Anno 2008

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Perché le forze armate?

Riccardo Nassigh, 13 novembre 2008

La domanda attende da gran tempo risposte non retoriche da parte delle alte sfere dello Stato. Ora però l'uragano finanziario scuote rudemente il teatrino delle frasi fatte e degli slogan. Credo che sia venuto il tempo di riflettere se non sia il caso – più che arrovellarsi sui tagli di bilancio e sui programmi - di rifondare la Difesa.

Recentemente, dopo i famosi ‘tagli’ e le rituali lamentazioni degli stati maggiori, il Consiglio Supremo di Difesa ha impostato una razionalizzazione dello strumento militare per migliorarne il rapporto costo/efficacia. In Italia appare già come una rivoluzione, anche se processi del genere - con sinergie, soppressioni e accorpamenti di asset militari - sono in atto da anni in molte forze armate estere con bilanci ben superiori al nostro. La cosa che però mi lascia estremamente perplesso è che gli echi di tutto ciò negli ambienti politici e nell'opinione pubblica restano piuttosto modesti. D'altra parte la gente pensa ai disastri della borsa, alle pensioni, alla cassa integrazione, ai prezzi del pane e della pasta, ai mutui della casa.

In sintesi: le stroncature portate dal ministro dell'economia ai fondi per la Difesa non sembrano interessare né i cittadini né i partiti né la classe politica in genere. E i militari, dal canto loro, si ritrovano a cercar di rabberciare alla meglio i loro programmi, elaborati senza il crogiolo di una vera dialettica interforze e pertanto racchiusi in ambito di forza armata e spesso criticati velenosamente dalle forze ‘sorelle’.

Il ministro poi, da politico che non può disporre della competenza tecnica necessaria a dialogare davvero coi militari, deve barcamenarsi con cuciture e lavaggi di una tela sdrucita. Ammesso che gli venisse la voglia di cambiare le cose, credo che si troverebbe in un mare di guai. La materia è troppo complessa e irta di interessi potenti.

Apriamo gli occhi: ci manca una strategia globale

In realtà il problema viene da lontano. Tanto è vero che fenomeni analoghi angustiano anche gli altri ministeri. Manca cioè il luogo dialettico in cui lo Stato faccia convergere esigenze e problemi per un approfondito esame comune tra i vari settori (militare incluso), onde trarne infine una graduatoria di obiettivi con l'indicazione di chi debba fare che cosa, quando e come. Un progetto di strategia globale, bussola di rotta per tutti.

Sarebbe finalmente la sede idonea per stabilire che cosa si voglia dalle forze armate. Perché tutto il resto (dottrine, strutture, strategia dei mezzi, politica militare) deriva da quel punto d'origine finora non chiarito. E credo che ai militari possa essere rivolta la critica di non aver mai voluto rischiare questo chiarimento. Ma il prezzo pagato per questo è troppo alto: non hanno l'autorevolezza necessaria, e la loro voce si disperde. Per non dire della considerazione di cui l'Italia ‘gode’ nei contesti delle alleanze, dove si è ormai fatta l'abitudine alle inadempienze del nostro Paese (che soltanto noi continuiamo a definire “grande”). Sia beninteso: tutto ciò richiede, come e più che in passato, di collocare nei posti di responsabilità figure di alta levatura etica e professionale e di non lasciarle isolate a combattere contro mulini a vento.

Dove siamo arrivati

Vediamo le cose un po' più da vicino. Finora abbiamo proclamato una serie di Modelli di difesa, tutti orientati a creare un tipo di forze armate di standard Nato, dotate di alte capacità combat e pienamente integrabili in contesti multinazionali. In realtà ci siamo portati dietro tre handicap di prima grandezza, che hanno vanificato regolarmente le pianificazioni: abbiamo sempre mantenuto l'implicita riserva di non impegnare le nostre forze a livelli combat; abbiamo opposto una tenace resistenza a qualsiasi tentativo di privilegiare ove possibile la dimensione interforze; abbiamo sempre cercato di comprimere preventivamente le spese militari tagliando poi i bilanci una volta approvate le pianificazioni.

Perciò i suddetti Modelli di difesa si sono puntualmente trasformati in libri dei sogni. Con quanta soddisfazioni degli alleati, e con quali patemi per le industrie interessate ai programmi, è facile immaginare. Ciò che sta accadendo oggi ne è ulteriore conferma. Spendendo circa 20,3 miliardi di euro (il 6,9% in meno rispetto allo scorso esercizio finanziario) stiamo riducendo le forze armate a un organico complessivo di poco superiore alle 100.000 unità, con un Esercito di una settantina di migliaia di effettivi, pochissime decine di navi di prima e seconda linea e 250 aerei da combattimento, senza sapere se i costosissimi programmi di procurement nei quali siamo impegnati potranno essere portati a termine e se i programmi addestrativi potranno essere eseguiti, né se le presenze militari all'estero potranno essere garantite (è recente il ritiro delle due sole navi italiane impegnate nei pattugliamenti internazionali anti-pirateria al largo del Corno d'Africa, dove peraltro la pirateria imperversa come non mai).

