Anno 2008

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Iraq, firma del Sofa con gli Stati Uniti

Claudio Buzzi, 5 dicembre 2008

Dopo una lunga ed estenuante trattativa è stato infine siglato l'accordo tra Stati Uniti e Iraq, in termini tecnici chiamato Status of forces agreement (Sofa), che regolamenterà la presenza in territorio iracheno delle forze armate americane e del personale civile e contractors impiegati dalle stesse. Il testo finale approvato in via definitiva dal Parlamento iracheno il 27 novembre è assai diverso dalla veste iniziale di cui erano circolate informazioni parziali.

I punti centrali dell'accordo riguardano la durata dell'impegno americano, il cui termine è stato fissato alla fine del 2011, il coordinamento delle operazioni che dovranno avere uno stretto controllo iracheno, da attuarsi attraverso il Joint military operations coordination committee (Jmocc), una regolamentazione della giurisdizione circa eventuali reati commessi dai militari americani e dai contractors, che concede un certo margine all'esercizio della stessa da parte delle autorità irachene, l'obbligo di trasferire sotto controllo iracheno tutti i detenuti e le persone eventualmente tratte in arresto nel corso di future operazioni e tutto il lungo elenco di aspetti quotidiani che ogni accordo di questo tipo prevede.

Leggendo in dettaglio il Sofa, ripercorrendo la lunga trattativa che lo ha concretizzato e valutando le ultime dichiarazioni in occasione dell'approvazione, emergono con forza alcuni aspetti che permettono di considerare l'entrata in vigore di questo accordo un vero e proprio punto di svolta del conflitto in Iraq. La firma del Sofa potrebbe rappresentare la fine di quella parte del conflitto in cui gli Stati Uniti hanno corso il rischio di incorrere in una plateale sconfitta militare oltre che strategica. In buona sostanza il Sofa rappresenta il termine di quella che, in un articolo ormai lontano nel tempo, chiamammo la Battaglia di Baghdad.

Diciamolo subito: parlare di vittoria non ha alcun senso in questa occasione, come in qualsiasi altra situazione controinsurrezionale. Se però si accetta l'interpretazione del Sofa come 'turning point' allora possiamo provare a fare l'unica cosa possibile quando si è impegnati a valutare un conflitto di questo tipo ossia fornire una valutazione circa la complessiva situazione strategica dei diversi attori in gioco e valutarne le possibilità di sviluppare la stessa a proprio favore.

Come accennato il Sofa stabilisce una data chiara per la fine dell'impegno americano e prevede che le truppe statunitensi vengano trasferite all'esterno dei centri abitati iracheni entro la fine di giugno 2009. Non vi è dubbio che tra le due date quella a cui è connesso il maggior rischio è quella più ravvicinata. Le forze americane, impiegate spesso in piccoli nuclei al fianco delle forze irachene hanno costituito una tangibile garanzia di supporto e un forte argine nei confronti di possibili frammentazioni su base etnica delle forze di sicurezza irachene. Un ritiro rapido dalle città, prima fra tutte Baghdad, metterà a dura prova la reale consistenza del controllo che il governo iracheno esercita sulle proprie forze e costituirà un decisivo test sulla consistenza delle stesse. Non vi è dubbio che il raggiungimento dell'obiettivo della ricostituzione di un solido strumento militare costituirebbe un decisivo successo strategico.

Il testo definitivo del Sofa è denso di riferimenti alla sovranità irachena. Essa è esplicitamente richiamata in quasi ogni passaggio dell'accordo e le stesse modalità con cui l'accordo è stato trovato appaiono testimoniare una grande attenzione a questo fondamentale punto. Infatti il 'surge', ossia la complessa strategia attuata sotto il comando del generale Petraeus, ha comportato un decisivo impegno diretto americano nella complessa scena politica interna del paese, come ben rappresentato dal fenomeno dei Sons of Iraq, le milizie direttamente finanziate dagli americani. Questo impegno diretto se da un lato ha permesso di raggiungere in breve tempo un decisivo miglioramento della situazione sul campo dall'altro è apparso un grave vulnus alla legittimità dello stato iracheno e della sua leadership.

