Anno 2008

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Speciale GIS, i professionisti dell’anti-terrorismo

Giovanna Ranaldo, 13 ottobre 2008

In Italia l’opinione pubblica ha imparato a conoscerli attraverso poche operazioni, rese visibili da fattori contingenti, portate a termine in modo rapido e preciso, senza alcun spargimento di sangue. Vivono nell’ombra e mal sopportano il clamore. Dal loro primo intervento noto, il 29 dicembre 1980 nel carcere di Trani (Puglia), sul loro conto si sono susseguite numerose storie, come se si trattasse di leggendari cavalieri medievali o guerrieri votati a un credo superiore, vissuti in un’altra epoca. Si tratta degli operatori del GIS, i carabinieri del reparto speciale dell’Arma, una capacità operativa che si addestra nell’ottica di missioni di proiezione su terra, nelle situazioni più critiche, prevedendo anche assetti che dal mare e dall’aria muovono verso l’interno del territorio, arrivando sull’obiettivo in modo del tutto inaspettato, con finalità esclusivamente risolutive. Lo scopo è di avere una forza in grado di fronteggiare le minacce che richiedono l’intervento di specialisti, ‘extrema ratio’ da impiegare sia sul suolo patrio come Unis (Unità intervento speciale) o teste di cuoio, che all’estero (accanto alle nostre truppe e agli alleati) come forza incursionistica.

I componenti di questo reparto d’élite si preparano per anni sulla base di specifici programmi, schedulati per addestrare uomini e mezzi alla massima combinazione e prontezza operativa, forti della convinzione che tutto è sempre perfettibile. Non è una vita di ‘privilegi’, ma una vita di ‘dedizione’ quella degli operatori del GIS, che il prossimo 16 ottobre 2008, celebreranno 30 anni dalla fondazione di una delle unità più stimate al mondo. Tralasciando la visione dell’immaginario collettivo, che li vuole dei moderni Superman, risulta necessario offrire una nuova prospettiva. Questi speciali carabinieri sono individui che hanno saputo fare delle loro particolari doti personali un bene, da offrire a beneficio dell’intera comunità, senza sperare in franchigie sociali, ringraziamenti e onori, ma ottemperando a un’etica soggettiva ancora capace di indirizzarsi verso il prossimo.

Diventa necessario ragionare in quest’ottica se si vuole tentare di approfondire l’argomento senza farsi fuorviare da ancore mentali e riuscire ad avere un minimo contatto con loro. Sono schivi, imperturbabili, concentrati soltanto sui loro compiti quotidiani. Seguire (in via del tutto eccezionale), il comandante del GIS in un giro nel reparto, comporta l’abitudine al massimo rispetto verso gli operatori, il loro lavoro e le regole, oltre all’uso di una buona dose di energia, lucidità e prontezza. Anche a livello pratico è bene imparare presto: si mangia e si dorme quando è possibile!

Il comandante del gruppo è un giovane uomo di bell’aspetto, carismatico, dal tono fermo, ma sempre cordiale e sorridente, anche nei momenti più complessi. Non lesina parole di elogio verso tutti gli operatori (anche coloro che nel corso di questi 30 anni hanno dovuto lasciare il reparto per esigenze personali) e spiega che nonostante il suo ruolo di leader, si sente sempre uno come gli altri. Durante il briefing sulle peculiarità e la storia dell’unità, ci tiene a sottolineare la collaborazione con le altre forze speciali italiane.

“Il 9° Col Moschin dell’Esercito e il Gruppo operativo incursori della Marina GOI – racconta l’ufficiale - hanno contribuito nei momenti iniziali della nostra costituzione addestrando i pionieri del GIS. Insieme abbiamo espresso l’Unis nazionale fino all’84, quando è rimasta una capacità esclusivamente nostra, a seguito della decisione dell’autorità politica. Con loro abbiamo ottimi rapporti, di rispetto e piena cooperazione, posso dire che nel caso del 9° sono addirittura di fratellanza, anche considerato che la nostra sede è stata nella loro caserma fino a dieci anni fa. Nonostante abbiamo una nuova collocazione, ci sentiamo sempre molto vicini ai nostri colleghi e alla brigata Folgore. Dal GOI, che personalmente ritengo sia il miglior reparto esistente tra le forze speciali militari, è ovvio che non abbiamo che da imparare. Con queste due unità teniamo diversi corsi. Per quanto riguarda il 17° stormo dell’Aeronautica, pur essendo nato da poco, c’è un rapporto di ottima e fattiva collaborazione”.

