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| Anno 2008 | |
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Dopo sette anni dall’inizio di quella che gli Stati Uniti d’America continuano a definire come la Guerra al Terrore, le forze armate americane, pubblicando il loro ultimo Operations Manual FM 3-0, rivelano di fatto le strategie e i piani per il prossimo futuro.
Come ha affermato in una recente intervista il Liutenent General William Caldwell IV, comandante del Army’s Combined Arms Center di Fort Leavenworth in Kansas, la nuova versione del FM 3-0 rappresenta “the blue print to operate over the next 10 to 15 years”. Con questo manuale, lo storico che si interessa di relazioni internazionali può affermare che “il cerchio si chiude”. Il processo di adattamento delle forze armate e della intelligence statunitensi trova in questa stesura del FM 3-0 (2008) la conferma dell’attuazione del percorso iniziato nel 2001 e la ripianificazione delle operazioni americane a breve e medio termine. Costituisce altresì l’unità di misura nei confronti degli alleati della più grande potenza occidentale. Secondo il manuale, gli Stati Uniti nel corso dei prossimi tre lustri dovranno: affrontare una Complex era of persistent conflict; sostenere conflitti fuori del territorio nazionale in Paesi dove le istituzioni locali sono fragili e l’ambiente difficilissimo e ostile; con le loro forze armate operare in presenza di popolazioni civili; elevare il livello di importanza delle stesse Stability Operations al punto da doverle parificare alla vittoria sull’avversario-nemico. La necessità di affrontare minacce decentralizzate (Unconventional Wars) conferma quanto già preannunciato dal segretario della Difesa Robert Gates nell’ottobre del 2007: “Uncoventional wars are the most likely to be fought in the years ahead”. Tali minacce future - in parte simili a quelle attuali presenti in talune aree - verranno affrontate facendo uso della dottrina definita Full-Spectrum operations - Fso, peraltro già contemplata nel precedente FM 3-0 del 2001. La versione del 2008 amplia la dottrina, che nel suo insieme dà vita a una Mind Map che vede al centro le Fso con una combinazione di Offense, Defense, Stability operations, Civil-support operations, da condurre tutte simultaneamente superando così l’approccio del tipo questo-o-quello. L’accento viene messo sulle Stability operations e Civil-support operations, nelle quali viene ora individuata la chiave del successo del conflitto: “Shaping the civil situation is just important to success”. Il Pentagono, già in una sua direttiva del 2005, aveva definito le Stability operations come il ‘core mission’ ai fini della difesa degli interessi americani all’estero. Le Stability operations consistono in cinque Lines of Effort che includono: Civil security; Civil control; Support to governance; provision of essential services; Support to infrastructure and economic development. Come è facile arguire, queste linee operative implicano una serie di questioni di tipo organizzativo che potranno essere affrontate e risolte solo in un’ottica di effettivo coordinamento della componente militare e di quella civile, coordinamento che gli Stati Uniti hanno provveduto a realizzare - benché lentamente - nell’ultimo decennio. Con gli attentati del 11 settembre 2001, la risposta americana ha visto le proprie truppe - e talora quelle di alcuni suoi alleati - impegnate nella Guerra al terrore in Afghanistan e poi in Iraq. Nel 2006, in occasione della 42^ Conferenza sulla sicurezza tenutasi a Monaco di Baviera, il concetto di Guerra al Terrore venne rimpiazzato dal Long war. In quella stessa circostanza, Rumsfeld, presentando il Quadrenial defence review, indicò i quattro pilastri della difesa americana (Uncoventional approach; Building partnerships; Priorities; Lawrence’s legacy), che, pur senza far riferimento ad alcuna specifica area geografica, individuavano molti dei punti poi presenti nel FM 3-0 (2008). In particolare, i Defeating terrorist networks e “shaping the choises of countries at strategic crossroads”. Il Qdr fa riferimento alla necessità di disporre anche di personale militare altamente professionale al punto da prevedere il possesso di conoscenze linguistiche arabe, cinesi e Farsi e specializzazioni quali, ad esempio, l’antropologia e la perfetta conoscenza di culture locali, piattaforma del tutto nuova e ritenuta indispensabile per poter attuare la dottrina più recente. Sul versante