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| Anno 2008 | |
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Graffignana, 13 ottobre 2008
Premessa Nel 1954, assieme a mio padre e a mia nonna ero presente a Bari alla cerimonia di rimpatrio delle salme degli ufficiali trucidati a Kos dai nazisti nell’ottobre del 1943, tra le quali c’era quella del tenente Vincenzo Cardinale, fratello di mio padre. Ricordo ancora la profonda emozione che mi procurò la vista di quelle piccole casse di legno grezzo allineate per ricevere gli onori militari, un’emozione fatta di orgoglio e di rabbia. Poco dopo, nel paese natale di mio zio, il corso principale venne intitolato alla sua memoria e mio padre volle farmi pronunziare il discorso di commemorazione scritto da lui, che dopo l’esaltazione dell’abnegazione e dell’onore dei caduti si concludeva con un forte appello a bandire tutte le guerre. Nonostante la mia timidezza feci del mio meglio. Da allora questo ricordo mi ha accompagnato per tutta la vita, anche se ho sempre rinviato ogni atto concreto per rendere onore alla memoria di mio zio. Negli ultimi dieci anni, ho maturato più volte l’intenzione di visitare l’isola di Kos e di ritrovare il luogo dell’eccidio, ma motivi familiari di varia natura mi sono sembrati sempre più urgenti e ho sempre rimandato. Finalmente ho programmato questo viaggio per l’autunno 2008, nel quale nessun familiare aveva la possibilità di accompagnarmi, ma ho potuto godere della piacevole compagnia di quattro amici, Chiara e Sandro Verdelli e Bruna ed Elena Pellegrini, che si sono da subito interessati alla mia idea, sono stati pronti ad accompagnarmi e mi sono stati sempre molto vicini, soprattutto quando più forti erano le emozioni. Il viaggio si è svolto tra il 6 ottobre e l’11 ottobre 2008, esattamente 65 anni dopo la tragedia che si è consumata tra il 5 e il 7 ottobre 1943. Siamo partiti dotati di alcune preziose informazioni trovate sul sito Dodecaneso.org, senza però la certezza di poter individuare il luogo del massacro, nel quale era mia intenzione lasciare una targa ricordo, che mi ero portato dall’Italia. IL VIAGGIO DELLA MEMORIA L’arrivo Lunedì 6 ottobre siamo arrivati all’aeroporto di Kos verso le 22.30 e io non riuscivo a non pensare al fatto che 65 anni prima, in un posto non lontano, a quell’ora alcuni ufficiali italiani della divisione Regina giacevano già trucidati sotto neanche un metro di terra. Sulla strada per Kos ho chiesto all’autista del taxi di indicarmi la località di Linopoti, vicina al sito dell’eccidio ed essendo egli sorpreso della mia richiesta, gli ho spiegato la ragione del nostro viaggio. L’autista ci ha spiegato che aveva un forte interesse per gli eventi bellici avvenuti nell’isola nell’ottobre del 1943, perché suo nonno, che li aveva vissuti da vicino, gli aveva trasmesso i suoi ricordi e anche la pietà per la sorte degli italiani e l’esecrazione per la crudeltà dei nazisti, che avevano massacrato dei prigionieri disarmati. Il tassista ci ha raccontato che i tedeschi, dopo un violentissimo bombardamento da alta quota, contro il quale le truppe inglesi, sbarcate dopo l’armistizio, e quelle italiane non avevano potuto opporre nessuna resistenza, avevano effettuato uno sbarco aereo e uno navale. Lo sbarco navale e il lancio dei paracadutisti aveva avuto diversi teatri di scontro, uno dei quali era tra l’aeroporto occupato dai tedeschi e una linea del fronte anglo-italiano posta a circa due chilometri. Lungo la strada l’autista ci ha indicato quella che era stata una grande caserma degli italiani, vicino a Linopoti, e ci ha confermato che il massacro era avvenuto qualche giorno dopo, in una zona vicina ad un lago salato, chiamata le “saline”. Per quella sera avevamo già avuto qualche informazione in più e dopo il lungo viaggio mi sono addormentato non senza fatica, anche perché continuavo a proiettare nella mia mente le immagini del racconto del tassista e delle fantasie che mi ero costruito. Il castello di