘intervento di stabilizzazione’ dovesse andare in metastasi fino a inquadrarsi in un conflitto tra gli Usa e un paese in possesso di armi nucleari. Come assoluto minimo, sarebbe necessario distinguere con la massima chiarezza le missioni di Isaf da quelle di Enduring Freedom, ed evitare qualsiasi punto di contatto tra le due.

Fortunatamente, almeno alcuni componenti della leadership americana sembrano rendersi perfettamente conto della necessità di presentare le operazioni nelle Fata come la semplice conseguenza logica della continua, e anzi rafforzata cooperazione bilaterale con il Pakistan nella Guerra Globale al Terrorismo. Nel corso della sua testimonianza di fronte all’House Armed Services Committee l’8 settembre scorso, il capo di stato maggiore generale, ammiraglio Mike Mullen, ha sottolineato la necessità di una cooperazione, non di interventi unilaterali: “Possiamo inseguire e uccidere gli estremisti non appena attraversano il confine dal Pakistan […] ma sinchè non saremo in grado di operare più strettamente con il governo pakistano per eliminare i santuari da cui gli estremisti provengono, il nemico continuerà ad arrivare”.

Il vero problema consiste piuttosto nello stesso Pakistan e nelle sue contraddizioni e tensioni interne. Non si vede infatti come questo governo, e anzi qualsiasi governo concepibile in Pakistan, potrebbe davvero stringere un accordo formale con gli Stati Uniti per “operare più strettamente” in questi termini – e poi sopravvivere alla rivoluzione fondamentalista e/o al colpo di stato militare che ne sarebbero l’immediata e inevitabile conseguenza.

La decisione unilaterale americana ha messo le autorità civili e militari del Pakistan in una posizione difficilissima, sopratutto poi in questo delicato momento di transizione delle strutture politiche interne, ed è quindi ben poco sorprendente che esse abbiano reagito con estrema durezza. Il capo di stato maggiore dell’Esercito, generale Ashfaq Parvez Kayani, ha negato con la massima fermezza l’esistenza di un qualsiasi accordo segreto che consentirebbe alle forze della coalizione di operare in territorio pakistano, e ha dichiarato: “La sovranità e l’integrità territoriale del nostro paese saranno difese a tutti i costi”. E il primo ministro, Syed Yousuf Raza Gilani, si è dichiarato completamente d’accordo con i militari a questo proposito, e si è impegnato a difendere i confini della nazione.

Si vorrebbe certo credere che questo dichiarazioni non siano altro che patacche propagandistiche indirizzate ad uso esclusivo dell’opinione pubblica interna, e che in realtà le autorità pakistane non abbiano la benchè minima intenzione di spingersi al di là delle proteste puramente verbali. Si potrebbe magari anche spingere l’ottimismo sino a persuadersi che i Pakistani sarebbero in realtà ben felici di un intervento diretto americano che tolga le castagne bollenti dal fuoco, e risolva il problema a loro vantaggio, purchè però riescano a nascondere questa soddisfazione dietro un’opportune foglia di fico. Disgraziatamente non sembrano esistere alberi di fico che portino foglie di tali dimensioni. Detto in altri termini, qualsiasi governo pakistano che venga visto dal suo popolo come troppo servile nei confronti degli Stati Uniti deve prepararsi ad affrontare il rischio di una guerra civile.

Al contrario di quanto è purtroppo necessario dire a proposito di molte passate decisioni del presidente Bush circa i modi e i tempi dell’uso della forza, questa sua ultima mossa è in effetti abbastanza comprensibile e giustificabile in termini strettamente militari. Ma se non si riuscirà a gestire in modo adeguato i prossimi, delicatissimi passi, le implicazioni strategiche e politiche dell’allargamento del conflitto rischiano di rendere sempre più avvelenata la già ben pesante eredità che questa amninistrazione si appresta a lasciare ai suoi successori.

Eppure, delle alternative a questo avventurismo militare sempre più azzardato esistono, e sono anche state identificate con chiarezza. La già citata testimonianza dell’ammiraglio Mullen costituisce un documento per molti aspetti straordinario, considerando che viene dall’ufficiale più alto in grado di tutte le forze armate americane. L’ammiraglio ha infatti dichiarato che gli Stati Uniti non stanno vincendo la guerra in Afghanistan, ma che sarebbe ancora possibile vincerla. Questo richiederebbe però un cambiamento radicale di strategia, perchè “we can’t kill our way to victory”, non possiamo aprirci la strada per la vittoria ammazzando. Sarebbe invece essenziale una maggiore cooperazione tra gli interventi militari e quelli civili, per ricostruire completamente l’Afghanistan su tutti i piani: commercio, agricoltura, governo, giustizia, istruzione, società civile. In altre parole, l’esatto contrario dell’infausta ‘strategia’ che venne a suo tempo formulata da Donald Rumsfeld, e che purtroppo continua ancora a dominare la presenza americana in Afghanistan.

Non sembra che le dichiarazioni del capo di stato maggiore generale abbiano suscitato particolari reazioni all’interno dell’amministrazione. Proprio mentre l’ammiraglio parlava, si è avuto il secondo sconfinamento di truppe americane in Pakistan.

Davvero, gli dei accecano coloro che vogliono perdere.

FAI CLICK SU QUESTO LINK ED ESPRIMI LE TUE IDEE NEL FORUM