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| Anno 2008 | |
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Il 13 marzo, il prezzo del petrolio ha raggiunto la quotazione record di 110 dollari al barile. Una quota mai toccata nemmeno con la seconda crisi petrolifera, quella dovuta all’avvento al potere in Iran dell’ayatollah Khomeyni e alla successiva cattura del personale dell’ambasciata statunitense a Teheran ad opera dei pasdaran della rivoluzione islamica, tra cui, pare, vi fosse anche l’attuale presidente Mahmoud Ahmandinejad. Allora, il record raggiunto nell’aprile 1980 era stato 101,7 dollari al barile.
A ridurre le quotazioni non ha contribuito neanche la notizia che gli Stati Uniti hanno incrementato il loro livello di scorte strategiche, annuncio che, di solito, tende a smorzare le pressioni al rialzo del prezzo. Dall’inizio dell’anno le quotazioni del greggio sono aumentate a dismisura ed è stato superato ogni record. Negli ultimi anni i fattori che hanno contribuito alla corsa al rialzo del petrolio sono ben noti: dall’enorme incremento della domanda di greggio delle economie in crescita di Cina e India all’instabilità geopolitica del Medio Oriente, a cui l’irrisolto conflitto arabo-israeliano e l’intervento americano in Iraq hanno contribuito in modo determinante. Al momento però, le pressioni rialziste di questi fattori non sembrano tali da giustificare le altissime quotazioni raggiunte negli ultimi due mesi dal greggio. Secondo molti analisti, la tendenza al rialzo dei prezzi sarebbe da addebitarsi anche al probabile raggiungimento del peak oil, il picco nella produzione, superato il quale la disponibilità mondiale di oro nero non potrà che scendere. Vi sono alcuni indizi della plausibilità di questa ipotesi, si pensi alla sempre minore produzione petrolifera statunitense, in cui, il picco nell’estrazione pare sia stato raggiunto nel 1971, oppure si consideri il progressivo declino del terzo giacimento mondiale di Cantarell in Messico, di cui gli esperti calcolano una diminuzione di produzione dell’8% annuo, rivista al rialzo rispetto al 6% dello scorso anno. Anche questa ipotesi però non sembra essere sufficiente a spiegare l’eccezionale corsa al rialzo del prezzo. Infatti, quanto più aumenta il costo di un barile, tanto più diventa conveniente estrarre tipologie di petrolio meno pregiate e che necessitano di maggiore lavorazione per essere usate a fini energetici, come le sabbie bituminose della regione di Alberta in Canada o della valle dell’Orinoco in Venezuela. Con ogni probabilità, la responsabilità dell’eccezionale incremento delle quotazioni petrolifere non dipende più solo da fattori reali, ma anche da elementi più volatili, legati ai mercati finanziari. Come ha sostenuto Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, il prezzo del petrolio non è determinato solo dai fondamentali del mercato petrolifero, ovvero domanda, scorte e offerta mondiale, ma anche da aspetti finanziari. A fronte dell’attuale deprezzamento del dollaro statunitense, necessario a ridurre il deficit della bilancia dei pagamenti americana, gli operatori dei mercati finanziari internazionali hanno deciso di puntare le loro attività speculative sul mercato delle materie prime, soprattutto petrolio e suoi derivati. In particolare, sulle piazze finanziarie internazionali circolano ormai contratti di opzione sul greggio e futures petroliferi che scommettono su una quotazione dell’oro nero fino a 200 dollari al barile. Le opzioni sono una forma di assicurazione contro il rischio di una imprevista impennata o crollo dei prezzi. I futures servono a rendere più liquido il mercato e ad aumentare il numero dei partecipanti. Ma i guadagni che si realizzano sfruttando le oscillazioni dei listini e le aspettative che queste determinano sul prezzo finale arroventano i mercati e le quotazioni finali dell’oro nero. Un barile di greggio a 200 dollari sembrerebbe un’ipotesi del tutto irrealistica, ma non va sottovalutata, poiché l’andamento delle variabili economiche è sottoposto all’influenza spesso determinante di quegli animal spirits di cui parlava John Maynard Keynes già settanta anni fa.
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