Kos e il cimitero All’ufficio del turismo abbiamo chiesto informazioni sull’ubicazione del cimitero, dove è installata una grande lapide in pietra, sulla quale sono incisi i nomi dei 103 ufficiali trucidati, e sul castello nel quale gli ufficiali erano stati tenuti prigionieri prima di essere trucidati. La giovane impiegata ha negato che il castello della detenzione potesse essere quello posto proprio nel porto di Kos, indicando invece un altro castello, situato vicino all’aeroporto di Antimachia. Abbiamo anche chiesto informazioni a proposito di una signora greca vedova di un italiano, che dai nostri documenti risultava essersi occupata di curare i ricordi e i monumenti relativi all’eccidio. Pur conoscendola, la giovane impiegata dell’ufficio non sapeva, dove trovarla. Ci hanno poi confermato che la zona dell’eccidio era vicina alla località delle “saline” come aveva detto il tassista il giorno prima, indicandoci sulla mappa anche genericamente un’area di riferimento. Con queste informazioni e con una mappa dettagliata della città, siamo andati a visitare il castello, una costruzione imponente nel porto di Mandraki, costruita su un’antica fortificazione bizantina e rinforzata con un’ulteriore cinta di mura nel 1494, ad opera dei Cavalieri Gerosolimitani, ma poi conquistato dai turchi nel 1523. La costruzione è imponente e ha una magnifica vista sulle coste della Turchia, ma la visita non ha destato particolari emozioni, perché non pensavamo che fosse servita a ospitare i nostri ufficiali, condannati a morire dopo pochi giorni. Questa informazione è poi risultata falsa, perché i prigionieri catturati erano stati portati proprio nel castello di Kos, dove dopo una sommaria identificazione, i tedeschi accertavano se avevano partecipato ai combattimenti e verificavano se accettavano di combattere con i tedeschi stessi, nei ranghi dei reparti fascisti, condannando di fatto a morte quelli che avevano fatto il loro dovere e rimanevano fedeli al loro giuramento di lealtà nei confronti della monarchia. Vi furono pochi casi gravi di tradimento da parte di alcuni ufficiali italiani e in un caso, un capitano di artiglieria, aveva innalzato la bandiera nazista e aveva sparato con un cannone contro le posizioni dei suoi commilitoni, anche se i soldati si erano rifiutati di eseguire l’ordine. Dal castello di Kos gli ufficiali prigionieri furono poi condotti a piedi a Linopoti (distante circa 16 chilometri) e poi massacrati. Successivamente la nostra piccola delegazione si è diretta al cimitero cattolico di Kos, presso la Chiesa di San Giovanni Battista, dove sapevamo di trovare la lapide degli ufficiali italiani. In questo luogo abbiamo visto una signora che mi è sembrato di riconoscere come la signora Elena Clonari Sciatore, della quale avevo una foto, scaricata dal sito dei reduci dell’Egeo. A prima vista la signora mi ha chiesto stranamente se per caso ero un tedesco, ma quando le ho detto che ero italiano e nipote di uno degli ufficiali trucidati mi ha abbracciato calorosamente e mi ha portato a cercare il nome del tenente Vincenzo Cardinale su una enorme lapide in marmo eretta dalla città di Kos. La sua storia è semplice e commovente, perché all’epoca dei fatti era una bambina, ma suo padre, che era pescatore, insieme ad altri greci era stato tra i primi a identificare il luogo dell’eccidio, grazie alla segnalazione di un contadino che aveva sentito gli spari della fucilazione e anche al ritrovamento da parte dei contadini di ossa umane che affioravano durante l’aratura. Già nei primi mesi del 1944 molti conoscevano la verità sulla sparizione degli ufficiali. Diversi cittadini di Kos, a prezzo della propria vita, avevano aiutato gli sbandati italiani e inglesi a fuggire, trasportandoli per mare nella vicina Turchia. Infatti secondo la signora Elena sei persone, tra le quali una giovane donna di 26 anni, erano stati arrestate dai tedeschi e impiccate subito dopo l’eccidio per questo motivo. A volte, per passare i controlli