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| Anno 2008 | |
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L’appuntamento con la legge finanziaria per l’anno 2009, e di conseguenza con Stato di previsione del ministero della Difesa, era attesa con una certa impazienza - ma anche con una certa rassegnazione - dagli addetti al settore. Le ragioni sono note: a fronte di alcuni propositi iniziali di elevare le spese per il comparto, ci si era dovuti confrontare ben presto con i provvedimenti contenuti nella manovra economica (decreto legge 112) approvata nello scorso agosto.
Tali provvedimenti prevedono una serie di pesanti tagli per le forze armate, con i settori dell’esercizio e dell’investimento che si trasformano - ancora una volta - nei bersagli preferiti; l’ammontare complessivo di questi tagli, per i tre anni coperti dagli effetti della manovra stessa, è pari a oltre 2,4 miliardi di euro. Cifre importanti dunque, confermate da quelle contenute nello Stato di previsione del ministero per l’anno 2009; per la funzione Difesa sono infatti previsti 14.339,5 milioni di euro, da suddividere a loro volta in 9.566,3 milioni per il personale, 1.887,9 milioni per l’esercizio e 2.885,3 milioni per l’investimento. Il confronto con i fondi stanziati nel 2008 è impietoso con rispettivamente, 15.408,3, 9.110,1, 2.663,2 e 3.635 milioni di euro. Ciò vuol dire che l’intera funzione Difesa subisce un taglio di poco meno del 7%, laddove il primo capitolo di spesa aumenta ancora del 5%, il secondo diminuisce di oltre il 29% e il terzo di quasi il 21%, e anche il rapporto con il Pil subisce un netto calo, passando dallo 0,97 allo 0,87%. E senza dimenticare che il confronto avviene in termini monetari, se si adottasse quello in termini costanti - cioè depurato dell’inflazione - le differenze risulterebbero ancor più sensibili, e che sono stati tagliati anche quei fondi del ministero dello Sviluppo Economico che contribuiscono all’avvio e/o prosecuzione di importanti programmi di investimento. Per una maggiore completezza d’informazione, si tenga poi conto che le richieste dello stato maggiore della Difesa, sempre per il prossimo anno, erano pari a circa 17,1 miliardi di euro, da suddividere in 9,7, 3,4 e 4 miliardi di euro per vari capitoli di spesa. Non occorre certo essere particolarmente abili con la matematica per comprendere che quella a cui ci troviamo di fronte è una pesante battuta di arresto a quel tentativo - sia pur lento e incompleto ma pur sempre prezioso attuato negli ultimi due anni - di ridare un certo livello di risorse al nostro strumento militare e al tempo stesso una loro più corretta ripartizione. Infatti, a fronte del parziale recupero verso l’obbiettivo minimo di un’equa ripartizione tra le spese per il personale da una parte e quelle per l’esercizio più l’investimento dall’altra, manifestatosi sempre nel corso degli ultimi due anni, ecco che la tendenza torna a invertirsi nuovamente. Laddove si era passati dal 72 e 28% (15 più 13%) del 2006, al 59 e 41% (17 più 24%) di quest’anno, per il 2009 si raggiungerà il 67% per il personale e appena il 23% (13 più 20%) per l’esercizio e l’investimento, accentuando quello squilibrio che costituisce uno dei mali più gravi del nostro strumento militare. E sempre in tema di numeri, vale la pena di ricordare anche come quello 0,87% del Pil non faccia altro che aumentare il divario con gli altri Paesi, visto che le medie di tale rapporto percentuale in ambito Nato e Ue sono pari a oltre l’1,5 e l’1,4%. Differenze che contribuiscono a chiarire come il livello di spesa per le forze armate dell’Italia sia - in maniera chiara e incontrovertibile - nettamente più basso: circa il 40% in meno. Del resto, che la situazione sia oggettivamente preoccupante lo dimostrano anche la diffusione di alcuni stralci della relazione 2008 sullo stato della spesa e dell’efficienza delle forze armate. Aggiornata ai primi mesi di quest’anno, segnala come le limitate risorse degli ultimi esercizi abbiano imposto di concentrare gli sforzi nel campo della formazione e del’addestramento ai soli reparti destinati alle missioni all’estero. Il livello addestrativo complessivo è sceso quindi, secondo quanto indicato in tale relazione, al disotto dei livelli di guardia. Il gap in termini di risorse economiche, anche in relazione alla manutenzione delle infrastrutture e dei sistemi d’arma, è stimato in quasi 4 miliardi di euro. Situazione destinata a peggiorare ulteriormente, visto che il numero di esercitazioni per l’Esercito, le ore di moto per la Marina e quelle di volo per l’Aeronautica si ridurranno nel 2009 di una quantità variabile tra la metà e i due terzi. In assenza di interventi correttivi, a partire dal 2012, non sarà neanche più possibile garantire un’adeguata manutenzione, e quindi l’efficienza, dei sistemi d’arma, con grave pregiudizio per l’efficacia operativa dello strumento militare, l’impossibilità di assolvere i compiti assegnati e comunque diminuendo i margini di sicurezza nell’impiego dei militari stessi. Situazione analoga a quella del settore dell’investimento, il cui deficit di disponibilità determinerà un