Il GIS investe molte risorse nell’interazione con altre forze speciali, non solo in ambito nazionale, ma anche attraverso pianificazioni a lungo termine con le unità paritetiche del mondo, con le quali mantengono una rigorosa attività di scambio bilaterale finalizzata alla ricerca, alla specializzazione e alla formazione del personale. Le principali sono: il 22° reggimento Special Air Service (SAS britannico), il Grenzschutzgruppe 9 (GSG9 tedesco); il Groupe d'Intervention Gendarmerie Nationale (GIGN francese); l’Hostage Rescue Team (HRT del FBI americano) e numerosi altri reparti operanti nell’est europeo.

Tutti gli operatori del GIS provengono dal 1° reggimento carabinieri paracadutisti Tuscania, reparto che esprime la massima professionalità sotto il profilo sia militare che speciale. Si tratta di volontari con un’età inferiore ai 32 anni, ottimi riferimenti disciplinari ed esperienze specifiche. Le prove per accedere al gruppo sono estremamente selettive, precedute da approfondite visite mediche e valutazioni, finalizzate ad accertare il possesso di capacità psico-fisiche adatte a fronteggiare situazioni di assoluta emergenza. In pochi sono ammessi al corso basico per operatore di 24 settimane, che si conclude con l’acquisizione del brevetto militare di ‘incursore’. Durante questo periodo, i candidati apprendono varie tecniche: difesa personale, discesa rapida da elicotteri e pareti, irruzione in edifici, intervento su particolari obiettivi e protezione vip. Vengono addestrati anche all’impiego di armi corte e lunghe, esplosivi, materiali speciali, trasmissioni e apprendono nozioni di Nbcr (nucleare, biologico, chimico e radiologico) e di primo soccorso Bls (Basic life support).

Se l’esito sarà positivo, il neo incursore affronterà i passi successivi, che riguarderanno gli iter formativi di specializzazione (della durata di circa sei mesi) e l’attività di scambio bilaterale con le migliori forze speciali estere. Si tratta dei corsi di: paracadutismo con la tecnica della caduta libera (Tcl), tiratore scelto (per apprendere il tiro di precisione e contro cecchinaggio, tecniche di occultamento e mascheramento, fuoco coordinato e sincronizzato con i diversi tipi di armi lunghe in dotazione), tiro operativo avanzato (contro obiettivi in movimento e in presenza di ostaggi), tecniche avanzate di esplosivi Eod-Iedd, explosive ordnance disposal - improvised explosive device disposal (per l’utilizzo di materiale esplodente in presenza di ostaggi).

Seguono corsi di: tecniche di guida veloce, operatore sub Aro-Ara autorespiratore ossigeno-autorespiratore aria (per lo studio delle tecniche di ricognizione, avvicinamento, assalto e combattimento anfibio; l’uso di equipaggiamenti speciali sub) il corso è tenuto presso il Centro anfibio dei carabinieri a Genova Voltri e presso il Comsubin della Marina militare al Varignano di La Spezia, tecniche di condotta di battelli operativi, corsi sci e roccia avanzati fino alla qualifica di istruttore (tenuti dagli insegnanti del Centro di addestramento alpino dei carabinieri in Val Gardena e della Scuola delle truppe alpine di Aosta), nozioni di guerriglia e contro-guerriglia, tecniche di assalto ad aeromobili, corsi di pianificazione operativa e corsi di lingue. L’obiettivo di questo duro percorso addestrativo è quello di formare un operatore profondamente motivato e capace di distinguersi per tecnica, lucidità ed equilibrio, soprattutto nelle operazioni speciali sempre complesse e ad alto rischio.

Il briefing è terminato, alcuni collaboratori del comandante spariscono nel labirinto degli uffici, la prima tappa della visita è una delle palestre. Anche qui i militari lavorano con il volto coperto dal mephisto. La fisicità perfetta di questi carabinieri esclude qualsiasi dubbio sul rigore con il quale si allenano ogni giorno dell’anno, senza nulla escludere, anche nei periodi di riposo: il training è fondamentale, durissimo in ogni sua fase. L’alimentazione gioca un ruolo importante ed è frutto di scelte individuali, strutturate in funzione di una buona cultura in materia di nutrizione e delle preferenze sportive di ogni operatore. Assistere agli esercizi di lotta sul tatami induce a un sentimento di timore: l’energia fisica e mentale che riescono a sprigionare in ogni singolo movimento supera qualsiasi aspettativa.

