Anno 2008

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Grecia e Macedonia, un’ipotesi di lettura ‘balcanica’

Giovanni Punzo, 8 maggio 2008

Rudy Caparrini (in Macedonia, le ragioni della Grecia) spiega con chiarezza le ragioni della questione greco-macedone – soprattutto dal punto di vista greco – e osserva giustamente come le questioni balcaniche non debbano mai essere affrontate con superficialità. Non dovrebbe essere mai abbandonato l’approfondimento come principio – e vorremmo aggiungere nemmeno nel trattare altre questioni considerate solo in apparenza più semplici –, ma affrontando il ginepraio del sud-est europeo questo diventa assolutamente indispensabile. Nel caso in questione si possono rintracciare costanti storiche già manifestatesi, talvolta in maniera sotterranea, in altri casi con esplosioni inaudite. Per questo è opportuno ripartire da uno dei concetti chiave delle dinamiche storiche e politiche, non solo nei Balcani: il concetto di identità.

L’attuale situazione balcanica sembra confermare la forza del motore identitario della Storia. L’identità ha avuto la meglio sul cosmopolitismo, ma resta ancora difficile interpretare fino a che punto si sia trattato di un autentico movimento spontaneo alla ricerca di questa o piuttosto di un processo indotto, elaborato da “élites produttrici professionali di visioni soggettive del mondo sociale”, come ha scritto il sociologo francese Pierre Bourdieu riferendosi proprio a identità calate dall’alto e usate in maniera strumentale. Orecchiando la psicologia del Gestalt e trasferendone con libertà i concetti alla psicologia politica, ‘senza identità’ è però difficile vivere bene.

Indubbiamente l’identità è quindi necessaria, ma ha spesso provocato, o anche subìto, vari processi degenerativi per cui una definizione asettica resta problematica. L’identità è poi associata a vari altri sentimenti collettivi via via più sfumati quali il ‘senso civico’ (carattere neutro), il ‘patriottismo’ (carattere più marcato) e il ‘nazionalismo’ (ovvero lo stadio prossimo alla degenerazione). Molto dipende dal carattere originario dell’identità che ha sempre bisogno di un mito fondante o di nobili origini, mentre il passo successivo diventa il legame indissolubile con una entità territoriale. Poco importa se il mito sia a volte privo di una verifica storica empirica e l’entità territoriale sia ancora in formazione o non esista affatto: ‘Blut und Boden’ (sangue e suolo) diventano insomma le premesse indispensabili per consolidare un rapporto già esistente o crearne uno nuovo.

Non sorprende affatto che l’attuale situazione di identità etniche divise in due (o più) stati che caratterizza l’assetto complessivo dopo l’indipendenza del Kosovo sia già ritenuta in sé origine di future tensioni proprio per l’andamento della spinta identitaria degli ultimi anni: esistono due stati serbi (Serbia e Republika Srpska di Bosnia) che potrebbero diventare tre se la secessione della parte nord del Kosovo si compisse, due stati albanesi (Albania e Kosovo) per non parlare della parte occidentale della Macedonia popolata da albanesi e due stati croati (Croazia e parte della Bosnia). La ‘Macedonia storica’ infine, come ha osservato Caparrini, risulta divisa tra vari stati. Abbastanza utopistico pertanto ritenere che tali processi abbiano ottenuto ‘solo’ con l’indipendenza del Kosovo una razionalizzazione o una stabilizzazione.

Nell’arco di tempo tra il Congresso di Berlino (1878) e la conclusione della seconda guerra mondiale la cosiddetta ‘questione macedone’ ha rappresentato presso l’opinione pubblica internazionale l’aspetto più eclatante ed emblematico della complessità dei Balcani, più o meno negli stessi termini con cui oggi è discussa la ‘questione del Kosovo’. Non si tratta tanto di analogie strutturali tra i due casi, quanto della diffusione della rappresentazione di una complessità difficile anche da risolvere. Per capire la prudenza greca nell’affrontare la questione non bisogna nemmeno dimenticare che dagli anni Novanta ad oggi proprio l’identità, relegata frettolosamente dai neo-illuministi tra i relitti della Storia, ha dimostrato invece una vitalità sorprendente quanto inattesa.

Alle origini dell’identità macedone al principio del XX secolo si colloca una delle numerose rivolte: nell’agosto 1903 a Ilinden e a Krushevo nel vilayet (distretto) di Bitola (Monastir) scoppiò infatti una rivolta contro le autorità ottomane. La lotta fu breve e sanguinosa e la repressione durissima, tanto che la stampa internazionale ad esempio parlò della necessità di un ‘intervento umanitario’ contro le atrocità turche e non si trattò della prima volta in assoluto che un simile argomento circolasse in Occidente. A scatenare la rivolta, oltre a membri attivi della Vmro (Organizzazione rivoluzionaria interna macedone), furono comunque anche appartenenti ad altre comunità etniche presenti (greci, valacchi o arumeni, bulgari), rispecchiando in tal modo, sia pure in maniere diverse, tutta la composizione sociale macedone.

