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| Anno 2008 | |
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In questa settimana la sterminata produzione di report e pubblicazioni prodotte dalla comunità della difesa internazionale, soprattutto anglosassone, si è arricchita di due lavori particolarmente interessanti. Questi rapporti, come sempre disponibili online, rientrano nell’ampio dibattito in corso sulle sfide proposte dal connubio tra crisi economica e crisi di identità delle forze armate.
La prima opera sulla quale si vuole attirare l’attenzione è pubblicata dal Center for Defense Information, think tank americano formato da ex militari schierato su posizioni assai critiche a riguardo del militarismo statunitense e conosciuto per una sua pubblicazione mensile il Defence Monitor. Il rapporto è significativamente intitolato “America Defence Meltdown, Pentagon reform for President Obama and the new Congress” e costituisce una vera e propria critica antisistema che, partendo da una rivisitazione critica della grand strategy americana, prosegue ad analizzare in profondità tutti gli aspetti dello strumento militare, dalle diversi armi fino al sistema di avanzamento del personale. Ciò che rende questo rapporto un’opera da approfondire è soprattutto il panel degli autori. Non si tratta infatti dell’opera di un singolo esperto bensì del lavoro congiunto di alcuni tra i teorici e i militari che più hanno contribuito ad animare la discussione su questi argomenti. Si parte da Chet Richards e si passa per Bill Lind, G.I. Wilson, Winslow T. Wheeler, tra i principali collaboratori di John Boyd e autori dell’ormai celeberrimo articolo sull’emergere del fourth generation warfare, e si arriva a Gudmundsonn, il cui libro “Stormtroop tactics” è una delle bibbie dei fautori di un cambio di registro nello sviluppo delle forze armate, e Vandergriff, feroce critico del sistema di avanzamento e selezione dei quadri delle forze armate americane. Quasi tutti gli autori sono ex militari e tutti sono autori controcorrente, che hanno già dimostrato di aver saputo vedere nel futuro prima di altri. Si tratta di buona parte degli esponenti di quel Reform Movement che tanto animò la politica di difesa americana sul finire degli anni Settanta e dei loro eredi, militari che hanno maturato sul campo le loro convinzioni di fronte alla difficoltà di adattare le forze armate americane alle realtà delle operazioni in corso. Il fatto che tredici autori di questo spessore uniscano il loro sforzo in una singola pubblicazione rende quest’opera un unicum assolutamente da leggere. Le idee illustrate sono, almeno per chi scrive, spunti importanti su cui ragionare anche per la situazione del nostro paese. Non trattandosi di una recensione né di una analisi approfondita per l’esposizione dei temi principali si rimanda ad un eventuale successivo approfondimento, con la certezza che in molti avranno un profondo senso di disorientamento dalla lettura di questa opera. La seconda pubblicazione segnalata è una monografia intitolata “An Army at the Crossroads” , pubblicata da un altro think tank americano, il Center for budgetary assessments, e firmata da Andrew Krepinevich, un analista esperto di counterinsurgency e molto conosciuto per un libro intitolato “The Army and Vietnam” dedicato ad un rivisitazione critica di quella guerra. I principali temi trattati da questa pubblicazione riguardano i possibili cambiamenti dell’esercito americano a un futuro di difficile interpretazione, dominato da una prevedibile scarsità di fondi rispetto al vero e proprio diluvio di finanziamenti a cui si è assistito durante l’amministrazione Bush. L’autore sostiene la necessità di riorganizzare l’esercito partendo dal presupposto che esso dovrà molto probabilmente continuare ad affrontare impegni di carattere asimmetrico e irregolare, garantendo nel contempo una sufficiente e credibile deterrenza a fronte della prevista crescita delle capacità convenzionali di altri attori strategici. Un problema che attanaglia anche la programmazione europea. La soluzione prospettata prevede la conversione un certo numero di brigate, la pedina cardine del futuro US Army, in Security Cooperation Brigade Combat Team (Scbct) specificamente addestrate e attrezzate per affrontare sfide a bassa intensità. Queste unità dovrebbero garantire una immediata capacità operativa a fronte di crisi in teatri operativi simili all’Iraq e all’Afghanistan e consentirebbero di guadagnare il tempo sufficiente a riconvertire altre brigate ‘heavy’ nel caso in cui la situazione lo richiedesse. Inoltre l’autore mette in dubbio, a fronte di budget sempre più contenuti, la sensatezza di proseguire nello sviluppo del Future Combat System, il megaprogetto netcentrico e ipertecnologico, destinato a rivoluzionare le capacità operative americane, soprattutto nell’ottica di un confronto simmetrico e ad alta intensità. Come è facile intuire si tratta di pubblicazioni stimolanti che ben rappresentano una capacità di pensare ‘out of the box’ e che arricchiscono anche coloro che potrebbero vedere in queste proposte idee discutibili e di difficile realizzazione. Esse si inseriscono in un filone sempre più approfondito di riflessioni da cui inevitabilmente nascerà il futuro delle forze armate americane, un dibattito incoraggiato e alimentato dai vertici politici e militari americani. Davanti alla ricchezza della discussione oltreoceano stupisce il silenzio assordante del dibattito italiano.
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