civile, proprio in vista delle Stability operations, il dipartimento di Stato americano, a partire dal 2006, ha iniziato a dotare di borse di studio gli studenti di ‘critical languages’ (quali l’arabo, bengali, hindi, punjabi, turco e urdu), vale a dire gli idiomi propri di quelle aree da stabilizzare e dove, per proteggere gli interessi Usa, i soldati e i civili americani verranno chiamati per far fronte al Persistent conflict. Nel corso dello stesso anno, un ulteriore impulso venne impresso al processo di adattamento alle nuove strategie con l’adozione del New field manual for counterinsurgency (15.12.2006, FM 3-24/MCWP 3-33.5) per affrontare le New wars. Quello che è interessante notare nel Field manual è la definizione di controinsurgenza: “Counterinsurgencies are called learning process, the side that learns faster and adapts more rapidly – the better learning organization – usually win”. L’organizzazione che più velocemente apprende e si adatta, vince. In tale processo di apprendimento-adattamento, la controinsurgenza viene definita come Armed social science. Con il FM 3-0 (2008) le forze armate americane devono dunque essere preparate “to deal with changing coalitions and complex cultural factors”, proprio per fronteggiare le guerre non convenzionali. Il percorso, quindi, di rinnovamento e di diverso approccio culturale è stato lento ma costante. Mancano, però, ancora tre importanti punti da sottolineare: il primo, che considera il manuale come un vademecum di ‘how to think’; il secondo, che attribuisce una più forte valenza alle informazioni e dunque alle attività d’intelligence connesse; per ultimo, la previsione della capacità di adattamento in zona di conflitto al punto da riconoscere al singolo combattente l’iniziativa personale, pur nel quadro di un piano operazionale complesso. Si tratta dunque di un processo che dovrebbe consentire l’adeguamento e la formazione di forze armate integrate e coordinate con tutti gli attori presenti in Teatro e sugli scenari di nuovi conflitti: personale civile, società private di sicurezza, Ong, think tanks, media, università, ecc. Questo nuovo modello fornirà i parametri con i quali dovranno confrontarsi i diversi Paesi partecipanti al prossimo summit Nato di Bucarest (2-4 aprile 2008), che sicuramente: valuterà l’apporto nel frattempo dato da ciascun alleato; vedrà l’ingresso di nuovi paesi nell’Alleanza (Albania, Croazia, Macedonia); esaminerà le richieste d’ingresso di altri pretendenti (Ucraina e Georgia); vaglierà probabilmente le voci che danno ormai per scontata l’adesione del Giappone e dell’Australia. Dati questi presupposti e tenuto conto del contesto in cui la geopolitica, le posizioni strategiche, la crescente domanda di risorse energetiche, gli effetti dei cambiamenti climatici sulla sicurezza internazionale si stanno affermando, si rende necessario un rapido adattamento del sistema europeo e italiano di difesa e sicurezza, anche alla luce delle conseguenze e degli effetti che potrà avere il recente parziale riconoscimento del Kosovo (gli Usa si stanno preparando a operazioni di nation-building e non di state-building). Si tratta di un Learning process in cui le minacce da affrontare saranno verosimilmente fluide e portate avanti da strutture cellulari, cosicché l’ossatura vertebrale comunitaria in generale e nazionale in particolare dovrà per forza di cose ridisegnare le Conflict maps adattandovisi e prevedendo l’azione di coordinamento tra strutture di difesa e/o militari, società private di sicurezza, open sources analysts, esperti regionali, Ong e quant’altro possa essere importante per la protezione degli interessi europei e italiani, tenendo sempre ben presente che la Complex era of persistent conflict non è solo un astratto concetto yankee! Mentre nell’attuale contesto pre-elettorale si discute e si polemizza di problematiche tutte interne, il mondo globalizzato va avanti, talché le nuove minacce costituiscono una costante e non una variabile. In materia di politica internazionale non basta, infatti, guardare semplicemente alle prossime scadenze elettorali nordamericane e parteggiare per l’uno o per l’atro candidato: necessita prendere posizioni ferme e decise dotandosi di una politica credibile e autorevole anche e soprattutto in seno all’Unione Europea, a sua volta divisa e ancora attestata su due blocchi. L’autore ringrazia Gennaro Scala per l’aiuto datogli nella stesura dell’articolo.
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