Anno 2008

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La crisi del petrolio vista dal fondo del barile

Giuseppe Croce, 6 dicembre 2008

In cinque mesi il prezzo del petrolio è crollato di due terzi, e non è detto che sia una buona notizia. Un barile costa meno di 50 dollari, regalato rispetto ai prezzi di pochi mesi fa: a luglio costava il triplo. I consumatori se ne sono accorti facendo il pieno, anche se lamentano una discesa dei prezzi di benzina e gasolio assolutamente non confrontabile con quella del greggio. Per il resto, benzina a parte, la situazione internazionale del petrolio è tutt’altro che chiara e l’incertezza domina anche tra gli investitori.

Per capire qualcosa dei movimenti attuali del mercato dei prodotti energetici è utile analizzare, prima di tutto, la crisi internazionale per poi passare ad alcuni dati sulle vendite e sui prezzi. Sulla crisi la stampa ha detto ormai tutto o quasi; ciò che ci interessa è principalmente il fatto che si tratta, in seguito al crollo dei colossi bancari e assicurativi americani, di una enorme crisi di liquidità. Detta in altre parole, tolta di mezzo la carta, manca la moneta: gli acquisti speculativi si sono drasticamente ridotti, anche nel mercato del petrolio, e finalmente si è tornato a comprare con soldi veri il petrolio vero.

Il barile a 150 dollari aveva numerose cause. La prima, che non agiva direttamente sul prezzo ma direttamente innescava la speculazione, era una causa industriale, di sbilancio tra domanda e offerta. La prima era forte, sia per l’immediato che in prospettiva per il futuro, la seconda era “bloccata”. Il virgolettato è utile, perché proprio sui motivi del blocco della produzione si è a lungo discusso, parlando o di fine del petrolio o di scelta dei produttori di non accrescere la disponibilità sul mercato. In realtà, a leggere bene le analisi e leggendo qualche buon libro, si scopre facilmente che le famose Cassandre del mercato degli idrocarburi non hanno mai parlato di fine del petrolio ma di fine del petrolio a buon prezzo. Il che è una cosa molto diversa.

Petrolio sotto terra ce n’è ancora molto, ma non sarà economico estrarlo. Puntualizziamo: per coprire l’attuale domanda esiste una fiorente industria estrattiva che attinge da un tot di pozzi tramite un tot di macchinari, per poi mandare in giro per il mondo il petrolio per mezzo di un tot di oleodotti o petroliere. Tutti questi ‘tot’ sono stati per lungo tempo in equilibrio e il prezzo, scossoni politici a parte, è stato abbastanza stabile. A un certo punto, a cavallo tra il secondo e il terzo millennio il giocattolo si è rotto: la richiesta è aumentata a ritmi superiori alla media; l’offerta no. Il petrolio da estrarre c’era, i mezzi per trasportarlo e, soprattutto, estrarlo dal sottosuolo si sono mostrati insufficienti.

Gli esperti del settore hanno spesso criticato questa situazione, imputandola al comportamento delle multinazionali dell’energia, sia nazionalizzate che ‘libere’, che non avrebbero investito sufficientemente sugli asset produttivi, finendo poi per trovarsi nell’impossibilità di soddisfare a pieno la domanda. Di colpo, per i motivi appena esposti, è venuto a mancare il famoso ‘swing producer’, cioè quel produttore che da un giorno all’altro riesce a immettere sul mercato qualche centinaio di migliaia di barili in più per stroncare il rally del prezzo. Questo ruolo è stato ricoperto per anni dall’Arabia Saudita. Nel frattempo, però, sono spuntati anche due formidabili ‘swing consumer’ come la Cina e l’India, due paesi in grado di assorbire in un batter d’occhio ogni eccesso di offerta.

Questa la situazione, dal punto di vista industriale, che sta alla base del petrolio a 150 dollari al barile di luglio. Poi, dicevamo, è arrivata la crisi che ha portato al crollo della domanda e a una improvvisa penuria di liquidità sul mercato. Mancando i liquidi, la speculazione sul prezzo tramite i famosi ‘barili di carta’ è andata a farsi benedire. Una bella fetta del prezzo, quindi, è stata tagliata dal giorno alla notte.

Da luglio ad oggi, poi, è successa un’altra cosa: il rapporto euro-dollaro è sceso da 1,60 circa a 1,25 circa. Quasi 40 centesimi in meno per comprare un dollaro, in un mercato come quello del petrolio, fanno parecchio. I paesi produttori, infatti, vendono in dollari ma poi, quando fanno la spesa sui mercati internazionali, usano la moneta europea. Ciò li ha portati per lunghi mesi a rifiutare qualunque manovra sul prezzo, visto che buona parte dei dollari che guadagnavano li perdevano col cambio. Anche il parziale riequilibrio tra dollaro ed euro, quindi, ha favorito la discesa del petrolio.

Ma dopo tutte queste cause, è ora di analizzare anche quella più importante: il crollo nelle previsioni di crescita dell’economia e, conseguentemente, nei consumi di energia e di materie prime. Bisogna essere precisi: una diminuzione della domanda ancora non c’è: stando a fonti qualificate (Staffetta Quotidiana del 19 novembre scorso, che riporta i dati dell’Opec sul mercato fisico del petrolio), la domanda globale di petrolio nel 2008 sarà di circa 86,19 milioni di barili al giorno, contro gli 85,9 del 2007. Di poco, ma in crescita. Come in crescita sarà almeno per tutto il 2009: la domanda prevista è pari a 86,68.

