Anno 2008

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Spese militari e strategie

Claudio Buzzi, 18 novembre 2008

Interventi come quelli di Giovanni Punzo e di Roberto Nassigh, recentemente pubblicati su Pagine di Difesa, offrono una enorme quantità di spunti. Dai diversi temi affrontati è possibile cercare di estrapolare un filo conduttore e provare a ragionare circa i legami tra spese militari, evoluzione dello strumento militare e opzioni possibili.

In ambedue gli interventi si delinea un problema di fondo. Esso riguarda le possibilità effettive che forze armate nazionali, e le connesse spese militari, permettano a uno stato da un lato di fornire un livello di sicurezza che abbia un significato chiaro e che sia condiviso in termini di accettabilità sociale, dall’altro di conquistare libertà di manovra strategica grazie alle capacità operative dello strumento a fronte di opportunità e minacce.

Il paradigma incardinato su alcuni punti chiave come gli accordi di Bretton-Woods, la disponibilità di risorse naturali a buon mercato, la forma dello stato nazione come migliore soluzione per un armonico sviluppo sociale potrebbero essere sulla via del tramonto. E con essi anche quelle relazioni intercorrenti, ad esempio, tra capacità militare convenzionale e spazio di manovra strategico, tra spese militari e efficacia strategica dello strumento militare.

I conflitti contemporanei hanno fornito alcune indicazioni chiare. Non esiste alcuna possibilità, neppure per la nazione che da sola spende in armamenti quanto il resto del mondo, di trasformare successi tattici in successi operativi e in seguito strategici: se l’impostazione strategica è sbagliata l’impiego della forza non cambierà le carte in tavola. La superiorità tecnologica raggiunta attraverso imponenti spese militari ha una limitata capacità di garantire l’esito di un intervento militare, senza un effettivo e consistente impiego di uomini: la guerra in Libano ne è una chiara dimostrazione.

Il livello di tecnologia raggiunto dagli armamenti, e quindi il loro costo, sono ormai frutto di spinte generate dalla difficoltà politica di spiegare l’uso della forza ai propri elettori e non da un parallelo sviluppo tecnologico di eventuali avversari: la brutale efficacia dimostrata dai russi armati con i residuati della guerra fredda ce lo dimostra. Il lungo periodo di assenza di guerre ad alta intensità ha permesso una logica ‘economico-efficentista’ nella gestione degli approvvigionamenti e nello sviluppo dei sistemi d’arma creando un mortale legame tra utilizzatore e costruttore, portandoci all'assurdo di forze armate che corrono in aiuto di aziende in crisi e aziende ricchissime che impongono dottrine di impiego a un ceto militare burocratizzato.

Se il rapporto tra spese militari e utilità strategica delle stesse è profondamente cambiato negli ultimi decenni, altrettanto potrebbe dirsi dello strumento militare e della sua utilità come strumento di strategia. Nassigh apre il suo pezzo richiamando l’importanza dell’esistenza stessa di una strategia. Mai parole furono più sagge, con l'aggiunta di una breve e paradossale notazione: non avere una strategia significa comunque avere implicitamente una strategia, che consiste nel confermare per il futuro scelte già effettuate.

Volendo applicare questa paradossale ma non aggirabile osservazione, la realtà occidentale e italiana appare in tutta la sua illogicità ed emergono le criticità dei nostri stati e delle loro classi dirigenti politiche, economiche e militari che non sembrano ancora aver realizzato il grado di pericolosità, e la poca lungimiranza, insita nel rimanere fedeli a scelte e concezioni ereditate da un mondo che, come abbiamo sopra accennato, potrebbe aver già cambiato paradigma rendendo in questo modo prive di reale importanza strategica molte delle variabili in precedenza fondamentali. La sostanziale impossibilità di risolvere l'equazione strategica colpendo militarmente paesi come l'Iran o la Corea del Nord esprime chiaramente il problema.

Realtà geopolitiche emergenti o riemergenti, quali ad esempio Russia e Cina, stanno affrontando questo cambio di paradigma attraverso la messa a punto di strategie che appaiono essere in grado di raggiungere risultati importanti, nel permettere alle rispettive entità statuali una qualche forma di controllo circa gli avvenimenti in corso, strategie che accettano il dato di fatto di una impossibile rincorsa alle capacità militari più avanzate.

