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| Anno 2008 | |
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Questo tema si inquadra nelle considerazioni generali del mio articolo di qualche giorno fa sulle forze armate (Perché le forze armate?). Ho scelto la vexata quaestio della portaerei Cavour perché la considero un tema simbolo dell'odierna situazione militare italiana. A parte ogni assurda questione di parrocchia o di simpatie/antipatie personali (che paiono un corredo costante nella vita quotidiana delle forze armate, e non solo in Italia), questa nave potrà rappresentare il punto di partenza di un'evoluzione attesa da gran tempo, o di una stagnazione priva di senso. Procediamo con ordine.
Perché si discute senza fine sul Cavour Le discussioni, iniziate ancor prima che la nave fosse messa in programma, risalgono addirittura agli anni Ottanta, quando (al tempo della Legge navale) si stava dibattendo sul tipo di unità a capacità aerea da realizzare nel contesto della Guerra Fredda. Non esisteva ancora un'aviazione navale, e pertanto si trascinavano le recriminazioni derivate dalla seconda guerra mondiale. Per giunta l'Italia era percorsa da venti pacifisti che identificavano ideologicamente la portaerei con la guerra d'aggressione. Principalmente a causa dell'assenza di cultura strategica, della quale difettavano gli stessi uomini politici che ne avrebbero avuto un gran bisogno, si giunse – una volta costruito il Garibaldi – a denominarlo "incrociatore portaeromobili tuttoponte", imbarcandovi soltanto elicotteri e scartando l'idea di dotarlo di ski-jump a prora. Poi venne la legge istitutiva dell'aviazione navale, si acquisirono gli Harrier e si dovette spendere una discreta somma per realizzare il suddetto ski-jump immobilizzando la nave in arsenale per il tempo necessario. Quando il contesto strategico mutò con l'eclisse dell'equilibrio bipolare e anche l'Italia cominciò a rendersi conto che le alleanze avrebbero dato sicurezza in proporzione al contributo dei singoli membri, iniziarono infinite discussioni anche sul progressivo rinnovamento dello strumento militare, con tutte le incertezze dottrinali, tecniche e finanziarie che conosciamo. Non tutti sanno dell'autentico travaglio che accompagnò in ambito Marina la nascita del progetto Num (Nuova unità maggiore) per sostituire nel tempo il Garibaldi. Non tutti erano d'accordo che dovesse trattarsi di un'altra portaerei un poco più grande. Taluni pensavano che nei nuovi scenari strategici occorresse piuttosto un tipo di nave polifunzionale che accoppiasse alla capacità aerea altre varie opzioni (dal comando e controllo di alto livello alla capacità anfibia). Obiettivamente la scelta non era facile, stretta tra l'esigenza di contenere i costi e pertanto le dimensioni della nave, la complessità tecnica di un accumulo di capacità eterogenee nella stessa piattaforma e tuttavia la necessità di fronteggiare situazioni strategiche e tattiche non del tutto definibili. Alla fine venne fuori il Doria (il cui nome fu poi mutato in Cavour prima ancora che l'unità fosse pronta): una portaerei dotata però di una certa polivalenza, pur essendo priva del bacino allagabile che avrebbe accentuato le capacità anfibie. Qual era – e qual è – il problema? La risposta è drammaticamente semplice: ancora una volta nasceva un prodotto militare sul quale era mancata una comune elaborazione dottrinale e pratica tra le forze armate (erano i tempi in cui si cominciava a programmare una brigata anfibia interforze senza volerla realmente, e dunque senza realizzarla). Ogni parrocchia vedeva la nuova nave a modo suo: per la Marina un prestigioso accrescimento di capacità (ma senza poterne definire i termini); per l'Esercito e l'Aeronautica una perniciosa fonte di spesa a loro danno. I politici, incapaci come sempre di capire e valutare le ragioni dei militari, finivano col camminare in una direzione sostanzialmente sconosciuta (prevedendo del resto che l'instabilità dei nostri equilibri parlamentari avrebbe quasi certamente provocato uno o più turn-over governativi prima che la nave diventasse una realtà economica e militare da gestire nei suoi ulteriori sviluppi). Per inciso, può essere illuminante la lettura del recente articolo scritto per la Rivista Marittima dall'ammiraglio Sanfelice proprio sul tema dei rapporti fra strategia e politica e sull'importanza che il politico possieda una formazione strategica di base. Oggi il nodo viene al pettine, e il ministro dell'economia chiede brutalmente ai militari di giustificare i loro programmi (con le relative spese). Ma i militari non sanno fare altro che ripetergli la filastrocca delle loro elaborazioni di forza armata, e lui sa benissimo di non capirci nulla. Però – e questo è il punto di rottura – oggi