D'altra parte non posso fare a meno di pensare che la pregiudiziale anti-combat sia la chiave di lettura dell'intera vicenda. Perché mai richiedere impegni ai militari e denaro ai cittadini, per realizzare uno strumento militare chiaramente esuberante rispetto ai suoi previsti impieghi? E perché mai darsi tanto da fare per portare le forze armate a livelli di efficacia militare ben superiori alle previste esigenze? Se la credibilità stessa dell'istituzione militare è stata ricostruita agli occhi degli italiani fondandola sullo stereotipo del ‘soldato di pace’, che non dovrebbe mai sparare un colpo perché il suo compito è l'assistenza umanitaria, come si potrebbe far accettare il concetto di uno strumento militare capace anche di combattere?

E in realtà – come sanno bene i comandanti operativi inviati all'estero – abbiamo continuato a costituire i contingenti italiani con ex carristi, ex assaltatori, ex artiglieri e simili, da impiegare in opere di ricostruzione civile e di assistenza umanitaria, senza armamento pesante, accompagnati da velivoli da attacco con soli compiti di ricognizione e assistiti da navi ridotte alla sola funzione di comando interforze e trasporto. Non solo: quando i nostri militari si sono trovati a combattere non l'abbiamo detto a nessuno (quasi che si fosse trattato di attività illecite, roba da pirati). Oggi lo sa anche il grande pubblico perché l'attuale ministro della difesa l'ha rivelato in televisione.

Cambiare

Ho torto se dico che bisogna cambiare? Le ipotesi di rifondazione della Difesa potrebbero essere più d'una. Se davvero l'Italia fosse giunta a un punto di debolezza etica, da delegare agli alleati gli aspetti più onerosi della propria sicurezza e la tutela dei propri interessi più importanti, lo dovrebbe dichiarare. E naturalmente dovrebbe accettarne le conseguenze economiche e politiche sul piano internazionale e su quello interno: il vassallaggio energetico e commerciale versi i ‘potenti’, la stranierizzazione di molti settori industriali ad alta tecnologia, le cospicue limitazioni di sovranità che seguirebbero in molti settori della vita nazionale. E infine un compromesso di fondo sulla propria dignità.

In questo caso lo Stato potrebbe restringere le funzioni dello strumento militare alla semplice protezione e difesa del territorio nazionale e al peacekeeping deciso o almeno avallato dall'Onu. Inutile diffondersi sui particolari circa la tipologia delle forze necessarie, ovviamente assai meno complesse e sofisticate di quelle attualmente presenti in Italia. Proseguendo nel processo di razionalizzazione ora avviato si potrebbero realizzare notevoli risparmi di spesa raggiungendo livelli di prontezza e di capacità operativa di tutto rispetto. Lo stesso si dica per le sinergie realizzabili con le forze di polizia e con l'apparato di protezione civile per i compiti inerenti all'antiterrorismo, alla protezione ambientale e al soccorso in caso di calamità.

Se invece lo Stato decidesse di assumersi, anche in campo militare, responsabilità più adeguate al suo rango internazionale occorrerebbe pregiudizialmente mettere in chiaro alcuni punti basilari.

1. Non fossilizzarsi sul presente, ma guardare avanti: non solo sul piano tecnologico, ma anche – e forse più – su quello geopolitico e strategico. Non farsi sorprendere dai cambiamenti che fin d'ora si profilano come probabili negli equilibri di forza mondiali, tenendo presente che i mutamenti eventualmente necessari nello strumento militare non potrebbero essere improvvisati.

2. Non abbandonare agli alleati la tutela degli interessi nazionali.

3. Pur nel rifiuto della guerra come strumento di offesa alla dignità dei popoli, può manifestarsi necessaria una tutela armata contro un'aggressione agli equilibri internazionali o ai valori umani accettati dall'Onu, dalla Nato e dall'UE. Anche nell'ambito delle operazioni ‘di pace’ non è infrequente il caso del peace-enforcement.

4. Una volta deciso un intervento militare, non è politicamente serio – ed è militarmente pernicioso - condizionarne di continuo la prosecuzione. Salvo il caso di radicali mutamenti della situazione in teatro, tali da dissolverne le premesse, va applicato il principio della persistenza nello scopo.

5. Nessun impegno militare non sostenibile dalle forze armate e dall'economia nazionale.

6. Per tutti gli aspetti del problema: economia delle forze e concentrazione degli sforzi (dunque razionalizzazione spinta, con radicale soppressione dei duplicati, tipo Guardia Costiera, per citare un caso).

A questo punto potrebbe essere giustificato uno strumento militare qualitativamente adeguato agli standard Nato, da realizzare tuttavia in tempi e modalità compatibili con le esigenze complessive dello Stato. Cosa che del resto gioverebbe alla funzionalità dell'organismo, ma anche a uno stabile rapporto tra forze armate, industria e alleanze. Tutti saprebbero quanto e su chi contare.

Credo che non sia da scartare neppure l'ipotesi di uno strumento ‘bifronte’: con un ridotto nocciolo duro di alto livello interamente proiettabile (responsabile però anche della difesa del territorio contro minacce di tipo militare) e una forza di peace-keeping, proiettabile mediante gli assetti già disponibili per le forze di proiezione e interoperabile con le forze di polizia e di protezione civile in caso di necessità (con eventuale concorso di spesa da parte dei ministeri interessati).

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