Anno 2008

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I ‘fuoriclasse’ della squadra del presidente eletto Barack Obama

Pier Francesco Galgani, 10 dicembre 2008

Il 1° dicembre il presidente eletto Barack Obama ha reso noti i nomi di coloro che ricopriranno i ruoli di segretario di Stato, alla Difesa, consigliere della sicurezza nazionale e ambasciatore alle Nazioni Unite. Le persone scelte (rispettivamente: Hillary Clinton, Robert Gates, Jim Jones e Susan Rice) sono personalità di valore e di grande esperienza, in grado di riproporre alla Casa Bianca quel team di ‘the best and the brightest’, di menti migliori e più brillanti messe insieme dal presidente Kennedy quasi 50 anni fa.

Tuttavia, a differenza di quegli uomini che, pur con la loro intelligenza e preparazione spinsero l’America dritta nel baratro del Vietnam (di qui la definizione in gran parte ironica del giornalista David Halberstam di ‘the best and the brightest’) la squadra di Obama è chiamata a non ripetere quel fallimento e anzi a usare le proprie capacità per condurre gli Usa fuori da due guerre, ricostruire la fiducia nel potenziale militare nazionale e restaurare con la forza della diplomazia un sistema di alleanze indebolito da otto anni di amministrazione repubblicana. Il loro obiettivo sarà di rifondare su basi nuove le due componenti essenziali della forza americana, il soft e l’hard power, o nelle parole del presidente Clinton alla convention di Denver, la forza dell’esempio come l’esempio della forza statunitense.

Se gli oltre 4.000 caduti in Iraq e gli errati piani militari per il dopoguerra iracheno hanno contribuito a indebolire l’autorità e la fiducia verso il potenziale militare americano, il disprezzo (soprattutto nel primo mandato) dell’amministrazione Bush per le alleanze tradizionali, ma soprattutto le sevizie di Abu Ghraib, unite all’uso della tortura contro i prigionieri accusati di terrorismo, hanno causato un danno ancora più grave alla forza dell’esempio americano nel mondo.

Al di là della già difficile sfida di far ripartire la locomotiva americana, riuscire a ridare slancio sia al soft power che all’hard power statunitense sarà un compito particolarmente gravoso per la nuova amministrazione. Per farlo il neopresidente si è affidato a due pesi massimi come Hillary Clinton e Robert Gates. Alla prima, in quanto segretario di Stato, spetterà gestire il rapporto giornaliero con le controparti diplomatiche del globo e sarà lei, assieme al presidente, a dover ricostruire l’immagine con cui il mondo guarda all’America.

All’ex first lady non mancano risorse in tal senso. La sua esperienza col marito alla Casa Bianca l’ha condotta a visitare oltre 90 Paesi e l’ha spesso sottoposta alla lente dell’opinione pubblica mondiale come nel 1995 quando, con il suo intervento alla IV conferenza dell’Onu sulle donne, fu riconosciuta come una grande sostenitrice dei diritti delle donne. Tale passato, unito agli otto anni nella commissione senatoriale sulle forze armate, possono essere credenziali adeguate per ricoprire l’incarico di ministro degli Esteri.

A sostenere gli sforzi di Hillary e Obama a favore della diplomazia e del ritorno al multilateralismo potrà contribuire anche la scelta di Susan Rice nel ruolo di ambasciatore alle Nazioni Unite. Molti l’hanno definita una multilateralista liberal, pronta al dialogo e al negoziato anche con i nemici di Washington.

Il compito di ricostituire la fiducia nell’hard power statunitense spetterà invece a Bob Gates, primo segretario alla Difesa riconfermato da un presidente dello schieramento avverso. La sua esperienza e la volontà di ricostituire l’efficienza dell’apparato militare nazionale, già avviata con il licenziamento di quei comandanti responsabili di gravi mancanze, come lo scandalo della malasanità nell’ospedale Walter Reed per reduci e veterani, sono elementi che depongono a favore della sua scelta come responsabile del Pentagono.

Oltre ad avere preparazione ed esperienza, i membri della squadra di sicurezza nazionale di Obama hanno anche altre caratteristiche in comune. Ad esempio sulla politica estera e di difesa americana hanno opinioni e idee non sempre in accordo con quelle del presidente. Ad esempio Hillary, nel corso della campagna per le primarie ha spesso definito Obama troppo inesperto a ricoprire il ruolo di presidente. Inoltre, mentre questi è stato sempre contrario alla guerra in Iraq, Hillary nel 2002 fu tra quei senatori che votarono l’autorizzazione all’uso della forza contro Saddam Hussein. Anche Gates, prima che Washington firmasse con Baghdad l’accordo per il ritiro delle forze americane dall’Iraq, aveva sempre sconfessato la richiesta di Obama di riportare subito a casa i soldati statunitensi.

Tali divergenze hanno condotto vari osservatori a definire il gruppo un vero e proprio “team of rivals”, un gruppo di rivali, dal titolo di un libro di Doris Kearns Goodwin sulla Casa Bianca di Abraham Lincoln. Quando questi fu eletto presidente, nel formare il gabinetto decise di includervi alcuni dei suoi avversari per la nomination come William Seward, che nominò segretario di Stato, e Salmon P. Chase che divenne segretario al Tesoro. Lincoln fu costretto a farlo per porre rimedio alla estrema frammentazione del partito. tuttavia, quando guidò il Paese durante la guerra di Secessione, quel gabinetto si rivelò uno strumento utile a rafforzare l’unità della nazione.

A quanto sembra Obama (che considera Lincoln come suo modello politico) avrebbe letto a fondo il libro della Goodwin e sarebbe stato colpito dal modo in cui il suo predecessore aveva formato il suo governo e avrebbe deciso di seguirne l’esempio. Non a caso, nella conferenza stampa di presentazione del team, Obama ha sostenuto che scegliendo Hillary e Gates ha voluto circondarsi di personalità forti con opinioni altrettanto forti per favorire una discussione quanto più ampia possibile delle varie opzioni politiche. Se tale scelta è un passo avanti rispetto alla prassi seguita da George Bush che aveva scelto persone poco disposte a contrastarlo e anzi pronte a dirgli ciò che voleva sentirsi dire, indica anche l’estrema sicurezza in se stesso e nelle sue convinzioni del presidente eletto.

Se Hillary e Gates hanno espresso più volte visioni diverse da Obama, è vero però che tra loro e il neopresidente esistono anche punti di contatto. Ad esempio anche Hillary condivide la necessità di ridurre l’impegno americano in Iraq e lo stesso Gates ha più volte indicato come priorità del nuovo presidente la ricostituzione delle risorse del soft power americano e l’avvio di un rapporto nuovo con l’Iran. In definitiva, la scelta di Gates, con il suo passato di direttore Cia e di stretti contatti con l’amministrazione di Bush padre, vorrebbe indicare, da parte di Obama, la sua adesione a quei circoli dell’establishment della politica estera americana che si rifanno a considerazioni meno ideologiche rispetto a quelle dei neocon e più vicine al realismo e all’equilibrio di potenza di cui sia Henry Kissinger sia Bush padre sono stati importanti esponenti.

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