Anno 2008

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Le LPD della classe San Antonio

Giovanni Martinelli, 30 settembre 2008

La rassegna dell’attuale - nonché prossima futura - componente anfibia dell’Us Navy si conclude con l’analisi delle Lpd-17 (Landing platform dock) della classe San Antonio; ed è una conclusione importante visto che, con queste unità, la Marina americana compie un deciso balzo in avanti in termini di capacità operative, e ciò alla luce di non pochi aspetti innovativi.

Il primo dato rilevante è che con l’ingresso in servizio di queste piattaforme non solo si rende possibile la graduale radiazione delle omologhe 12 unità della classe Lpd-4 Austin ancora in servizio ma, anche, la sostituzione di altre di vario tipo già ritirate alcuni anni prima: le cinque Lsd-36 classe Anchorage, le altrettante unità Lka-113 classe Charleston e le 20 Lst-1179 classe Newport. In altri termini, un insieme di 42 navi da rimpiazzare con un numero decisamente più limitato di nuove unità. Nei piani della Us Navy sono infatti previste almeno una decina di Lpd-17, con un drastico taglio in termini di classi e relative unità, con tutti i vantaggi di una soluzione del genere e riassumibili in una significativa semplificazione, logistica ma non solo.

A occuparsi della costruzione di San Antonio, New Orleans, Mesa Verde, Green Bay, New York, San Diego, Anchorage, Arlington, Somerset - e di una decima per la quale manca ancora il nome - sono i cantieri Avondale della Northrop Grumman Ship Systems, con la Raytheon Systems quale integratore dei sistemi di bordo. Cantieri che, a causa dei danni subiti dall’uragano Katrina e dei problemi di varia natura incontrati nell’allestimento (problemi, peraltro, non ancora risolti), si sono visti costretti a ritardare sensibilmente i tempi di consegna; a oggi, solo le prime tre unità sono entrate in servizio, mentre il completamento dell’intera classe si può posizionare intorno alla metà del prossimo decennio.

La caratteristica distintiva delle Lpd-17 è rappresentata dalla cura riposta nel contenere al massimo la segnatura radar, la Rcs (Radar cross section); superfici esterne dello scafo e delle sovrastrutture opportunamente inclinate e con un solo cambio dell’inclinazione stessa, copertura di ogni attrezzatura o apparato esterno e, in particolare, due Advanced enclosed mast/sensor (Aem/s) strutture che contengono - al riparo dagli agenti atmosferici - le antenne dei sensori e degli apparati di comunicazione.

Un altro elemento degno di nota è dato dal fatto che le San Antonio sono state concepite per operare con tutti e tre i mezzi della cosiddetta ‘Mobility triad’ dei Marines e della Us Navy: il mezzo da sbarco Lcac (Landing craft air cushion), il convertiplano V-22 Opsrey e il mezzo anfibio Efv (Expeditionary fighting vehicle). Ma se il primo è in servizio già dalla seconda metà degli anni 80 e quindi integrato su unità come le Lhd-1 e, soprattutto, sulle Lsd-41/49, i differenti tempi di sviluppo del secondo e del terzo hanno imposto scelte diverse. Ciò significa che per quanto riguarda l’Opsrey, le Lhd-1 riceveranno comunque le modifiche necessarie per farlo operare a bordo; per l’Efv invece, per quanto esso richieda poche modifiche, è certo che verrà ospitato su tutte le unità ad eccezione delle Lha-6 America che, prive del bacino allagabile, non disporranno neanche del Lcac ma, in compenso, potranno operare con un numero elevato di Osprey, e/o F-35b Lightning II.

A questo proposito, e a quello delle scelte effettuate in termini di riduzione della Rcs, si noti come entrambe le misure costituiscono un ausilio, sia pure indiretto, al miglioramento delle capacità di difesa dell’unità, e quindi alla sua sicurezza. Infatti, proprio grazie ai mezzi della ‘Mobility triad’ e alle loro comuni capacità in termini velocità, carico e autonomia, si punta ad allontanare le unità anfibie dalla costa, esponendole a un minor numero di minacce.

E se queste sono le caratteristiche generali, non meno importanti sono quelle che definiscono nel dettaglio le Lpd-17; piattaforme dalle dimensioni decisamente superiori a quelle delle unità che le hanno precedute nel loro ruolo: oltre 208 metri di lunghezza, quasi 32 di larghezza e sette di pescaggio, il tutto per un dislocamento a pieno carico di oltre 25.000 tonnellate.

Valori che si riflettono anche sulle capacità di carico; in termini di personale, oltre ai 361 uomini di equipaggio, le San Antonio sono predisposte per l’imbarco di 700 Marines (fino a 800 per brevi periodi). Due sono gli aspetti da osservare a questo proposito; il primo è il numero ridotto di uomini di equipaggio ottenuto con un livello di automazione molto spinto (che interessa i sistemi di navigazione, di propulsione e di gestione nonché di sicurezza della piattaforma), il secondo è l’attenta attività di progettazione svolta al fine di garantire un elevato comfort a tutto il personale imbarcato, che dispone anche di avanzate attrezzature mediche.

