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| Anno 2008 | |
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Anche nutrendo scetticismo sulla validità scientifica delle teorie di Huntington – non tanto sul modello descrittivo dello studioso, quanto sullo scontro teorizzato alla fine come ‘conseguenza inevitabile’ – i fatti di Mumbai impongono serie riflessioni. Indubbiamente il sub-continente indiano è molto esposto a rischi di destabilizzazione e il fondamentalismo religioso in questo momento sembra essere uno dei fattori più pericolosi. E non bisogna dimenticare, oltre alla contrapposizione continentale islam-hinduismo, che anche lo Sri Lanka è ancora percorso da ondate di violenza etno-religiosa e che i fondamentalisti hindu hanno già preso di mira comunità cattoliche. Mentre però riteniamo (talvolta con eccesso di presunzione) di conoscere tutto sui rapporti tra terrorismo e fondamentalismo islamico, alcuni nodi strutturali della questione hindu e del movimento fondamentalista collegato ci appaiono ancora confusi e dai confini incerti, come del resto accade per altri aspetti dell’India, ivi compreso il notevole sviluppo economico degli ultimi anni e perché, parlando di ‘sviluppo’ riferendosi alle condizioni generali dell’India, tale espressione sembra francamente talvolta eccessiva.
Prima di quello che fu definito il punto di partenza più recente delle tensioni etno-religiose nel sub-continente indiano, ovvero il ‘massacro del treno dei pellegrini’, avvenuto nel febbraio 2002, sarebbe invece opportuno riconsiderare altri episodi e non tralasciare nemmeno il particolare che in realtà, più che di ‘pellegrini’, si trattava di militanti del Visna Hindu Parishad (Vhp), movimento politico hindu a forte connotazione nazionalista. Alcune vicende da cui sono emersi con maggior chiarezza i tratti caratteristici del confronto tra islam e hinduismo furono invece precedenti, investirono piani differenti della società civile indiana e rappresentarono tappe fondamentali di questo percorso che ci auguriamo non diventi quello verso una catastrofe annunciata. Le forme di etno-nazionalismo praticate dall’hinduismo odierno hanno origine da recenti interpretazioni della tradizione vedica adattate a forme di azione collettiva tipiche delle moderne forme di comunicazione politica, secondo un modello già sperimentato ad esempio nel decennio balcanico e che purtroppo si rivelarono tutt’altro che limitate al solo piano religioso. Se questa è l’interpretazione di un sociologo delle religioni (Enzo Pace), sulla stessa linea interpretativa si colloca anche l’opinione di un noto studioso di sanscrito (Alberto Pellissero) che individua nella confusione originata dalla ‘new age’ – e quindi nella mancanza di un corretto approccio filologico nell’affrontare lo studio delle proprie origini dottrinarie – un elemento perturbante che sta producendo danni notevoli. Un primo episodio relativo al confronto islam-hinduismo fu il ricorso contro una sentenza di scioglimento di matrimonio (1978) che dette origine a una serie di difficoltà politiche a vari livelli. Il caso fu quello di una donna musulmana ripudiata dal marito che lo citò in giudizio per ottenere un risarcimento maggiore di quanto previsto dal codice islamico, ovvero la restituzione della dote e tre mesi di mantenimento. La Corte suprema, accogliendo l’istanza della ricorrente (1985), si basò sull’interpretazione di un articolo della Costituzione indiana secondo il quale si doveva “garantire ai cittadini un codice civile uniforme in tutto il territorio dell’India”. Il pandemonio scatenatosi fu enorme, anche perché il guidice relatore era hindu e di fatto veniva stravolta l’applicazione della legge islamica, per altro utilizzata e riconosciuta valida in numerosi altri giudizi. A noi occidentali uniformare un codice civile potrebbe sembrare ovvio, ma nel sub-continente indiano, dove il retaggio dell’epoca coloniale è ancora forte – basata come era sulla relativa autonomia di diversi potentati o comunità locali – veniva messa in discussione proprio questa contraddittoria pluralità di ordinamenti e quindi compresi quelli hindu. I fondamentalisti (organizzati nel Bharatiya Janata Party, Bjp) appoggiarono però la sentenza cogliendo l’occasione per ridimensionare le pretese della comunità musulmana, soprattutto per quanto riguardava la tutela dei diritti della minoranza stessa. Al contrario i musulmani moderati, pur ammettendo che la tutela di una parte debole in giudizio (la donna ripudiata) fosse un fatto positivo sul piano dei diritti umani, non se la sentirono però di condividere le opinioni hindu. Il primo ministro dell’epoca Rajiv Gandhi, dopo aver inviato un membro del suo governo in parlamento (il musulmano moderato Arif Mohammad