Anno 2008

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Teorie economiche, spese militari e sicurezza

Giovanni Punzo, 12 novembre 2008

Un forte nesso tra potenza economica e forza militare è sempre esistito e se ne è sempre parlato. Nel corso del tempo il baricentro della questione si è spostato sottolineando di volta in volta la maggiore importanza dell’uno o dell’altro aspetto e tale oscillazione si può cogliere anche nel lungo dibattito sull’utilità o meno delle spese militari tra i teorici dell’economia. Resta il fatto – se vogliamo banale – che piuttosto raramente paesi con economie floride sono stati sconfitti o hanno dovuto piegarsi, mentre sembrerebbe ancora più vero il contrario. In tempi di estrema semplificazione come gli attuali si tende però a dare troppo per scontato che il ruolo delle spese militari in economia sia sempre stato considerato eccessivo o improduttivo. La questione è molto più complessa e a questo punto sarebbe opportuno ripartire dalle teorie economiche classiche e dalle interpretazioni che suggeriscono.

È noto che tutta la scuola marxista ad esempio professava una forte avversione per le spese militari nei bilanci degli stati borghesi. Ancora oggi resta un diffuso retaggio ideologico in questo senso, ma in realtà, adottando la prospettiva storicista, il giudizio marxista era più complesso. Le spese militari erano considerate funzionali (e utili quindi) al rafforzamento degli stati capitalisti. In una seconda fase però esse avrebbero condotto all’autodistruzione del sistema spingendo gli stati capitalistici a lottare gli uni contro gli altri. In questa chiave di lettura si comprende bene il famoso giudizio di Lenin sull’ “imperialismo come fase suprema del capitalismo” e resta memorabile la frase di Rosa Luxemburg, relativa all’economia della Germania guglielmina, dove il ruolo del militarismo era “la riconversione del plusvalore”. Se vogliamo dietro questi concetti si cela anche una interpretazione precisa della prima guerra mondiale.

Se questa scuola di pensiero oggi può dirsi eufimisticamente in crisi, concettualmente più vicine a noi sono le teorie classiche fino ai loro più recenti sviluppi e quelle di matrice keynesiana. Da Adam Smith (1723-1790) in poi, in parallelo con lo sviluppo dello Stato liberale contemporaneo (e dei sistemi parlamentari), il ruolo delle spese militari è diventato oggetto di controversi giudizi e di dispute pubbliche. Il punto principale di Smith è che esse sono una premessa indispensabile dello sviluppo economico – pur essendo prive di finalità economiche – perché necessarie alla stabilità interna e alla politica estera. Solo Robert Malthus (1766-1834), noto anche come teorico del contenimento demografico, riflettendo sempre all’interno del filone classico, sostiene al contrario l’importanza delle spese militari come forte stimolo della domanda, ma il resto dei teorici della stessa scuola le giudica più o meno con sfumature diverse una sorta di male necessario. A guardar bene, nonostante le differenti posizioni, questo concetto fondamentale resta ancora. La scuola keynesiana è invece più recente e si collega alle tormentate vicende economiche del periodo tra le due guerre mondiali risentendone però inevitabilmente e considerando le spese militari come neutre, all’interno di un disegno di spesa più ampio.

Dalla scuola classica e dall’immagine di male necessario si sono sviluppate con il tempo delle condizioni per renderle accettabili e ridurne l’impatto sull’economia. Per prima cosa le spese andavano concentrate in settori ad alta tecnologia per ottenere i maggiori risultati. In secondo luogo le industrie nazionali degli armamenti dovevano vendere anche all’estero per ridurre i costi e si dovevano provocare delle ricadute positive della tecnologia militare sull’economia. A ben vedere questa terza condizione è stata all’origine di Internet, che come è noto nacque anche per soddisfare esigenze militari, e allo stesso modo dietro complessi software gestionali adottati dalle aziende ci sono gli sviluppi di programmi richiesti in precedenza per il controllo di complessi sistemi d’arma. Solo un accenno poi alla tecnologia satellitare, che usiamo ogni giorno ed è stata trasferita in numerosi apparecchi di uso comune. Banalmente sembra di poter dire che senza i fantascientifici programmi di ‘guerre stellari’ dell’America di Reagan non ci sarebbero stati i passi in avanti più recenti nelle telecomunicazioni e questi esempi sono solo alcuni.