Altri valori interessanti sono quelli che riguardano il bacino allagabile in grado di accogliere due Lcac (oppure un Lcu) e 14 Efv, i tre ponti di carico per i veicoli per complessivi 2.320 m², i due magazzini per materiali vari e munizioni nonché gli altrettanti serbatoi di carburante avio e per i veicoli. Le dotazioni aeronautiche comprendono un ponte di volo sufficientemente ampio per le operazioni con due velivoli Ch-53 o V-22 Osprey e un hangar in grado di ospitarne uno ciascuno o un numero maggiore di elicotteri del tipo Uh-1.

La propulsione è garantita da quattro motori diesel della Colt-Pielstick, ciascuno della potenza di 10.400 Hp che, azionanti due assi con altrettante eliche a passo variabile, garantiscono prestazioni più che adeguate con oltre 22 nodi di velocità. Per quanto riguarda la produzione dell’energia elettrica, essa è assicurata da cinque generatori da 2.500 Kw che assicurano energia ai numerosi impianti di bordo, quali quelli per il condizionamento e i dissalatori.

Novità sensibili si riscontrano anche nel campo dei sensori e dei sistemi d’arma. Per i secondi infatti, sarà sì installato l’Ssds (Ship self defence system), ma - a partire dalla sesta unità e poi retrofitttato sulle precedenti - la versione impiegata sarà quella più recente, la Mk. 2; questa sarà incentrata su due lanciatori a 21 celle per missili Ram e altrettanti cannoni da 30 mm in torretta a controllo remoto; i primi con compiti di difesa dai missili antinave e, secondariamente, bersagli aerei, mentre ai secondi è affidata la protezione nei confronti di piccole imbarcazioni veloci e minacce ravvicinate in genere, alla quale contribuiscono le due mitragliatrici da 12,7 mm. E’ inoltre presente anche uno spazio per l’installazione di un lanciatore verticale a 16 celle per missili Essm (Evolved sea sparrow missile) ma, per ragioni economiche, appare difficile che essa possa concretizzarsi.

Per garantire un’adeguata difesa dell’unità, l’Ssds provvede ad analizzare e fondere i dati provenienti dai diversi sensori; sulle Lpd-17 sono presenti un radar di scoperta aerea, uno di sorveglianza e tracciamento di superficie, due di scoperta sempre di superficie e uno di navigazione, nonché un apparato Irst (Infrared search and track); tali dati poi, possono essere utilizzati anche dal sistema di contromisure Nulka per l’inganno dei missili antinave. Completano la dotazione dei sistemi di difesa un apparato rimorchiato per l’inganno dei siluri Nixie e un apparato di Esm (Electronic support measures). Funzione di scambio delle informazioni che è assicurata da una rete a fibre ottiche - la Shipboard wide area network (Swan) - che collega anche ogni altro apparato e sistema di bordo, compresi quelli di comunicazione e di comando e controllo.

Le Lpd-17, in conclusione, rappresentano un passaggio importante nel processo di rinnovamento della componente anfibia dell’Us Navy, soprattutto nell’ottica di ridurre il numero di unità in servizio a parità di capacità, diminuendo anche la consistenza degli equipaggi e, in conclusione, i costi di gestione complessivi. Ma accanto ai punti di forza, non si possono non ricordare altri aspetti critici; a fronte delle 12 inizialmente previste, Us Navy e Marines si dovranno accontentare di dieci (forse 11) piattaforme. Ancora una volta, si sta rivelando dunque decisivo il fattore costi o, per meglio dire, il loro costante aumento; un aspetto che nell’Us Navy sta raggiungendo livelli di guardia - tanto che nessun dei programmi attuali ne è, di fatto, immune - e tale da mettere sempre più rischio quell’obiettivo fissato da tempo: una flotta di 313 navi, 30 o 31 delle quali anfibie (ma i Marines ne vorrebbero 33).

Un problema talmente grave da mettere a rischio il rinnovamento della componente anfibia stessa; ai dubbi sulla effettiva consistenza finale della classe San Antonio, ben presto si potrebbero aggiungere quelli sulle America, ancora più grandi e complesse, nonché sulla futura classe di unità che sostituirà le Whidbey Island/ Harpers Ferry. E quindi se già oggi, a causa di un numero insufficiente di cosiddette ‘big decks’, cioè Lha e Lhd, appare chiaro che non sarà possibile raggiungere il livello di 12 Expeditionary Strike Group (Esg), nuove difficoltà potrebbero sorgere per conservare anche quello, più realistico, di nove. In sintesi, un futuro - sia pure non troppo vicino - con qualche preoccupazione in più del presente.

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