Anno 2008

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L’elezione di Barack Obama, prospettive mondiali

Pier Francesco Galgani, 10 novembre 2008

Il 4 novembre, il senatore Barack Obama è diventato il 44° presidente americano. Egli ha ottenuto una percentuale del 52%, pari a 62 milioni di voti, contro i 55 del rivale repubblicano, il senatore John McCain. Si tratta di una vittoria che non è esagerato definire epocale, poiché tra Jimmy Carter e Bill Clinton, i due democratici che lo avevano preceduto, solo l’ex commerciante di noccioline era riuscito a superare la soglia del 50% e nel secondo dopoguerra, solo Lyndon Johnson, nel 1964, era riuscito a fare meglio.

L’ascesa alla presidenza di Barack Obama è importante non solo per i numeri cospicui con cui è stata ottenuta, ma anche perché il senatore dell’Illinois sarà un presidente del tutto diverso dai suoi predecessori. In primo luogo sarà il primo inquilino della Casa Bianca di colore. Dopo 43 uomini quasi tutti Wasp (White Anglosaxon Protestant), Barack Obama è il primo presidente afroamericano, figlio di una americana bianca del Kansas e di un nero africano del Kenya. Per qualcuno con l’elezione di Obama il presidente Johnson (e con lui la minoranza afroamericana, oggetto di una secolare discriminazione) avrebbe vinto la sua seconda elezione presidenziale.

Questo perché l’esponente democratico, artefice della più importante legge per i diritti civili dei neri, quando firmò tale atto disse che con quel tratto di penna il suo partito avrebbe perso i voti del sud più retrivo e razzista del Paese per almeno una generazione. Si sbagliava, i democratici avrebbero perso il sud per due generazioni, ma la vittoria di Obama in qualche modo ha reso giustizia sia agli afroamericani, sia alle scelte di un presidente tanto vituperato dalla storia per altre decisioni, come il Vietnam.

Obama non è solo il primo nero alla Casa Bianca, è anche il primo presidente del nord del Paese e di posizioni politiche apertamente liberal da molti decenni a questa parte. Era dai tempi di Franklin Roosevelt, democratico di New York, che alla Casa Bianca non si vedeva un presidente espressione di tale connotazione geografica e sociale (con la pur lodevole eccezione di John Kennedy).

Obama è anche il primo presidente figlio di un immigrato. Gli Stati Uniti sono una nazione di immigrati, ma il nuovo presidente lo è forse più di altri, poiché figlio di uno di quegli immigrati che giunsero in Usa dall’Asia, dall’Africa e dall’America Latina con i flussi migratori seguiti alla decolonizzazione degli anni 60.

Queste caratteristiche così inusuali potrebbero influenzare l’atteggiamento degli Stati Uniti verso il resto del mondo e viceversa. Un presidente come Obama potrebbe avere effetti positivi sull’immagine internazionale statunitense, ridando slancio a quelle risorse di soft power, proprie della nazione americana, che otto anni di amministrazione di George W. Bush, avevano contribuito ad appannare.

L’entusiasmo suscitato dalla candidatura di Obama e poi dalla sua elezione è apparso palpabile e largamente diffuso nell’opinione pubblica mondiale, tanto che solo Georgia e Israele hanno espresso riserve su tale esito elettorale. Anche il presidente iraniano Mahmoud Amadinejad, con cui gli Usa non hanno alcuno scambio diplomatico, ha inviato una lettera di felicitazioni per il nuovo presidente.

Obama potrà quindi avvalersi di un credito internazionale su cui pochi suoi predecessori hanno potuto contare e spetterà quindi alla sua amministrazione farne l’uso migliore. La fiducia verso Obama dipende non solo da quelle sue caratteristiche così inusuali, ma anche dalla sua ben nota volontà di gestire i rapporti internazionali in modo più flessibile e meno legato a considerazioni di stampo dottrinale, come più volte ripetuto in campagna elettorale. Con il senatore dell’Illinois le contorsioni ideologiche dei neocon americani, responsabili dell’avventato conflitto in Iraq, saranno solo un ricordo, anche se le posizioni assertive degli interessi statunitensi dell’amministrazione Bush non termineranno con il suo mandato.

Dalla fine della Guerra Fredda e dalla dissoluzione dell’Urss gli Usa sono rimasti sul palcoscenico internazionale come l’unica superpotenza e la loro supremazia si è più volte tradotta in una puntuale tutela dei propri interessi strategici con scelte meno condivise con gli alleati, a differenza di quanto accadeva all’epoca del conflitto est-ovest. L’unilateralismo non è nato con Bush jr. (fu l’ex negoziatore clintoniano degli accordi di Dayton, Richard Holbrooke a dire che sin dai tempi di Roosevelt gli Usa avevano agito in modo multilaterale quando possibile e unilaterale quando necessario) e non finirà con lui.

L’emergere di nuovi centri di potere più diffuso come la nuova Russia, la Cina o il Brasile potranno, nel lungo periodo, modificare le condizioni che hanno permesso agli Usa di assurgere al ruolo di iperpotenza mondiale, ma nel breve termine la nuova amministrazione non abbandonerà quello che l’ex segretario di Stato di Clinton, Madeleine Albright, definì multilateralismo assertivo, anche se lo accompagnerà con una maggiore propensione al dialogo e al confronto sia con gli alleati sia con le nazioni che non la pensano allo stesso modo di Washington.