Per tornare infine al nesso tra potenza economica e forza militare bisognerebbe fare solo un accenno a un altro fattore e cioè all’uso del potere economico in sé come strumento militare di pressione nel quadro di strategie dirette o indirette. Esistono gli embarghi e le sanzioni economiche, benchè in casi recenti non abbiano sempre prodotto gli effetti sperati, ed esistono gli aiuti e gli incentivi in programmi di assistenza militare, spesso facenti parte di un processo di integrazione politica. In questi casi è evidente invece il contrario e cioè come la potenza economica produca ricadute sul piano militare e quindi quello della sicurezza.

Mettendo da parte adesso per un momento tutte le considerazioni fatte sinora, o dando loro piuttosto il significato di una lunga premessa, restano altre semplici osservazioni su quanto sta accadendo a livello internazionale. La prima è che da tempo la sicurezza non è più una questione esclusivamente nazionale e si parla anche della crisi che stanno attraversando gli Stati-nazione la cui sovranità (grandi potenze a parte) è sempre più limitata. In questo senso le spese militari hanno perso il loro carattere strettamente collegato al livello nazionale perché la stessa sicurezza si è spostata altrove. In secondo luogo le grandi trasformazioni economiche, che hanno subito un’accelerazione dopo la fine della Guerra Fredda, hanno ridimensionato il ruolo territoriale degli Stati, nel senso che una posizione geografica in sé ha oggi meno valore di quanto ne avesse in passato. Come ha osservato Carlo Jean, la globalizzazione, intesa soprattutto come ‘circolazione’, ha trasformato la ‘geopolitica dei territori’ in quella dei ‘flussi’.

A ben vedere quindi sono stati i ‘flussi’ di capitali, di prodotti, di informazioni e anche di forza lavoro, attratta dalla domanda, a trasformare e de-territorializzare gli Stati che non rappresentavano più delle barriere, ma semmai delle vie di transito. Anche la sicurezza quindi si sarebbe insomma spostata sui flussi, e un esempio cruciale è quello relativo all’accesso alle fonti di energia e alla successiva distribuzione: un’interruzione dell’approvvigionamento nel settore energetico diventerebbe un rischio da contemplare all’interno dei problemi della sicurezza. Esiste poi anche la circolazione dell’informazione e già a suo tempo il sociologo Badie aveva osservato che questa aveva ridotto la sovranità territoriale e la dimensione immateriale di altri processi ha fatto il resto. In particolare resta il fatto che la circolazione delle informazioni non fornisce solo dati, ma sovente anche l’interpretazione degli stessi e per questo anche il sistema mediatico fa parte della sicurezza.

Questo processo generalizzato fino ad oggi, cioè fino a quella che è già definita la ‘grande crisi’, è stato inarrestabile, ma la situazione odierna sembra ancora indecifrabile. La domanda che ci si pone ora è quindi se, arrestandosi la circolazione dei flussi, i territori tornino ad avere lo stesso peso che in passato. In questo quadro un ritorno alla territorialità fa pensare che anche il ruolo della sicurezza di un Paese possa tornare a un modello precedente, per intenderci un modello dove territorio, sicurezza e Forze armate tornino a esercitare le funzioni passate.

A ben vedere, la stessa crisi sta suscitando lo spettro del ritorno al protezionismo esclusivo e autarchico e quindi in parte un cambiamento della visione dello strumento militare nazionale farebbe parte di questa apprensione. Non bisogna dimenticare che la centralità dello Stato è comunque un dato empirico che ha circa cinque secoli di vita e non è solo l’elucubrazione di scienziati della politica o di filosofi. Ridurre l’efficienza della sicurezza nazionale in questa fase di estrema incertezza potrebbe rivelarsi molto pericoloso. In fondo la sicurezza internazionale resta sempre legata allo ‘status quo’, ovvero alle condizioni di stabilità, normalità e prevedibilità per continuare a operare le funzioni degli Stati e queste condizioni oggi sembrano cambiare.

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