Entrambi questi paesi, sfruttando le proprie caratteristiche geografiche e sociali trovano nel nazionalismo uno strumento importante, non tanto per supportare spese militari folli a supporto di forze armate trasformate in simbolo di potenza nazionale, quanto soprattutto in connessione alla possibile strumentalizzazione delle proprie minoranze nel mondo, al supporto dei sacrifici richiesti dallo sviluppo economico del paese stesso e alla tutela dell’identità nazionale a fronte dell’immigrazione e delle minoranze esistenti.

Entrambi questi paesi affrontano le sfide del mondo contemporaneo attraverso regimi politici in grado di poter effettivamente gestire strategie di lungo periodo e di poter realmente coordinare tutti i diversi strumenti che queste strategie richiedono. La penetrazione cinese in Africa, se si analizza la modalità con cui sta avvenendo e il successo che sta raggiungendo, esemplifica come questo stato possa affrontare la penetrazione strategica di una precisa area attraverso l’impiego coordinato di investimenti in infrastrutture, fornitura in dumping di beni di consumo e aiuti militari di facile assimilazione e basso costo per ottenere in cambio le risorse richieste. Un discorso analogo potrebbe essere fatto per la Russia nei confronti dei paesi dell’Asia Centrale.

Riassumendo forse in modo un po’ rozzo ma esplicativo, la soluzione sembra quella di aver esteso caratteristiche peculiari dello strumento militare, quali unicità di comando, disciplina, spirito di sacrificio e dedizione agli interessi supremi dello stato a tutti i restanti strumenti utilizzabili nell’arena strategica, riducendo contemporaneamente il peso ricoperto nella strategia stessa dallo strumento militare vero e proprio e dal suo costo, accettandone i limiti operativi rispetto a quanto teoricamente offerto dalle tecnologie disponibili ai paesi stessi. Le spese militari assumono una nuova veste strategica, si trasformano da imprescindibile supporto di uno strumento militare perno dell’assetto strategico e in perenne ammodernamento, a mero strumento aggiuntivo a disposizione degli strateghi; queste spese permettono la sopravvivenza di una industria degli armamenti direttamente controllata dallo stato capace di fornire ulteriore merce di scambio sui tavoli di trattativa ma non in grado di dettare le politiche generali di sviluppo tecnologico e i termini della strategia dello stato stesso.

Giovanni Punzo ricorda come fenomeni planetari quali l’esplosione demografica di alcune regioni, il raggiungimento di alcune soglie di utilizzo di risorse naturali e la diffusione delle tecnologie sempre più capillare spostano i termini del concetto di sicurezza. Ma proprio il fatto evidente che affrontare questi fenomeni sia completamente privo di senso in termini nazionali ci dovrebbe spingere a mettere al centro della prospettiva strategica, della risposta alle future minacce e della definizione degli strumenti più adatti a fronteggiarle, la possibile evoluzione dell’Unione Europea.

Certo se proviamo a confrontare l’Unione Europea con le potenzialità strategiche di Russia e Cina il discorso parrebbe chiuso ancora prima di cominciare. Ma non è così. Oltre che aspetti quantitativi una strategia contemporanea deve di tutta evidenza affrontare anche tutte quelle aspirazioni umane che vanno oltre il materiale e che le forme di comunicazione moderna rendono così strategicamente potenti. Il sogno di un avvenire per la propria famiglia, l’aspirazione alla giustizia sociale, la prospettiva di una pace solida e fruttuosa: questi sono i potenti richiami che potremmo risvegliare nel mondo.

Il nostro paese potrebbe avere un ruolo da giocare in questo tentativo di risvegliare l’Europa e riprendere lo sviluppo dell’Unione. Certo il raggiungimento di una soggettività strategica da parte dell’Unione è di là da venire e forte è il dubbio che sarà mai possibile ottenere un coordinamento così spinto tra diversi strumenti strategici come nel caso dei regimi russo e cinese ma proprio la natura ambivalente dell’Unione, a metà strada tra stato sovranazionale e strumento di coordinamento, potrebbe costituire, se interpretata correttamente, una preziosa fonte di flessibilità strategica e di potere contrattuale. Senza arrivare alla creazione di forze armate europee, l'esempio di Eulex potrebbe essere seguito dalla creazione di una forza di polizia europea proiettabile, che potrebbe essere una valida alternativa alle missioni militari, e magari da qualche organizzazione civile destinata al supporto delle popolazioni e capace di ben integrarsi, a differenza di molte Ong, in una missione di peace-keeping militare.