L’obiettivo principale di questa nuova strategia sarà con ogni probabilità l’Iran. Respingere il rafforzamento dei talebani e di al-Qaeda in Afghanistan rende necessario stabilizzare l’intricato scenario mediorientale e in questa prospettiva la nuova amministrazione potrebbe avviare colloqui con la dirigenza iraniana proprio per disinnescare un potenziale fattore di destabilizzazione dell’area, considerato che anche a Teheran il ritorno di influenza dei talebani a Kabul non è vista di buon occhio.

L’avvio di negoziati con l’Iran potrebbe essere la chiave di volta per affrontare anche altri due dossier altrettanto critici: il conflitto israelo-palestinese e i rapporti di Washington con la Russia di Vladimir Putin e Dmitri Medvedev. Un atteggiamento più pragmatico della Casa Bianca verso l’Iran potrebbe essere la premessa di un futuro riconoscimento iraniano di Israele, proposta peraltro già presentata a Bush nel 2003 e allora sdegnosamente rifiutata.

Le stesse considerazioni valgono per i rapporti con Mosca e i suoi propositi di maggiore protagonismo sulla scena internazionale. Se la breve guerra con la Georgia è da attribuire anche alla volontà di Mosca di evitare che attraverso Tbilisi potessero passare oleodotti in grado di bypassare le sue risorse energetiche, riducendo così la dipendenza occidentale e diminuendo al contempo il suo potere d’influenza, in tale contesto, l’amministrazione democratica potrebbe considerare in una diversa prospettiva l’Iran e le sue risorse di idrocarburi.

Mantenere l’Iran isolato dall’Occidente, come deciso da Bush e dai suoi, è un vantaggio non indifferente per Mosca. Con le ricche riserve di gas iraniano off limits per gli europei, la Russia può continuare a tenere in scacco il vecchio continente, creando anche forti divisioni all’interno della Nato. Il nuovo assetto del Caucaso comporta una sfera di influenza russa estesa dal Mar Nero alle montagne dell’Aral e questa non potrebbe avere effetti peggiori per gli interessi statunitensi.

Per indebolire tale equilibrio a favore di Mosca, gli Usa potrebbero far cadere ogni obiezione a rifornimenti di gas per l’Europa provenienti dall’Iran, liberando il vecchio continente dalla dipendenza russa e coinvolgendo poi Teheran in negoziati riguardo la sicurezza e la stabilità nel Caucaso. Il regime di Amadinejad non avrebbe che da guadagnarci da nuovi contatti con gli Usa, al contrario di quanto accadrebbe con una Russia in continua espansione, pronta a stroncare con la forza conflitti etnici e a risolvere allo stesso modo dispute territoriali. In passato l’Iran ha già dovuto resistere a tentativi russi di estendere le proprie acque territoriali nel Mar Caspio e teme possibili tensioni etniche lungo i confini con il Caucaso. Non solo, a molti iraniani la possibile separazione di Abkhazia e Ossezia dalla Georgia ricorda quanto tentò di fare Josif Stalin nel 1946 con due provincie del paese persiano.

Il medesimo realismo potrebbe avere riflessi positivi anche nei rapporti con il Sudamerica. La volontà di Obama di intavolare colloqui e relazioni dirette con il Venezuela di Hugo Chavez potrebbe contribuire a sanare la ferita ai rapporti intercontinentali causata dalle scelte politiche dell’amministrazione Bush verso il continente sudamericano, che secondo vari osservatori avrebbe condotto gli Usa a perdere l’America Latina.

Il calore con cui a Caracas è stata accolta l’elezione di Obama potrebbe essere significativo. Se a ciò si aggiunge poi che in campagna elettorale Obama ha spesso criticato il trattato commerciale del Nafta (concluso con Messico e Canada), l’unione di tali fattori potrebbe essere l’inizio del superamento della logica bushiana secondo cui l’America Latina andava osservata attraverso la lente del puro e semplice free trade, per giungere a un fair trade, un interscambio commerciale attento a esigenze diverse dal neoliberista Washington Consensus, responsabile dei tanti danni causati alle economie locali negli anni 90.

Anche il rapporto con la Cina, per certi aspetti, potrebbe mutare. Considerata la tradizionale influenza dei sindacati sul partito di Obama, fonte di maggiore protezionismo economico delle amministrazioni democratiche, gli Stati Uniti potrebbero assumere un atteggiamento più duro riguardo la produzione di beni contraffatti da parte delle industrie cinesi.

Tuttavia Washington non potrà prescindere dalla necessità di coinvolgere Pechino (come del resto anche Mosca) nella risoluzione di questioni mondiali complesse come il nucleare nord-coreano o conflitti locali come in Darfur. Anche con l’Africa, l’amministrazione Obama potrebbe stringere rapporti più forti e fruttuosi, viste le origini del presidente e andare quindi oltre la pur lodevole, ma limitata, iniziativa contro la diffusione dell’Hiv adottata dall’amministrazione Bush.

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