Il Sofa è stato preceduto da un articolato tentativo di riassorbire in un alveo di legalità la presenza sul terreno di queste forze, che sono parzialmente state integrate nell'ambito delle forze di sicurezza irachene. Tuttavia il problema di un reale riequilibrio del potere politico interno al paese è ancora lungi dall'essere risolto. Durante le trattative il governo di Baghdad, guidato dagli sciiti del Siic e del Dawa e dai curdi, ha compiuto una lunga serie di operazioni militari tese ad affermare il proprio ruolo di unico garante della sicurezza giungendo a uno duro scontro con le milizie sadriste. Dall'insieme di manovre politiche e scontri armati è emerso un governo centrale e un gruppo di potere decisamente più forte rispetto al periodo precedente e il potere di Baghdad, forte anche della liquidità generata dalla bolla del prezzo del petrolio, è riuscito a cristallizzare il proprio ruolo.

Questo nuovo clima politico ha stravolto la trattativa sul Sofa e ha ridotto le possibilità di manovra degli avversari. I sunniti appaiono ora assai restii a ritornare sui propri passi, coscienti che in futuro gli americani avranno limiti più stringenti alla propria libertà di manovra politica e che un ritorno qaedista potrebbe essere fatale. Moqtada Al-Sadr a sua volta appare azzoppato dai colpi subiti dalle proprie milizie che, con il ritorno di un minimo di sicurezza garantita dalle forze regolari, si sono trasformate in un gruppo criminale con scarso supporto popolare.

La legittimità popolare e la forza politica del governo centrale appaiono dunque come i veri snodi critici per il futuro del paese e il contenuto del Sofa rispecchia questa realtà. Non solo sono state respinte gran parte delle richieste americane avanzate in origine ma il riconoscimento della giurisdizione irachena sui crimini commessi da soldati e contractors americani, anche se limitata a fatti compiuti al di fuori dell'espletamento delle proprie funzioni, affronta uno degli aspetti più evidenti della limitata sovranità del nuovo stato iracheno e lo stretto coordinamento imposto attraverso la costituzione del Jmocc attutisce l'impressione che gli americani possano operare liberamente nel paese magari anche nei confronti delle potenze confinanti.

La possibilità concreta che il Sofa si trasformi in un passaggio determinante per il futuro degli iracheni è rafforzata dalla possibilità che venga indetto un referendum confermativo in primavera. Una così vasta legittimazione attribuirebbe al trattato un valore indiscutibile e rappresenterebbe forse un segnale, tardivo ma sempre importante, che la tanto vituperata esportazione della democrazia potrebbe aver lasciato qualche traccia.

Spostando l'analisi sulla valutazione dei risultati strategici della battaglia di Baghdad per gli Stati Uniti il discorso si fa ancora più complesso. Con certezza si può affermare che il Sofa non cambi in modo sensibile la situazione degli americani. Gli errori strategici compiuti sia nella concezione che nell'attuazione dell'operazione Iraqi Freedom costituiscono tuttora scogli insuperabili nell'attribuire un valore positivo a quanto avvenuto dal 2003 ad oggi. Tuttavia non si può neppure nascondere il fatto che le scelte effettuate dall'inizio del 2007 ad oggi abbiano impedito che una vera e propria catastrofe.

E' sufficiente ritornare alla situazione caotica e tremenda di fine anno 2006, quando centinaia di cadaveri apparivano sui selciati delle strade ogni notte, quando al-Qaeda sembrava in grado di scatenare un conflitto aperto tra sciiti e sunniti, quando ogni giorno molte autobomba facevano strage di innocenti e diverse decine di militari americani morivano ogni mese; ebbene ricordando tutto questo appare in tutta la sua importanza il fatto che i militari americani abbiano saputo fare la scelta giusta.

