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| Anno 2008 | |
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Il 22 novembre, a Lima, in Perù, si è tenuta la 16^ edizione del vertice Apec, l’organizzazione per la cooperazione Asia Pacifico. L’incontro è stata l’ultima uscita all’estero del presidente George W. Bush, che tra meno di due mesi sarà sostituito dal democratico Barack Obama.
Al vertice, oltre a Bush, vi erano anche il primo ministro cinese Hu Jintao e il presidente russo Dmitri Medvedev. Per il primo Lima è stata l’ultima tappa di un viaggio di dieci giorni in America Latina, iniziato in Costa Rica e proseguito a Cuba. Per il russo invece la capitale peruviana è stata l’inizio di un analogo viaggio che lo avrebbe condotto in Brasile, Ecuador, Venezuela e Cuba. In attesa che Obama entri nella pienezza dei poteri, in America Latina continua quindi il transito di leader politici di nazioni come Russia e Cina (ma anche Iran) la cui presenza, solo pochi anni fa, in piena Guerra Fredda, sarebbe stata una imperdonabile violazione di quella dottrina Monroe (secondo cui l’America doveva restare degli americani e quindi non era possibile per altri estendere la propria influenza nell’emisfero) che aveva permesso agli Usa di dominare il subcontinente latino-americano, fino a considerarlo come il proprio ‘cortile di casa’. Negli ultimi otto anni la tradizionale inviolabilità dell’emisfero è venuta gradualmente meno sia perché la Casa Bianca ha preferito dedicare più attenzione ad altri scacchieri come il Medio Oriente sia perché la sostanziale arroganza con cui ha provato a interagire con i propri vicini (le poche volte in cui lo ha fatto) li ha indotti ad allacciare rapporti economici e politici con altri partner. Per modificare tale prospettiva non è sufficiente ricordare che il viaggio di Bush in Perù sia stato il nono nella regione, come ha fatto il sottosegretario Shannon, poiché, non dalla quantità, ma dalla qualità delle visite si evince il loro reale peso nei rapporti bilaterali. I recenti tour cinese e russo sono stati guidati da obiettivi economici e politici. Hu Jintao ha gettato le basi per un ulteriore incremento dell’interscambio commerciale con la regione, avviato con la sua precedente visita del 2004, e ormai ben superiore al volume di 100 milioni di dollari, auspicato dal premier cinese quattro anni fa. Dal 1995, gli interscambi tra Cina e America Latina sono aumentati di 13 volte, concentrandosi soprattutto sull’acquisto da parte di Pechino di materie prime (in primis petrolio e gas) necessarie all’impetuoso sviluppo economico dell’ex impero di mezzo. In cambio la Cina ha effettuato investimenti in infrastrutture come porti e strade. Le nazioni della regione hanno accettato di buon grado l’incremento del commercio con Pechino sia come strumento di sviluppo economico, sia di maggiore indipendenza dal controllo di Washington. Inoltre, in un periodo di crisi globale, un maggior coinvolgimento cinese nella regione, con la sua enorme liquidità finanziaria, è considerato anche un mezzo per attutire o comunque ridurre l’impatto locale della recessione, figlia dello scoppio della bolla immobiliare e dei mutui subprime. Non a caso, due settimane prima del vertice, la Cina è divenuta membro della Banca Interamericana di Sviluppo, l’istituto finanziario che insieme al Banco del Sur, finanzia gli investimenti nella regione. Negli ultimi anni i commerci hanno favorito anche una convergenza a livello politico, favorendo consultazioni e dialogo a livelli superiori al semplice campo economico. È il caso del contrasto tra Pechino e Taiwan che ha trovato in America Latina un nuovo terreno di scontro. Infatti, sono sempre di più le nazioni sudamericane che, in cambio di più stretti vantaggiosi rapporti economici con Pechino, decidono, su richiesta cinese, di revocare il riconoscimento diplomatico dell’ex isola di Formosa, determinandone così il progressivo isolamento internazionale. A conferma di ciò, basti notare che la prima tappa del tour di Hu Jintao è stata il Costa Rica, Paese che nel 2007 ha rotto le relazioni con Taiwan. Per quanto riguarda la Russia, gli obiettivi del recente viaggio di Medvedev in Sudamerica sono sia economici sia politici, ma con una connotazione diversa rispetto a Pechino. Se è vero che il Sudamerica rappresenta per Mosca un mercato importante per i suoi armamenti (lo testimonia il recente accordo con Hugo Chavez per l’acquisto di elicotteri da guerra o le trattative con il Brasile per un ordine di 250 milioni di elicotteri da trasporto e attacco al suolo Mi-35) e per l’estensione delle sue attività di trivellazione petrolifera (vedi accordi con la venezuelana Pdvsa, la brasiliana Petrobras per sfruttare giacimenti petroliferi nella piattaforma continentale al largo dello stato carioca o la possibilità di analoghi accordi con Cuba per trivellazioni al largo dei Caraibi e quindi nelle immediate vicinanze della Florida), la penetrazione russa nel subcontinente vorrebbe avere anche connotazioni più apertamente antiamericane, a differenza di quanto previsto o voluto dai cinesi. L’America Latina ha un alto valore simbolico per la diplomazia