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| Anno 2008 | |
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Lo svolgimento delle recenti elezioni politiche in Macedonia (1
giugno) – e in particolare l’esclusivo coinvolgimento di albanesi
etnici negli scontri verificatisi – torna a porre dubbi e
interrogativi seri sull’effettivo andamento complessivo del processo
di stabilizzazione nell’area post-iugoslava e dovrebbe costituire un
motivo di riflessione sui risultati dell’integrazione in corso,
soprattutto per la Nato e l’Unione europea prima di intraprendere
altre iniziative. Già dalla campagna elettorale erano emersi infatti
motivi di grave preoccupazione per possibili violenze nel corso del
voto e domenica scorsa si sono purtroppo avverate le previsioni più
pessimistiche della vigilia.
Gli osservatori elettorali Osce hanno rilevato una serie di violazioni piuttosto gravi, ivi compresa l’intimidazione agli elettori e il non rispetto dell’obbligo di recarsi ai seggi senza armi, per non parlare di altre irregolarità per così dire ‘minori’. In una località a nord-ovest di Skopje si è verificato un conflitto a fuoco che ha provocato una vittima, mentre nella zona di Tetovo, dal pomeriggio di domenica, sebbene i seggi fossero regolarmente aperti, non hanno più ricevuto votanti, sembra per la presenza di uomini armati che minacciavano sistematicamente gli elettori casa per casa o per la strada a non recarsi alle urne. In altri seggi, al contrario, rispetto la media nazionale dei votanti che si è attestata intorno al 46%, per pressioni di segno opposto, ha votato invece quasi il 70% degli elettori. In seguito a tutti questi fatti la polizia ha effettuato 28 arresti. Non sono mancati in conseguenza commenti negativi sia da parte dell’Osce, che dello stesso Segretario generale della Nato Jaap de Hoop Scheffer, del Commissario dell’Unione europea Solana e del Dipartimento di stato attraverso la rappresentanza Usa a Skopje. Gli effetti della violenza che ha turbato il voto probabilmente non si ripercuoteranno tanto sul risultato dello stesso – anche perché il premier uscente Gruevski difficilmente si lascerà sfuggire il risultato positivo ottenuto comunque (64 seggi sui 120 che compongono il parlamento) –, quanto inaspriranno il confronto all’interno della minoranza albanese e tra la restante popolazione della Macedonia, azzerando di fatto i progressi compiuti a partire dagli accordi di Ocrida (2002). Soprattutto però creeranno consistenti difficoltà a una piena collaborazione tra Kosovo e Macedonia, a partire dalla questione del riconoscimento non ancora avvenuto e sulla questione di un accordo relativo alla frontiera comune, stabilito in precedenza tra Serbia e Macedonia e da ratificare (o modificare?) ora tra Kosovo e Macedonia. Altre prevedibili conseguenze sul piano internazionale saranno una comprensibile rivalutazione ‘post factum’ del veto greco all’adesione della Macedonia alla Nato – manifestato al vertice di Bucarest – e una pausa di riflessione imposta a Bruxelles in un momento in cui si pensava di poter accelerare con relativa facilità l’adesione della Macedonia all’UE. Di riflesso, ancora una volta, emerge una proiezione esterna della complessa situazione del Kosovo, soprattutto per i saldi legami storici ancora attuali tra la maggioranza albanese del neo stato indipendente e la minoranza albanese di Macedonia. In senso lato però non si dovrebbe nemmeno dimenticare che, escludendo Albania e Kosovo, dove la maggioranza etnica è tuttavia albanese, minoranze della stessa etnia vivono appunto in Macedonia, in Serbia e in Grecia. Pertanto, di fronte all’ipotesi di un riassetto degli equilibri di potere nelle aree popolate da albanesi, gli stati coinvolti potrebbero diventare tre a fronteggiare l’insorgere di una nuova ‘questione albanese’. Al momento dell’indipendenza del Kosovo le reazioni della minoranza albanese di Macedonia sono state principalmente due: l’ex capo guerrigliero Ali Ahmeti (capo dell’Unione democratica per l’integrazione e già responsabile dei disordini del 2001) ha pubblicamente espresso grande esultanza, mentre