Una saldatura identitaria tra la rivolta del 1903 e la costituzione della Repubblica federale jugoslava di Macedonia avvenne nel 1948 quando, anche da un punto di vista formale, fu concesso un riconoscimento ai superstiti della rivolta. Oltre all’erogazione di un vitalizio, fu istituito un distintivo onorifico per coloro i quali avessero preso parte alla “narodna-osloboditelna borba” (“lotta di liberazione nazionale”, per quanto nel lessico jugoslavo ‘narod’ significhi più esattamente ‘popolo/nazione’ come appunto quello delle repubbliche federali). L’espressione ricalca esattamente l’’altra’ lotta di liberazione nazionale svoltasi dal 1941 al 1944 contro le forze dell’Asse e creava una continuità storica tra i due eventi, una continuità che sanciva il carattere identitario macedone. Ottimisticamente quindi si sarebbe portati a pensare che tale identità resti confinata negli spazi socio-territoriali dell’attuale Fyrom, ma potrebbe non essere così.

Dall’altra parte a noi sfugge spesso quanto la storia nazionale greca dell’ultimo secolo, anche di fronte a due guerre mondiali combattute nella parte occidentale d’Europa, sia stata invece molto tormentata sia da un punto di vista etnico che istituzionale. Dopo la battaglia di Domokos (1897), quando la Grecia fu sconfitta in Tessaglia da un esercito ottomano, si verificò una crisi profonda e totale. Vennero meno il prestigio della monarchia, accusata di aver condotto alla sconfitta; si arrestò la cosiddetta ‘Megali Idea’ (Grand Idea), base teorica del sogno greco di espansione; la crisi finanziaria pose il paese sotto il controllo di una Commissione internazionale che gestì più o meno direttamente il sistema fiscale per decenni e l’economia, stretta tra il debito estero e la mancanza di prospettive, ristagnò per oltre un quarto di secolo. La conseguenza più paradossale fu l’emigrazione greca in territori ottomani, quali Istambul e Smirne ma anche altrove.

Si verificarono insomma le tipiche condizioni della ‘nazione senza Stato’ e solo dopo le guerre balcaniche e la conclusione della prima guerra mondiale, la Grecia potè riprendere un posto nella politica internazionale. Nel frattempo, indebolito dalle guerre balcaniche e sconfitto nella prima guerra mondiale, era scomparso l’impero ottomano. Il tentativo di espansione greco a oriente si risolse però in un fallimento politico-militare e in una catastrofe umanitaria (1923): fu la Grecia infatti a subire la ‘semplificazione etnica’ trovandosi costretta ad assorbire un milione e trecentomila profughi da Smirne e dall’Asia minore da integrare in quattro milioni e mezzo di abitanti. Eppure, dallo scambio di popolazioni – condotto con la mediazione della Società delle Nazioni –, la Grecia ottenne a caro prezzo la totale de-ottomanizzazione e la base dell’attuale ‘stato- nazione’.

Sul piano istituzionale basta poi accennare in breve alle frequenti mutazioni di forma di governo: dopo la catastrofe dell’Asia minore i greci scelsero la repubblica, ma nel 1935 tornarono alla monarchia che però, per assenza del sovrano, ebbe due lunghi periodi di reggenza (1941-1946 e 1968-1974), fino all’attuale soluzione repubblicana. Inoltre dal 1925 al 1926, dal 1936 al 1940 e dal 1967 al 1974 la Grecia conobbe il fenomeno delle dittature militari. Tra il 1946 e il 1949 sperimentò una sanguinosa guerra civile che provocò ottantamila vittime e più di un milione di profughi e non conobbe una reale democrazia parlamentare come l’attuale se non nel breve periodo dal 1961 al 1967, dato che le conseguenze della guerra civile si protrassero a lungo.

Quando infine la Grecia aveva aderito all’Europa si verificarono la fine della guerra fredda e la disgregazione devastante di uno dei paesi confinanti, in un modo talmente drammatico da rievocare i tempi della guerra civile. Per una nazione che si trova in una posizione cruciale in Mediterraneo, che confina con alcune delle più instabili realtà della penisola balcanica – per non dimenticare il fatto della questione territoriale confinaria tra Macedonia e Kosovo – e che si trova alle spalle una questione tuttora irrisolta come quella di Cipro, la denominazione di un paese confinante non è quindi una questione semplice o banale come quella di un marchio registrato, ovvero il sole di Vergina, e la prudenza e la coerenza greche vanno capite e rispettate.

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