dei tedeschi, gli italiani in fuga venivano fatti sdraiare sul fondo di carretti carichi di cipolle. Per molto tempo si trovavano cadaveri di militari italiani abbandonati o malamente sepolti. In seguito, quando i prigionieri italiani erano stati avviati verso la prigionia, alcune imbarcazioni tedesche erano saltate in aria per l’attacco dei sottomarini inglesi, per cui a volte si trovavano sulla spiaggia o nel mare i cadaveri degli sfortunati italiani, ai quali i Coi davano di nascosto sepoltura. La signora Elena, che aveva sposato un italiano e aveva abitato a lungo in Svizzera, dopo la morte del marito si era ritirata a Kos e aveva deciso di prendersi cura della memoria e del decoro di questo luogo del ricordo, dove non cessa di portare fiori e lumini, esplicando così la sua attività di volontariato. Di fatto si reca tutti i giorni al cimitero cattolico, che tiene in ordine, restandovi dalle 8 alle 12, ricevendo i visitatori italiani, particolarmente i parenti delle vittime e organizzando ogni anno una commemorazione dell’eccidio, facendo dire una Messa da un prete cattolico. Essendo il 7 ottobre, proprio mezz’ora prima del nostro arrivo era stata detta la messa. Siamo stati a lungo con Elena, la quale ci ha raccontato tra l’altro, che durante l’occupazione germanica, quando i tedeschi lo hanno permesso, essendo ormai il segreto della strage diventato di dominio pubblico, su iniziativa del cappellano militare e di alcuni italiani residenti nell’isola e con l’aiuto di molti cittadini di Kos, i corpi sono stati riesumati e trasportati nel cimitero di Kos in una fossa comune, sormontata da una modesta croce. Nel cimitero abbiamo anche visto numerose lapidi individuali di ufficiali e soldati italiani morti tra ottobre e dicembre 1943. Tuttavia i corpi degli italiani sono stati rimpatriati e deposti nel sacrario militare di Bari, per cui restano solo queste lapidi come muta testimonianza. La signora Elena aveva molto da ridire sulla latitanza delle autorità italiane, che dopo il rimpatrio delle salme non si erano preoccupate di conservarne la memoria sul posto. Nemmeno esse si erano costituite quando il generale tedesco Müller, responsabile di aver ordinato l’eccidio, oltre che di numerose violenze anche contro la popolazione greca, catturato dai soldati greci alla fine della guerra, venne processato dai giudici greci per crimini di guerra e condannato nel 1947 all’impiccagione. Quando abbiamo chiesto notizie sul luogo della strage, Elena si è offerta di accompagnarci subito, perché da soli non lo avremmo mai trovato. Tuttavia, essendo ormai tardi ed essendo necessario noleggiare una macchina, ci siamo accordati di andare insieme il successivo 9 ottobre. Commosso per la sua grande umanità e cordialità, le ho espresso il desiderio di fare qualcosa per lei, ma rifiutava cortesemente dicendo che aveva tutto quello che le serviva e che ogni cosa che faceva per onorare i Caduti italiani era dettata dal suo grande affetto e da quel sentimento che era diventato la sua missione e le dava tanta tranquillità. Poi mi ha esortato a non essere triste perché erano passati 65 anni e io avevo onorato mio zio venendo a Kos. Il luogo dell’eccidio La mattina del 9 ottobre siamo passati presto da un fioraio, dove ho preso un mazzo di rose da portare alla signora Elena e uno di gigli da lasciare sul luogo dell’eccidio, poi siamo arrivati al cimitero, dove ci aspettava la nostra amica, che ci ha accolto calorosamente e si è commossa per il modesto omaggio floreale. A sua volta aveva portato per me e per l’amico Sandro un libro recentemente pubblicato dal colonnello italiano, Pietro Giovanni Liuzzi, dal titolo “Kos, una tragedia dimenticata. Settembre 1943 / maggio 1945”, edit@, Taranto, 2008, per fargliene dono. Con l’auto ci siamo diretti sulla strada principale in direzione dell’aeroporto e dopo Zipari abbiamo girato a destra, all’altezza di un’antica casa colonica dei contadini italiani insediati a Kos prima della guerra e ora