forte rallentamento nel rinnovamento dei mezzi e dei sistemi d’arma e soprattutto il mancato raggiungimento degli obiettivi previsti dalla Nato e dall’Ue. A confermare l’illogicità delle politiche di difesa e di sicurezza dell’attuale Governo, giunge poi una norma contenuta nello stesso decreto legge 112: sulla base di quanto da essa previsto, le risorse destinate a sostenere il processo di professionalizzazione delle forze armate subiranno una riduzione del 7% nel 2009 (meno 50 milioni di euro) e addirittura del 40% (meno 304 milioni) dal 2010. I reclutamenti saranno così destinati a diventare pressoché nulli nel 2010 e per almeno 5-6 anni si avrebbe una sospensione del sistema scolastico delle forze armate, con conseguente inattività del relativo personale. In pochi anni, inoltre, si provocherebbe un invecchiamento dello strumento militare, con l’interruzione del processo di approntamento del personale. Tradotto in numeri, secondo l’elaborazione dello stato maggiore della Difesa, tale taglio produrrebbe alla fine del 2012 una consistenza complessiva delle forze armate di sole 141mila unità, con appena 45mila volontari di truppa. Verrebbe così a esasperarsi un altro loro grande problema: lo squilibrio fra le varie categorie di personale che, com’è noto, vede già oggi una netta eccedenza di ufficiali e marescialli rispetto a una grave carenza di sergenti e volontari di truppa. In questo contesto, si moltiplicano i segnali di un prossimo intervento sulla struttura e sull’organizzazione delle forze armate. Preannunciato dal ministro della Difesa sotto forma di una legge-delega al Governo e avallato dal consiglio supremo di Difesa del 2 ottobre scorso, esso prevedrebbe (cfr. M.Ludovico ‘Forze armate, non è ristrutturazione, è un terremoto’) una serie di interventi profondi, alcuni più che condivisibili, altri decisamente meno e altri ancora tali da rendere perfettamente l’idea di quanto difficile sia la situazione. Tra i primi troviamo il ridimensionamento degli stati maggiori, dei comandi e delle strutture di supporto delle forze armate, con conseguente riorganizzazione dell’area logistica e tecnico-amministrativa dell’intero comparto Difesa: la concentrazione di uomini e mezzi in grandi strutture interforze con conseguente chiusura di arsenali, basi, installazioni e stabilimenti e quindi alienazione di proprietà della Difesa; una più spinta informatizzazione; l’estensione dell’orario operativo; una maggiore flessibilità d’impiego del personale; e sempre a proposito di quest’ultimo, il ricorso al prepensionamento del personale anziano, al fine di agevolare l’inserimento di quello più giovane. Perplessità invece le desta l’ipotesi di una diminuzione, se non una cancellazione, dell’outsourcing: impiegare i militari in servizi non strettamente collegati con l’impiego operativo, finisce con il drenare personale prezioso. E infine, le proposte relative all’acquisizione di risorse finanziarie attraverso una serie di iniziative tra le più varie, per quanto utili, appaiono quasi ‘disperate’. Nessun cenno invece sull’impatto di tale riforma sul modello a 190mila uomini, peraltro già defunto nei fatti. A questo proposito è da rilevare come, dati alla mano, la contrazione degli organici garantisca risparmi comunque largamente inferiori a quei deficit che si registrano nei settori dell’esercizio e dell’investimento. Ora, per quanto profonda possa essere una tale ristrutturazione delle forze armate, occorre rilevare come essa, di per sé, non sia certo in grado di risolvere tutti problemi. Al centro di ogni ragionamento deve essere infatti posto il nodo del flusso di risorse che - adeguato, certo e costante nel tempo - dovrebbe garantire un’adeguata pianificazione in un altrettanto adeguato orizzonte temporale; invece, con le risorse stanziate per almeno i prossimi tre anni, il rischio connesso a una tale riforma è quello di avere delle forze armate solo più piccole, senza alcun particolare beneficio sulle loro capacità operative. Il tutto cioè al solo fine di garantire loro una forma minima di sopravvivenza. Ma forze armate più piccole significano anche un Paese più piccolo; un Paese che dovrà diminuire il proprio impegno all’estero, che non sarà in grado rispettare taluni obblighi assunti nell’ambito delle organizzazioni internazionali (Nato, Ue e Onu) di cui facciamo parte, e che vedrà crescere le difficoltà per le forze armate stesse a integrarsi nei dispositivi multinazionali. Un’Italia che in definitiva corre il rischio di avere un minore peso politico in tali organizzazioni, una minore libertà d’azione e una minore forza laddove ci sia da esprimere una propria opinione o da rivendicare un proprio diritto. In sintesi, se parlare di uscita dalla comunità internazionale o di limitazione della sovranità nazionale può anche sembrare eccessivo, ciò nondimeno è evidente che i rischi di una marginalizzazione sono reali e concreti. Una marginalizzazione pericolosa, soprattutto laddove si consideri che di ‘leve’ efficaci a nostra disposizione per incidere sulle grandi decisioni internazionali non ve ne sono molte; anzi…
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