'Cut and run': questa era la scelta reclamata dalla gran parte della pubblica opinione e della politica mondiale. Il coraggio fisico e morale di affrontare le proprie responsabilità ha permesso ai soldati americani di evitare che una situazione strategicamente difficile si aggravasse a tal punto da mettere in discussione aspetti ancora più importanti della delicata posizione complessiva del paese e dell'occidente in generale.

Aver evitato una precipitosa ritirata militare ha permesso agli Usa di evitare che, come avvenuto a seguito del Vietnam, la propria forza militare venisse messa in discussione, sia sul piano interno che su quello internazionale. Il collasso americano in Iraq avrebbe aperto le porte ad una vittoria qaedista confronto alla quale la vittoria dei mujahideen afghani contro l'Armata Rossa sarebbe apparsa un gioco da ragazzi, con conseguenze invero catastrofiche.

Inoltre l'esperienza maturata sul campo ha permesso una evoluzione culturale e dottrinale importante le cui conseguenze devono ancora manifestarsi appieno. Di fondamentale importanza è la coscienza del relativo peso ricoperto dalle capacità militari convenzionali nel quadro di conflitti altamente irregolari e complessi e la presa di coscienza dell'importanza di sviluppare un intero set di nuove capacità, da quelle constabulary a quelle di addestramento di forze locali. Tutti aspetti che potranno esser messi a frutto negli anni a venire, con la speranza che permettano di evitare il ripetersi di errori tragici. Basta pensare alle affermazioni avventate dello stesso president-elect Obama circa il futuro dell'impegno americano in Afghanistan e Pakistan per comprendere che certi pericoli non nascono solo dalle teorie dei think tank neocon.

Si tratta quindi più che altro di una specie di 'vittoria difensiva' che ben lungi dal permettere un ribaltamento del quadro strategico mediorientale ha permesso di limitare i danni evitando una crisi definitiva. Per gli Stati Uniti il Sofa rappresenta quindi una occasione importante per raggiungere l'unico obiettivo strategico ancora raggiungibile: l'esistenza di uno stato iracheno che abbia una sufficiente possibilità di sopravvivere nel lungo periodo. La data prevista di ritiro, posta un anno oltre quanto richiesto dall'opposizione democratica, permette all'amministrazione Bush di cantare vittoria e lascia comunque un buon margine di sicurezza per poter affrontare una transizione complessa nel paese e gli sviluppi del dossier iraniano.

Inoltre il progressivo allentamento della pressione sulle truppe americane e il loro progressivo rimpatrio permetterà la ricostituzione di un minimo di riserva strategica e la possibilità di far affluire rinforzi in Afghanistan, che in unione al Pakistan, sta emergendo come il fronte principale della lotta all'islamismo armato.

Tra i tanti e diversi attori del conflitto in Iraq no si possono dimenticare al-Qaeda e l'Iran. Per al-Qaeda l'Iraq si sta trasformando in un vicolo cieco e come avvenuto in Algeria se lo stato centralel manterrà il controllo della forza la sua sconfitta appare ormai solo questione di tempo. La sconfitta politica e ideologica è ormai avvenuta e quella sul campo la seguirà inevitabilmente. L'Iran rimane l'attore che potenzialmente guadagna di più dal Sofa, potendo contare su un maggiore controllo iracheno sui movimenti americani e su un futuro ritiro americano che Teheran farà di tutto perché avvenga senza scossoni. Al regime teocratico non servirebbe a nulla stravincere.

Come avemmo modo di scrivere, la battaglia di Baghdad avrebbe potuto diventare la prima battaglia decisiva della storia combattuta secondo le complesse logiche controinsurrezionali, e ha invero costituito un evento che rimarrà nei libri di storia militare. La controinsurrezione non ammette vincitori ma il fatto che il Sofa appena concluso abbia potenzialità ancora decisive per uno sviluppo futuro più equilibrato per l'Iraq e i relativi assetti regionali la dice lunga su quanto positiva debba essere la valutazione circa questi ultimi due anni di operazioni.

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