Quindi una crescita dei consumi, seppur minima. Ma il dato grezzo va analizzato: se fino a qualche mese fa la crescita della domanda era frenata dai prezzi alle stelle (e per questo non era preoccupante ma fisiologica), ora che i prezzi si prevedono in discesa la cosa è diversa. La domanda frena perché frenano la produzione industriale e i consumi. In questo caso la preoccupazione è più che lecita perché, fermo restando che Cina e India continueranno ad assorbire in parte gli eccessi, il calo nella crescita della domanda deriva da un calo nelle ‘bocche da sfamare’: chiudono le fabbriche, i consumatori occidentali tirano la cinghia fin che possono. Quando non possono più, raschiano il barile.

Per restare in Italia, ad esempio, il calo nei consumi c’è stato: nel 2008 si sono bruciati il 3,8% (circa 280.000 tonnellate) di prodotti petroliferi in meno. In totale, per tutti i beni, gli italiani hanno fatto registrare una contrazione dello 0,7% nei consumi. La situazione attuale e, soprattutto, le previsione tutt’altro che rosee si riverberano inesorabilmente sui prezzi di petrolio e derivati. Quanto? Molto, come abbiamo visto.

Nel dettaglio: negli ultimi quattro mesi benzina e gasolio perdono tra il 40 e il 50%, l’olio combustibile fluido a basso tenore di zolfo (usato ad esempio nelle centrali termoelettriche) è sceso del 30% mentre l’olio combustibile denso a basso tenore (buono per forni e caldaie industriali) è sceso quasi del 50%. Quanto detto sino a questo momento, però, non basta a comprare la palla di vetro e a fare previsioni.

Rileggiamo i fatti: manca liquidità per fare speculazione. Vero, ma solo nei paesi occidentali: i grandi produttori di petrolio hanno le casse piene e con i loro fondi sovrani potrebbero spostarsi dall’economia reale a quella speculativa. La domanda frena: anche in questo caso non è detto che continui. L’Occidente sarà in pausa per qualche anno, Cina e India assorbiranno il colpo più facilmente. Chi ha le casse piene grazie al petrolio a 150 dollari di luglio non ha ancora deciso come muoversi. In uno scenario inverso rispetto al precedente, tutti quei miliardi di dollari potrebbero essere investiti in stabilimenti produttivi. Per quello che una volta era il terzo mondo sarebbe una svolta epocale, favorita dal fatto che americani ed europei non avrebbero modo di far concorrenza, visti i tempi che corrono.

L’offerta è limitata a causa di problemi industriali: gli sceicchi potrebbero cogliere la palla al balzo per riequilibrare ulteriormente il mercato internazionale del petrolio, in vista della ripresa che avverrà tra qualche anno. Investendo in impianti di estrazione potrebbero dare la spallata alle multinazionali euro-americane e garantirsi un futuro in cui i veri e unici padroni dell’energia sono loro. Oppure, più semplicemente, tutto potrebbe restare com’è. Chi non ha il petrolio nel giro di qualche anno si riprende, si lecca le ferite e ricomincia a produrre. Chi il petrolio ce l’ha usa gli avanzi di cassa per bere Martini sulla spiaggia mentre gli altri si scannano per un tozzo di pane. Tutto assolutamente imprevedibile. Nel frattempo, però, si registrano altri movimenti interessanti che potrebbero influire sul futuro del mercato dell’energia.

Cambiamo idrocarburo e passiamo al gas naturale. Ormai in molti lo preferiscono al petrolio: è più equamente distribuito sotto la crosta terrestre, anche se di poco; è più ecologico; toglie pressione sul petrolio, permettendo di usare quest’ultimo per altri scopi industriali come la sintesi di numerosi prodotti chimici e la produzione di innumerevoli materie plastiche; non si compra su un mercato spot ma a contratti take or pay da 30 o più anni. Dettaglio, quest’ultimo, da non sottovalutare perché permette di prevedere con discreta previsione i prezzi dell’energia elettrica, del riscaldamento urbano e del Gpl per autotrazione per diversi anni. La cosa assai scomoda del gas è che costa molto trasportarlo, sia nel caso del gasdotto che in quello del Gnl via metaniera.

Per quanto riguarda i gasdotti, la regina Gazprom tende a rassicurare i mercati: è del 19 novembre la notizia che per quanto riguarda il progetto Nord Stream non ci dovrebbero essere problemi finanziari. Paul Corcoran, direttore finanziario del consorzio che realizzerà il progetto faraonico, ha affermato: "Siamo assolutamente entro i tempi per realizzare il progetto come previsto e ci siamo anche con i finanziamenti". Quando gli hanno fatto notare che nelle banche di mezzo mondo mancano i liquidi, Corcoran ha risposto: “E’ vero che la situazione della liquidità non è la stessa di due anni fa. Ma da quel che mi risulta, se è vero che le banche sono chiuse per molti tipi di affari, il mercato finanziario per i progetti è ancora aperto e il nostro è proprio il genere di progetto che una banca vede con favore”.

Che dire: chi desidera mettere su casa e ha problemi col mutuo, alleghi al progetto un gasdotto. Altrimenti resti sul fiume ad aspettare, perché su questa crisi - almeno per ora - le certezze sono davvero poche.

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