Menduh Thaci (capo dell’altro partito della minoranza etnica albanese, il Partito democratico albanese) ha raccomandato invece cautela e prudenza, ma circa un mese dopo, per protesta contro il mancato immediato riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo da parte della Macedonia, ha ritirato il suo appoggio al governo di Gruevski provocando le elezioni anticipate. In effetti – come si è detto – i legami tra albanesi di Macedonia e kosovari sono sempre tradizionalmente molto stretti e la separazione di questa parte occidentale della Macedonia dal Kosovo risale ai tempi di Tito. Sebbene se ne conoscesse l’esistenza dal 2003, la presenza in Kosovo dei cosiddetti ‘uomini in nero’ dell’Aksh (Armata kombetare shqiptare) si è intensificata: una parte di essi potrebbe essere costituta da ex appartenenti alla disciolta Uck su posizioni molto radicali. Dato l’elevato impatto mediatico degli ‘uomini in nero’, intransigenti sostenitori dell’autoderminazione degli albanesi non solo in Kosovo ma perfino nella Ciamuria (zona della Grecia settentrionale ai confini con l’Albania), era stata formulata l’ipotesi – prima della proclamazione dell’indipendenza – che si trattasse di una forma di pressione alla quale non fosse estraneo lo stesso Hashim Thaci. Altri osservatori ne avevano invece ricondotto l’organizzazione alla figura di Ramush Haradinaj, collegandone l’impostazione ideologica (definita ‘enverista’, ispirata cioè da quella pan-albanese Ever Hoxha) alla Grande Albania. Non bisogna nemmeno dimenticare a questo proposito, che Haradinaj a suo tempo non era risultato estraneo ai disordini del 2001 in Macedonia e come questi avessero rappresentato un contraccolpo esterno ai nuovi assetti di potere in Kosovo dopo il 1999. In Macedonia, nonostante si conosca il nome del raggruppamento dell’Aksh (‘Skanderbeg’) ivi operante, la presenza dell’organizzazione sembrerebbe però ora notevolmente ridotta, soprattutto dopo l’operazione della polizia macedone che ha neutralizzato una base dell’Aksh a Brodec nei dintorni di Tetovo nel novembre dello scorso anno (pesante il bilancio: 6 morti e tredici arresti, tutti albanesi etnici). Per quanto riguarda invece una pista kosovara questa sarebbe confermata in quanto il 18 agosto 2007 erano evasi dal carcere di Dubrova (Kosovo) sette detenuti (alcuni per reati gravi come omicidio e terrorismo), una parte dei quali – sfuggiti alla cattura in Kosovo – sono morti appunto nel conlitto a fuoco con la polizia macedone nel corso dell’operazione Mountain Storm. Per quanto riguarda l’approvvigionamento delle armi sembra siano invece emersi collegamenti con ex appartenenti all’esercito musulmano bosniaco e che il tragitto percorso sia sempre quello della famosa ‘dorsale verde’. Il tratto meridionale della ‘dorsale verde’ dei Balcani parte infatti da Dibra e raggiunge Tetovo (Macedonia) da dove, deviando verso nord-est – senza attraversare le montagne al confine del Kosovo nella zona di Restelica (sebbene sembri poco credibile) –, arriva a Skopje. Dalla capitale macedone in direzione nord-ovest prosegue prima verso Prizren e Pec (Kosovo) per arrivare in Montenegro – ramificandosi a ovest – e attraversare poi longitudinalmente il Sangiaccato di Novi Pazar (Serbia) fino alla Bosnia. Benché l’esistenza della ‘dorsale’ non sia affatto una novità, si tratta di un elemento di un certo rilievo nella questione della parte occidentale della Macedonia. Difficile o impossibile stabilire se dietro i disordini macedoni esista una componente legata al terrorismo islamico che punta al momento alla destabilizzazione, non disponendo di una solida base sociale o religiosa per altri tipi di strategia. Al momento, a parte la giustapposizione dei luoghi e delle situazioni di illegalità e benchè legami organici e obiettivi comuni tra wahhabiti e Aksh non siano ancora stati individuati – e soprattutto numerosi integralisti islamici abbiano lamentato più volte l’indifferentismo religioso degli albanesi –, sembra comunque che infiltrazioni wahhabite si siano già verificate anche in Kosovo e Macedonia.
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