Qualcosa comunque sembra muoversi anche negli approcci nazionali. La fine dell'amministrazione Bush e la sensazione che si stia avvicinando un punto di svolta sembra incoraggiare un nuovo dinamismo strategico, anche italiano. Un dinamismo che sembra far tesoro delle lezioni emerse dalle ultime crisi e presenta qualche aspetto di originalità e novità, e vede i governi europei molto più autonomi nel definire i contorni delle proprie strategie. Ad esempio il recente trattato italo-libico, se considerato in parallelo agli accordi sottoscritti dall'Eni, sembra ricordare l'approccio usato normalmente dalla Cina ossia offrire importanti investimenti, che verranno realizzati da aziende italiane in cambio di risorse e, considerandone l'ampio orizzonte temporale, si presta a diventare una piattaforma per rapporti che vadano oltre i personaggi del momento.

Non è possibile in questa sede approfondire, oltre questi brevi accenni, argomenti di tale complessità, ma il riferimento a questi aspetti peculiari delle dinamiche strategiche di Russia e Cina vuole far emergere tutti i dubbi circa la prosecuzione, da parte degli stati occidentali di uno sviluppo dello strumento militare sostanzialmente invariato. La principale eredità della guerra fredda, e quella più ingombrante, è probabilmente il senso di inferiorità dei paesi occidentali nei confronti degli Stati Uniti, delle loro forze armate e del loro modo di interpretare le spese militari. Fino a quando lasceremo che, a causa di questa posizione culturale, anche il futuro delle forze armate europee e italiane venga indirettamente deciso dalle lobby del Congresso americano continueremo a sprofondare nel circolo vizioso di forze armate sempre meno utili e sempre più costose da equipaggiare e impiegare.

Nel terminare il suo pezzo Giovanni Punzo richiama un possibile ritorno dell'importanza strategica del territorio e della sua difesa. In realtà bisognerebbe parlare di capacità di controllare il territorio oltre che di difenderlo e un eccesso di enfasi sulla tecnologia degli armamenti risulta anche in questo caso controproducente. Lo strumento militare deve evolvere per tornare a costituire un utile strumento strategico in grado di costituire una forma di forza effettivamente impiegabile, capace di costituire una sorta di rappresentazione tangibile e concreta della forza e determinazione di uno stato e capace di integrarsi ad altri strumenti di politica nazionale senza che le sue esigenze assorbano risorse eccessive.

Ritornando in conclusione alla situazione del nostro paese non avrebbe senso, in una situazione economica tanto delicata, puntare a un puro e semplice aumento delle spese militari per inseguire modelli che già non appaiono più in linea con il nuovo paradigma strategico. Forze armate che fossero la brutta copia di quelle americane non potrebbero costituire quell'utile strumento strategico di cui potremmo aver bisogno e sottrarre fondi a spese vitali quali l'addestramento per finanziare lo sviluppo di tecnologie militari che rischiano di rimanere fini a loro stesse appare un nonsenso strategico.

Diminuzione drastica delle capacità operative ad alta intensità e dei relativi supporti, ristrutturazione dei programmi di acquisizione di aerei da combattimento magari pensando a qualche C-27J in versione cannoniera al posto di decine di F-35, focus sulla costituzione di reparti di fanteria leggera destinati ad essere polivalenti, e quindi privi di dotazioni specifiche quali Vbm o Puma da accentrarsi in specifici reparti di supporto; una specie di USMC in miniatura e a moderato contenuto tecnologico. La difesa italiana è sicuramente sotto finanziata ma soprattutto perché si vuole mantenere invariate le scelte strategiche non apprezzando la possibilità di un cambio di paradigma. Di questo passo invece che garantire sicurezza strategica si rischia che le forze armate garantiscano solo stipendi sicuri.

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