Applicano tecniche come il Judo e la Muay Thai Boran, un’arte marziale thailandese molto antica, riservata a un marzialista particolare che abbia in sé spiccate doti di freddezza, resistenza e volontà fuori dal comune. La forza mentale e la preparazione fisica sono i pilastri dell’allenamento di base, che richiama caratteristiche come: la resistenza al dolore, il desiderio di riuscita e una notevole energia interiore. Lo sviluppo muscolare mirato a obiettivi ben precisi, va di pari passo con l’addestramento, ma gli istruttori del GIS dedicano molta attenzione anche al lavoro per lo sviluppo dei riflessi, il cosiddetto ‘timing’ (scelta di tempo nell’eseguire un’azione).

E’ indubbio che si tratti di uomini speciali per loro natura, che smussano e perfezionano queste loro caratteristiche con impegno e profonda dedizione attraverso l’addestramento e l’inquadramento in un’istituzione come l’Arma. Un concetto che trova conferma anche nell’azione dei tiratori scelti e ricognitori e dei paracadutisti schierati in drop zone (zona lancio). La giornata appare subito molto calda, mentre loro sono pronti a imbarcarsi sull’AB 412 dei carabinieri per eseguire un lancio operativo. Sono concentrati e precisi in ogni fase della preparazione, indossano un battle suit molto pesante, con un’imbracatura perfettamente aderente alle esigenze dell’equipaggiamento, ma attraverso il mephisto non traspare alcun tratto di fatica. I piloti sono pronti, l’elicottero decolla e all’interno del cockpit una certa tensione inizia a diventare percettibile, in realtà si tratta del solito vecchio virus che prende i paracadutisti: il desiderio profondo di librarsi nell’aria.

Non un fiato. A oltre duemila metri di quota gli operatori sono già pronti sulla porta, sanno esattamente cosa fare e al segnale del direttore di lancio esprimono tutta la carica della loro determinazione. Impossibile catturarli, anche per l’obiettivo di una digitale: sono tutti fuori e spariscono tra nubi sporadiche. L’attività aviolancistica con la tecnica di caduta libera rappresenta un ulteriore mezzo per l’infiltrazione in aree critiche, e si articola in: attività di addestramento con lanci da bassa quota (1000-1500 metri) e lanci da alta quota (3000-5000 metri); di navigazione sottovela (con paracadute tattico spagnolo tipo Tmp plus Cimsa a nove celle) impiegato per compiere attività specifiche militari quali lanci di navigazione con trasporto di zaino, arma e altro equipaggiamento speciale fino a un massimo di 165 chilogrammi, compreso l’operatore; e atterraggio di precisione (con paracadute Parafoil o Classic di costruzione statunitense a sette celle) per le infiltrazioni occulte, in caso di atterraggi in aree particolarmente difficili e ristrette.

L’acqua è l’altro elemento degli uomini del GIS. Operano con grande abilità, anche a giudicare dalla portata dei loro mezzi e dalla perizia usata nell’applicazione di tecniche specifiche, come quella di copertura e avanzamento nel caso dell’addestramento alla presa di terra. Il comandante del nucleo sovrintende all’approntamento della simulazione, questo consentirà anche un’adeguata attività fotografica in piena sicurezza durante l’uscita dello Zodiac Hurricane 920, il Rhib (Rigid hull inflatable boat) battello a chiglia rigida, un mezzo di trasporto in superficie dinamico e affidabile che può raggiungere una velocità superiore ai 50 nodi. A bordo il nucleo subacqueo è equipaggiato per il nuoto e l’assalto anfibio e manifesta una perfetta simbiosi con l’imbarcazione. Il Rhib in acqua è performante, sebbene le condizioni meteo particolarmente gradevoli, non permettano di vederlo all’opera in tutta la sua potenza.

La sezione è dotata anche di un boarding team altamente specializzato e mantiene regolari contatti di collaborazione con reparti come GOI del Comsubin. La forte propensione del GIS alla ricerca e allo sviluppo di tecniche e procedure, nell’ottica di una costante evoluzione, consente di mantenere gli standard operativi sempre ad altissimi livelli e di garantire la piena prontezza d’intervento nei più svariati contesti. Il mattino seguente alle 7.30 il comandante è già all’opera con alcuni dei suoi collaboratori e annuncia un’attività incentrata sulle tecniche di irruzione e rastrellamento. Per irruzione si intende l’attività svolta in presenza di ostaggi e per rastrellamento l’impiego di un dispositivo mirato a obiettivi dove si esclude l’esistenza di individui sequestrati. L’area d’operazione è quella addestrativa nei pressi di Pisa, dove alcune aliquote del reparto stanno approntando gli equipaggiamenti. All’arrivo del vice comandante tutto è pronto.