moscovita, poiché rappresenta il ‘cortile di casa’ di Washington e per gli ex-sovietici acquisire punti di appoggio stabili nella regione permetterebbe loro di controbattere in modo efficace alle iniziative statunitensi assunte negli ultimi anni ai confini dello Stato russo e in quella che Mosca considera la sua tradizionale sfera di influenza, l’ex est europeo. Al riguardo si può ricordare sia la graduale espansione della Nato a nazioni confinanti come la Polonia e i tentativi di farvi entrare altri Paesi liminari come Georgia e Ucraina sia il sistema di difesa antimissile statunitense in via di installazione in Repubblica Ceca e Polonia (rivolto, secondo Washington, a proteggere l’Europa da missili di Teheran). In tal senso vanno intese le esercitazioni navali tra Russia e Venezuela nei Caraibi e il recente transito a Caracas di bombardieri strategici capaci di trasportare testate atomiche. Tuttavia, la capacità russa di attrarre le nazioni sudamericane per associarle ai propri obiettivi strategici risulta molto più debole di quella che è in grado di esercitare Pechino. La ricchezza cinese appare ai sudamericani molto più solida di quella russa, troppo legata all’andamento al rialzo dei prezzi del petrolio e del gas, vera fonte della ripresa economica russa degli ultimi anni. Quindi, anche se alcune nazioni come Cuba o Venezuela hanno espresso solidarietà a Mosca in occasione della guerra di agosto con la Georgia, solo il Nicaragua ha riconosciuto esplicitamente l’indipendenza da Tbilisi delle repubbliche filo-russe dell’Ossezia e dell’Abkazia, a dimostrazione che la fiducia verso Mosca e la sua capacità di incidere nella regione appare sostanzialmente limitata. Non solo, il recente peggioramento delle relazioni Mosca-Washington ha indotto i latini ad una maggiore prudenza nei legami con la Russia, anche per non pregiudicare in anticipo i rapporti con la futura amministrazione Obama. Il contemporaneo tour cinese e russo ha avuto un forte impatto sull’opinione pubblica, ma l’amministrazione Bush ha preferito minimizzare. Condoleezza Rice ha sostenuto che, malgrado tutto, gli Usa continuano a mantenere la “preponderanza del potere” dell’emisfero occidentale. Se è vero, è però innegabile che i viaggi nella regione dei leader cinese e russo siano stati un evento eccezionale, in grado di sottolineare quanto sia diminuita la tradizionale presa americana sulla zona. In modo analogo all’Asia centrale del 19esimo secolo, l’America Latina appare oggi come la sede di un nuovo ‘grande gioco’ con Cina, Russia e anche Iran a impersonare il ruolo ricoperto dall’Inghilterra e dalle altre potenze coloniali nello scacchiere asiatico. Tale situazione impone alla futura amministrazione Obama di rispondere in modo adeguato al nuovo “great game” sudamericano. Secondo un rapporto Brookings, l’elezione del senatore dell’Illinois, unita alle attese di cambiamento e rinnovamento destate da tale esito elettorale, renderebbe possibile un nuovo approccio statunitense nella regione. Le premesse sembrerebbero esservi tutte. Nel suo più importante discorso sull’America Latina nella campagna elettorale per le primarie, a fine maggio a Miami, Obama ha sostenuto che da presidente avrebbe inaugurato un nuovo corso e una nuova partnership con il Sudamerica. Facendo appello alla politica di “buon vicinato”, inaugurata negli anni 30 da Franklin Roosevelt con i vicini meridionali, Obama ha affermato che i rapporti con tali nazioni si sarebbero fondati sul rispetto reciproco e sulla pari dignità, evitando quei deleteri atti di arroganza che avevano favorito il graduale distacco tra i due estremi dell’emisfero. Dopo anni di disinteresse e declino della posizione statunitense nella regione, Obama sembra intenzionato a restaurare la tradizionale leadership americana, senza prevaricare però i diritti e le aspettative delle nazioni locali, per attribuire agli Usa un ruolo di primus inter pares, al fine di un graduale sviluppo economico e sociale dell’intero emisfero. Gli Stati Uniti non avrebbero dovuto imporre le proprie politiche commerciali, come tentato dall’amministrazione repubblicana con il l’accordo di libero scambio per le Americhe, ma avrebbero dovuto favorire un interscambio commerciale tale da garantire lo sviluppo economico di entrambe le parti. Washington si sarebbe poi impegnata a realizzare una partnership energetica transcontinentale con l’obiettivo di privilegiare lo sviluppo e la ricerca sulle energie rinnovabili per preparare l’emisfero alla transizione dagli idrocarburi all’energia verde e ridurre la dipendenza energetica dall’estero. In sostanza, Obama sembra voler privilegiare il dialogo e il confronto con i vicini piuttosto che lo scontro o il tentativo di isolare quelle nazioni non in linea con le posizioni di Washington. Tale strategia si dovrebbe sviluppare non solo con colloqui diretti con il Venezuela di Chavez, ma anche con una maggiore liberalizzazione della politica americana verso Cuba attraverso la eliminazione di tutte quelle restrizioni ai viaggi verso l’isola e al trasferimento di denaro, decisi da Bush nel suo primo mandato.
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