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| Anno 2008 | |
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Secondo quanto riportato dal New York Times il 10 novembre, a partire dal 2004, l’amministrazione Bush avrebbe autorizzato dozzine di attacchi segreti contro al-Qaeda in varie nazioni tra cui Pakistan e Siria. Gli attacchi, condotti da forze speciali, avrebbero trovato giustificazione in un ‘executive order’ presidenziale, a cui avrebbe apposto la sua firma anche l’ex segretario alla Difesa Donald Rumsfeld. L’ultimo, in ordine di tempo, sarebbe quello effettuato contro alcuni terroristi, il 26 ottobre e con cui Washington ha sconfinato in territorio siriano.
Il governo di Bashar al Assad ha reagito con una veemente protesta contro gli Usa, accusati di aver violato la sovranità territoriale siriana. In realtà, quanto accaduto nel villaggio di Sukariyeh, luogo effettivo dell’attacco, pur se inquadrabile nella strategia americana di attacchi segreti contro i terroristi, in questo caso specifico, andrebbe letto come una nuova tappa del progressivo riavvicinamento tra i governi di Washington e Damasco. Secondo fonti statunitensi riportate dal Times, l’operazione contro al-Qaeda sarebbe stata possibile da una reciproca collaborazione di intelligence. Il regime di Bashar, informato preventivamente, avrebbe dato non solo disco verde all’azione, ma vi avrebbe collaborato attivamente con le proprie risorse di intelligence. Il comune nemico qaedista, che a settembre con una autobomba nel centro di Damasco ha causato la morte di 17 persone, ha contribuito a riavvicinare le due nazioni. Le proteste del governo siriano erano mirate sia a mantenere il riserbo sullo stato delle relazioni bilaterali sia a protestare contro l’eccessivo numero di inutili vittime civili causate dall’azione americana. Negli ultimi mesi l’amministrazione Bush ha dato nuovo slancio al dialogo con la Siria. Così come per i recenti contatti con Teheran, anche in questo caso la politica estera della Casa Bianca, ormai prevalentemente in mano a correnti realiste, ha deciso di seguire le prescrizioni dell’Iraqi Study Group, che nel dicembre 2006 aveva raccomandato il coinvolgimento diplomatico di Siria e Iran per facilitare la stabilizzazione non solo dell’Iraq, ma dell’intera regione mediorientale. Tale scelta ha contribuito a togliere ogni legittimità alla decisione di George Bush del 2002 di inserire Damasco nel novero dell’Asse del male. L’inclusione della Siria tra gli stati canaglia era frutto del clima successivo all’11 settembre ed era stato favorito dalla preponderante influenza della corrente ideologica neocon sulle decisioni presidenziali: in particolare le posizioni di Paul Wolfowitz e Richard Perle che, nell’ambito del sogno di democratizzazione del Medio Oriente, consideravano l’invasione dell’Iraq come il primo passo per diffondere la democrazia nella regione e quindi, con la nascita di un regime democratico anche a Damasco, anche come mezzo per rimuovere la Siria dal ruolo di oppositore strategico di Israele nella regione. Negli anni successivi i rapporti bilaterali avevano attraversato altri momenti di tensione a causa delle accuse di Washington a Damasco di sostenere economicamente e logisticamente i terroristi di Hezbollah che destabilizzavano il Libano e minacciavano la sicurezza di Israele. La Siria era stata accusata anche di favorire i terroristi jiadisti che attizzavano la violenza tra le fazioni irachene e contro gli americani stanziati a Baghdad. Gli Usa sostenevano infatti che sin dal 2002, il regime di Bashar aveva facilitato il movimento sul proprio territorio di combattenti di al-Qaeda diretti in Iraq, in Giordania e in Libano. Le accuse di legami con i fondamentalisti sono sempre apparse in stridente contrasto con la natura secolare e nazionalista del regime di Bashar, esponente di quel Partito Baath a cui apparteneva anche il laico Saddam. In realtà, l’unica motivazione che aveva spinto Assad a non ostacolare il transito di jiadisti per l’Iraq era il fatto che se fosse riuscito a mantenere un alto livello di conflittualità contro gli americani di stanza a Baghdad, il suo regime avrebbe potuto godere di una sorta di assicurazione sulla vita: finché Washington fosse rimasta impantanata in Iraq, non avrebbe potuto dedicarsi al successivo membro dell’asse del male rappresentato proprio dalla Siria. Nel febbraio 2005 Rafik Hariri, ex primo ministro, artefice della rinascita economica e sociale libanese dopo la guerra civile degli anni 80, e uno dei più accesi sostenitori del ritiro delle forze armate siriane dal Paese, fu ucciso e, secondo indagini indipendenti, i mandanti dell’assassinio erano a Damasco. Tali accuse peggiorarono ancora i rapporti con gli Usa. Il risultato fu un progressivo isolamento da cui Assad cercò di uscire seguendo due direttrici: da una parte intensificò le azioni di contrasto ad al-Qaeda (ad esempio, reparti di intelligence cooperarono con le controparti libanesi per sventare attacchi contro l’ambasciata americana a Beirut) e dall’altra allacciando nuovi rapporti con Israele. Nel settembre 2006 quattro fondamentalisti attaccarono l’ambasciata americana a Damasco e solo la prontezza delle forze di sicurezza siriane permise di evitare una strage. L’intervento fu salutato con notevole apprezzamento da Condoleezza Rice e favorì un primo riavvicinamento tra i due Paesi. Nello stesso tempo ripresero anche le trattative con Israele per la restituzione delle alture del Golan. Il processo fu rallentato dall’attacco israeliano al reattore siriano del settembre 2007. Secondo fonti americana, l’impianto seguiva il modello del reattore nordcoreano di Yongbyon e lì vi lavoravano anche tecnici e ingegneri asiatici. Pyongyang e Damasco avevano iniziato a collaborare nel 1997, la costruzione dell’impianto era cominciata nel 2005 e al momento dell’attacco israeliano mancavano poche settimane al suo completamento. Nonostante ciò le trattative tra le due nazioni continuarono e il 20 maggio i governi di Siria e Israele annunciarono di aver avviato negoziati ufficiali per un accordo di pace onnicomprensivo. All’inizio Washington assunse un atteggiamento interlocutorio verso i negoziati Tel Aviv-Damasco per evitare che attraverso tali contatti la Siria potesse riallacciare nuovi rapporti anche con loro, ma l’insistenza con cui il primo ministro israeliano Ehud Olmert ha sostenuto il dialogo, anche per ragioni di natura interna, ha convinto l’amministrazione Bush a modificare il suo modo di vedere i contatti tra le due nazioni. In Israele - ma anche in Francia con la dinamica presidenza di Nicolas Sarkozy - si è fatta sempre più strada la convinzione che Damasco sia un elemento essenziale per stabilizzare il Medio Oriente. Del resto, anche l’eventualità che gli Usa potessero realizzare un regime change anche a Damasco, nell’ambito del progetto di democratizzazione del Medio Oriente, si era arenata tra le sabbie di Baghdad e quindi era essenziale allacciare nuovi rapporti con un regime che - come Washington - aveva altrettanto da temere dalla violenza fondamentalista. Un’eredità di politica estera che l’amministrazione di Barack Obama non mancherà di cogliere e approfondire.
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