Khan) a difendere la sentenza, ottenne un successo parziale e del resto non sarebbe stato possibile diversamente in quanto il tentativo successivo fu quello di riguadagnare l’appoggio musulmano senza perdere però nemmeno quello dei fondamentalisti hindu. Poco dopo si verificò la vicenda di Ayodhya, città sacra per gli hindu legata al dio Rama che contemporaneamente ospitava anche l’antica moschea Babri Masjid, edificata nel XVI secolo da un sovrano mughal. Dalla indipendenza, da quando cioè gli hindu – che pure avevano sempre goduto in passato di libertà di accesso al sito religioso – avevano iniziato a rivendicarne il carattere esclusivo del luogo di culto, le autorità dell’Uttar Pradesh avevano congelato il problema dichiarando ‘tutta’ la zona interdetta. Nel 1986 però, nel mezzo delle polemiche per la sentenza, un tribunale sancì il diritto esclusivo degli hindu ad accedere al luogo sacro e i musulmani ne vennero esclusi. Negli anni seguenti infine, non tollerando nemmeno più le semplici vestigia della moschea, la Vhp riuscì a raderla al suolo. Il treno di ‘pellegrini’ incendiato nel 2002 era diretto ad Ayodhya, per una grande manifestazione il cui scopo princiale era la ‘riedificazione’ di un tempio hindu (sembra tra l’altro mai esistito) proprio sulle rovine della moschea distrutta. A questo punto è necessario soffermarsi anche su Mumbai e sul suo significato storico religioso. Al contrario di altre città indiane, Mumbai non vanta una storia millenaria e risale semplicemente alla fondazione di una colonia portoghese nel XVI secolo, poi ceduta come dote di nozze alla corona inglese in occasione del matrimonio di Caterina di Braganza circa un secolo dopo. Nel 1875, in pieno impero vittoriano e quando la città si chiamava ancora Bombay come sino a poco tempo addietro, il bramino Mul Sankar – più noto con il suo nome religioso di Svama Dayanand Sarasvati – vi fondò il movimento ‘Arya Samaj’ (‘Società dei Nobili’) per ricondurre l’hinduismo al rispetto delle fonti scritte (i ‘Veda’), ma soprattutto liberarlo dalle incrostazioni magiche-superstiziose che lo stavano portando alla decadenza, iniziando il moderno movimento di rinascita hindu. In particolare da lui deriva la ritualizzazione collettiva del ‘suddhi’, la purificazione necessaria prima di ogni gesto sacro che in passato era svolta in maniera individuale, dato che al fedele hindu era concessa una relativa ampia libertà nel modo di adempiere ai precetti religiosi, ivi compreso l’obbligo di visitare o meno i templi. Se ai motivi di conflittualità nata da questi episodi aggiungiamo il fatto che sia all’hinduismo che all’islam manca una struttura gerarchica e centralizzata in materia dottrinaria e che da piccole comunità fuori controllo si sviluppano spesso idee estreme, per di più favorite da un clima di grande confusione nel passaggio verso le forme più spinte di modernità, comprendiamo bene quanto questa instabilità possa essere considerata molto pericolosa. Ad esempio, benchè laureati in Gran Bretagna o negli Stati Uniti, anche molti tecnologi del miracolo economico indiano accettano queste nuove teorie in modo decisamente acritico e hanno respirato l’aria della ‘new age’ proprio nelle prestigiose università anglosassoni. Un pericolo quindi da non sottovalutare, soprattutto per la presenza di un attore internazionale come il Pakistan che ha dimostrato la più grande spregiudicatezza nel servirsi di situazioni instabili locali, ma soprattutto una parte determinante della cui identità si fonda sull’esodo della popolazione musulmana al momento della decolonizzazione e che da quella data a oggi ha più volte affrontato l’India militarmente. Dopo queste osservazioni non si vuole affatto sostenere che il terrorismo islamico in India sia una reazione al fondamentalismo hindu, ma semplicemente far notare che il reclutamento nelle organizzazioni terroristiche islamiche e il favoreggiamento delle loro attività sono facilitati dal clima di mobilitazione di massa che il fondamentalismo hindu ha creato. Benchè si tratti di una affermazione grave, prende spunto però dalle esperienze del decennio balcanico, dove nessuna religione in sé offriva basi teoriche o morali alla pulizia etnica, e il meccanismo che sembra già essersi avviato è tutt’altro che rassicurante. C’è da augurarsi alla fine che nessuno un giorno prenda la parola come avvenne una volta a Kosovo Polje. Le religioni scendono in guerra – insomma - quando il gioco è diventato un gioco a somma zero, quando cioè la vittoria di uno dei due contendenti è rappresentata dalla fine dell’altro. È la religione a questo punto che declina la politica con il massimo vigore distruttivo che la guerra impone a tutti, volenti o nolenti.
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