abbandonata. Dopo poco abbiamo girato verso sinistra in direzione di Marmari, poi all’altezza del rudere di una vecchia casa abbiamo preso per un viottolo in terra battuta fermandoci all’altezza di un grande e bellissimo albero che troneggiava all’interno di un campo nel quale si trovava anche una fila di innaffiatoi posti su dei paletti. Nella direzione segnata da questi innaffiatoi si vedono due alberi molto più piccoli e meno belli del precedente. Questo campo è arido e senza vegetazione, salvo delle lunghe piante spinose che non conoscevo. Il terreno, che è reso poco fertile dalla vicinanza dello stagno salato, è costituito da una terra aggrumata in palline di un diametro non più grande di mezzo centimetro. D’accordo con i miei amici e con Elena, abbiamo scelto un luogo sul bordo rialzato di questo campo. Elena aveva portato una piccola croce in legno scuro e io avevo portato dall’Italia una piccola targa su cui avevo fatto incidere le seguenti parole: “In memoria degli ufficiali e dei militari italiani trucidati dai nazisti a Kos il 5/7 ottobre 1943. Ottobre 2008”. Con i chiodi che avevo portato anche dall’Italia e con un martello che mi ero fatto prestare dalla gentilissima proprietaria dell’albergo Americana dove avevamo preso alloggio, Sandro e io abbiamo inchiodato la targa sulla croce e, aiutandoci con il martello e con le mani, abbiamo scavato una piccola buca nella quale abbiamo piantato la croce. Con grande commozione ho sentito il bisogno di mettermi sull’attenti e di rendere, a mio modo gli onori militari pronunciando, quando l’emozione me lo ha permesso, le seguenti parole: “Onore ai valorosi ufficiali della divisione Regina qui fucilati vigliaccamente dai nazisti nell’ottobre del 1943. Che possa il vostro nome essere a lungo ricordato. Un grande ringraziamento ai cittadini dell’isola di Kos e in particolare alla signora Elena Clonari Sciatore”. Successivamente, leggendo il libro che Elena mi ha regalato, ho trovato una pianta con l’ubicazione delle fosse comuni nelle quali sono state rinvenute le salme di 66 dei 103 ufficiali italiani (37 non sono mai state ritrovate) e mi sono convinto che quella dove era stato interrato mio zio era proprio vicina al luogo nel quale, inconsapevolmente, abbiamo piantato la croce. Per riacquistare la tranquillità e la pace che quel luogo ispirava, abbiamo dovuto attendere un po’, poi siamo ripartiti, sempre con la nostra Elena. La caserma della divisione Regina Partiti dal luogo dell’eccidio, guidati da Elena ci siamo diretti ancora sulla strada per l’aeroporto, lungo la quale si trova ancora in piedi, anche se abbandonata e con molte rovine, la caserma Vittorio Egeo di Linopoti. Si entra senza alcun controllo in una vasta area dismessa sulla quale si trovava una grande caserma costruita dagli italiani e poi occupata dai tedeschi dopo l’ottobre del 1943 e successivamente dalla polizia greca. Ora giace abbandonata perché le autorità locali non hanno deciso ancora cosa farne, anche se si pensa che possa essere trasformata in un ospedale. Solo la cappella è perfettamente restaurata e funzionante, per il resto solo rovine, erbacce, aghi di pino e pigne su un’area enormemente estesa. Sembra un complesso abbandonato da poco, dopo un aspro combattimento, ma nonostante l’abbandono, è facile immaginare nel grande piazzale lo svolgimento delle esercitazioni militari sotto gli occhi attenti degli ufficiali. Ci siamo aggirati liberamente nei vari locali abbandonati e con l’amico Sandro siamo saliti anche al primo piano dell’edificio principale, dove c’è un grandissimo locale, su una parete del quale campeggia ancora un grande affresco di regime ma privo dei simboli del fascismo. Pensiamo che possa essere stata la sala della mensa, anche per la vicinanza di un locale che potrebbe essere stata una cucina, sebbene forse troppo piccola in proporzione. Dopo questa visita siamo tornati ancora una volta al cimitero di Kos e con Chiara abbiamo esaminato le numerose lapidi dei militari