si deve decidere. E le decisioni sbagliate saranno quasi certamente irreversibili, perché ormai si tratta dell'impostazione di fondo dello strumento militare. Su quali scelte strategiche? La situazione economica e sociale del Paese non permette più sconti a nessuno, e il sottobosco di piccoli calcoli personali o di gruppo che hanno finora accompagnato il nostro sgangherato modo di procedere vanno incontro alla fine che meritano. Ma il conto lo paga l'Italia, e nelle forze armate lo pagano i molti che lavorano sodo (nemmeno troppo pagati), quando addirittura non rischiano la vita in guerre che non bisogna rivelare. Che cos'è il Cavour, e a che serve? Premetto che non è una portaerei strategica come quelle progettate dagli inglesi (che ora non sono neppure certi di poterle realizzare), e non è nemmeno una grossa nave come quella programmata dai francesi e poi accantonata per motivi di costo. E' probabilmente il massimo che oggi un paese d'Europa possa permettersi, a patto di sapere perché. E questo è il punto. Alla base sta naturalmente la scelta strategica di fondo, che l'Italia deve fare per non cadere in una situazione letteralmente demenziale in cui si prepara uno strumento militare senza sapere come impiegarlo, a beneficio di interessi che poco hanno a che fare col bene del Paese. Ammesso poi che la scelta coincida per davvero con quanto si continua a proclamare nei discorsi e nei documenti ufficiali, occorre tener conto che i nuovi scenari strategici – prima ancora delle crisi finanziarie/economiche – stanno mutando radicalmente la fisionomia degli strumenti militari di terra, mare, aria e spazio. E la ragione sta nel fatto – sempre vero ma spesso disatteso – che la guerra, o comunque l'impiego della forza, è un fatto unitario che va gestito in totale sinergia di tutte le risorse disponibili. Gli strumenti militari seguono la stessa logica derivata, perché il loro scopo è l'applicazione della forza quando dove e come serve. Una la volontà strategica, varie ma sinergiche le applicazioni. Da questo punto di vista è indifferente che si tratti di guerra o di operazione di pace. Differiscono l'intensità, l'ampiezza, la durata dell'impegno, ma non la sostanza del problema. Lo specifico problema della nave portaeromobili rientra appieno in questa logica. La stessa Marina degli Stati Uniti si è posta il problema già verso la fine degli anni Novanta, in vista dell'evoluzione della propria componente aeronavale. Interessante l'articolo scritto in proposito da Giorgio Giorgerini per Rivista Italiana Difesa già nel 1999. Pensando in particolare alla situazione italiana, coi noti limiti alle capacità di impegno militare proiettivo, appare assolutamente chiaro che una nave come il Cavour non può essere considerata altro che una piattaforma mobile interforze, gestita dalla Marina per competenza tecnica specifica (come un gruppo di Typhhoon viene gestito dall'Aeronautica o un gruppo di PzH 2000 dall'Esercito). In base all'esperienza operativa degli scorsi anni navi del genere svolgono funzioni svariate (dal comando e controllo di forze aero-terrestri-navali nazionali o di coalizione, al sea/air control di determinate aree, all'appoggio logistico e operativo delle operazioni aeroterrestri, al trasporto e sbarco-aviosbarco di truppe anfibie o forze speciali, all'assistenza umanitaria e sanitaria...). I vantaggi, in termini di funzionalità e sicurezza di piattaforma, sono evidenti. Da bordo possono operare aeromobili di tutte le forze armate. A questo proposito osservo anzi che, se l'Aeronautica avesse scelto (oltre al Typhoon) l'F-35B Stovl come apparecchio multiruolo, sarebbe stato possibile standardizzare l'intera linea aeronavale, permettendo l'impiego del velivolo da piste terrestri come da bordo. Qualcosa di simile a quanto accade da tempo in Gran Bretagna, dove gli Harrier della Raf e gli elicotteri dei Royal Marines operano indifferentemente da terra e da bordo delle portaerei. Al momento accade anzi che, per la temporanea assenza di velivoli imbarcati ad ala fissa, la Marina si vale appunto degli apparecchi della Raf anche per le proprie esigenze. In definitiva sarebbe decisamente fuori tempo continuare a concepire una portaerei come capital ship della flotta in vista di operazioni navali che probabilmente non vedremo più per molto tempo ancora. Tutto ciò mi fa pensare che – ove accadesse ciò che oggi si prospetta, cioè un vuoto di specialisti da imbarcare sul Cavour per completarne l'operatività nei tempi previsti - nulla vieterebbe di ricavare il personale necessario, ricorrendo a una temporanea messa in riserva di qualche altra unità (fossero anche il Garibaldi o i due Mimbelli), in attesa degli auspicabili tempi migliori. A mali estremi…
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