presenti, riscontrando che i nomi risultavano compresi in un elenco dei caduti dell’Egeo che mi ero portato dall’Italia. Conclusione Dopo la visita abbiamo avuto il piacere di avere la signora Elena con noi a pranzo e poi l’abbiamo accompagnata a casa, dove ci ha più volte invitati a essere in un prossimo viaggio suoi ospiti, lasciandoci a disposizione tutta la sua casa. In ogni caso ha chiesto di vederci ancora prima della partenza, per cui abbiamo promesso di andarla a trovare ancora sabato 11 mattina prima di partire per l’aeroporto. Il viaggio della memoria sarebbe stato a questo punto virtualmente concluso, ma venerdì 10, al ritorno da un giro turistico dell’isola, abbiamo trovato in albergo il messaggio di un signore greco a noi sconosciuto, appassionato di storia della seconda guerra mondiale che chiedeva di vederci in merito alla ragione del nostro viaggio. Sabato mattina alle 8.30 è arrivato puntualmente un signore, che si è presentato come dr. Konstantinos Coghiopoulos, un medico psichiatra, e ci ha raccontato di aver coltivato fin dalla più giovane età la passione di raccogliere cimeli e memorie della guerra a Kos. Ci ha poi mostrato le bozze di un documentatissimo libro che sta preparando sull’argomento, dopo aver consultato tutti i documenti d’archivio disponibili, sia in Grecia che in Italia, a partire dal diario del padre Michelangelo Bacheca, particolarmente prezioso per l’identificazione delle salme e per la ricostruzione dei fatti. Il dr. Kostas, citato anche nel libro del colonnello Liuzzi, negli ultimi 20 anni ha avuto l’occasione di avvicinare e intervistare, oltre agli abitanti del luogo informati dei fatti, molti dei reduci italiani e tedeschi che erano tornati sull’isola, o anche dei familiari degli italiani venuti a Kos, raccogliendo moltissime fotografie. Aveva persino intervistato qualcuno degli ufficiali collaborazionisti sopravvissuti, cercando di capire le loro ragioni, anche se in qualche caso si era trattato di vero tradimento. La persona che più lo ha colpito è stato il tenente dei carabinieri Dante Zucchelli (nel frattempo diventato generale), che era rimasto volontariamente sull’isola durante l’occupazione tedesca. Per il suo carisma e il rispetto che incuteva anche nei tedeschi, era riuscito a far fuggire quanti più italiani era possibile e per due volte aveva rischiato la fucilazione. Aveva anche recuperato la bandiera del reggimento nascosta da una valoroso militare italiano, su incarico dell’alfiere fucilato con gli altri ufficiali. Il dr. Kostas, al quale il nostro arrivo era stato segnalato dall’amica Elena, mi ha chiesto alcune informazioni sullo zio Enzo e mi ha pregato di fargli avere una sua foto per inserirla nel suo libro. Mi ha poi chiesto di aderire a una petizione che si sta organizzando nei confronti del comune, per porre una lapide sul luogo dell’eccidio, petizione alla quale ho naturalmente promesso di aderire. Prima di lasciarci ci ha dato una notizia che mi ha procurato un’ulteriore emozione finale: l’albergo Americana dove alloggiavamo era stato costruito sull’area della caserma principale della divisione Regina a Kos, la caserma Regina, della quale sopravviveva solo una piccola chiesa a pochi metri dal tavolo dove stavamo parlando. Una volta abbattuta erano stati costruiti oltre all’albergo, case private, un cinema all’aperto, dei giardini e altre strutture. Con questa ultima emozione siamo tornati a salutare la nostra amica Elena che ci stava aspettando, dubitando che fossimo già partiti, perché in ritardo. Salutandoci calorosamente ha consegnato a ognuno un pacchetto di dolciumi tipici (mandorle e nocciole ricoperte di sesamo, buonissime), raccomandandoci di tornare come suoi ospiti e a me di inviarle una foto dello zio, perché ha un album con tutte le foto degli ufficiali che ha trovato. Per fortuna anche noi eravamo preparati e le avevamo portato un regalo, come piccolo segno della nostra riconoscenza.
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