E’ questo il genere di esercitazione che rende meglio l’idea dell’esperienza del GIS in qualità di Unis nazionale. Durante l’iter formativo gli incursori applicano tecniche assalto, irruzione, rastrellamento e presa di mezzi, con pianificazioni diversificate di giorno e di notte in aree attrezzate, dove è possibile imbattersi in cockpit di aerei di linea e speciali abitazioni come la cosiddetta Killing House, strutture utilizzate anche per testare nuovi materiali e tecniche operative. Le squadre sono in grado di passare anche attraverso soffitti e pareti che fanno da ostacolo all’obiettivo, adoperando cariche esplosive preparate secondo le specifiche esigenze.

L’equipaggiamento utilizzato in questa fase addestrativa è quello combat, composto da una tuta operativa ignifuga di colore blu scuro, guanti e mephisto. Le calzature sono in varie tipologie, gli elmetti in Kevlar con visiera, oltre a giubbotti antiproiettile, rinforzi (ginocchiere e gomitiere), maschere antigas. Tra le dotazioni speciali ci sono anche visori notturni e telecamere termiche, impiegati in condizioni critiche di visibilità, trapani silenziosi, fibre ottiche, scudi antiproiettile di diverse dimensioni e caratteristiche balistiche. Tutto questo non sembra condizionare fisicamente gli uomini del GIS, che mantengono agilità e prontezza come se tutto il battle suit fosse privo di peso o consistenza. La postura resta sempre eretta e aperta, lo sguardo attraverso il mephisto fiero e concentrato sull’obiettivo.

Appaiono taciturni, flemmatici, anche durante la preparazione di un intervento simulato, ma il loro atteggiamento determinato e sicuro ha in sé anche una profonda umiltà, una sorta di rara consapevolezza. L’attività prevede la liberazione di un ostaggio dentro un modulo abitativo e l’azzeramento della minaccia: il gruppo è addestrato a ogni tipo di intervento, anche estremo, ma il principale passo è sempre quello di assicurare i criminali alla giustizia. Il primo operatore che entra in azione è sempre l’artificiere, mentre il resto del team è pronto a portarsi all’interno dell’obiettivo attraverso il varco realizzato dallo specialista. L’operazione si svolge in una manciata di secondi.

Gli incursori passano rapidamente da una finestra al piano superiore della struttura, sfruttando il supporto offerto da uno dei veicoli d’assalto. Il GIS utilizza mezzi come il Ford Patriot e Toyota Land Cruiser, dotati di speciali sistemi di piattaforme, pedane e ganci per il trasporto di scale manovrabili, oltre ad automezzi appositamente attrezzati come posti comando e centri di trasmissioni mobili. Le comunicazioni sono garantite da sofisticati apparati ricetrasmittenti criptati e da una maglia radio interna. La trasmissione di dati e immagini avviene attraverso sistemi satellitari.

Qualche ora dopo viene fissato un briefing per visionare il filmato dell’attività addestrativa notturna di un paio di giorni prima. Si tratta di una simulazione di presa di autobus in presenza di ostaggi, che offre l’opportunità di comprendere appieno il grado di efficienza operativa di questi uomini. Mentre scorrono le immagini sul monitor non si ha neanche il tempo di pensare. Sono rapidi nell’esecuzione delle procedure, ma non sarebbe corretto definirli macchine da guerra, perché loro sanno fare della conoscenza un’arma fondamentale nella gestione delle crisi, limitando così spargimenti di sangue. Il tempo di un caffè serve a chiarire anche un altro aspetto del gruppo, la realtà degli uomini: “Non lo facciamo per soldi – spiega il comandante del GIS - perché con questo lavoro non si diventa ricchi. Questa è pura passione, che le nostre famiglie accettano senza fare domande. Siamo fortunati nell’avere accanto donne che sanno comprendere i nostri silenzi e crescere i figli nonostante la nostra assenza, ma queste sono cose che sappiamo fin dall’inizio, si tratta di scelte”.

La motivazione è l’elemento principale di una vita come questa, incentrata su un continuum professionale fatto di impegno, studio e ricerca di nuove soluzioni, per far fronte ai cambiamenti evolutivi di quest’epoca, anche a proposito di minacce terroristiche. Gli operatori del GIS sono uomini completi, che alle loro straordinarie peculiarità uniscono anche un ottimo grado culturale, grazie alla loro istintiva apertura mentale, dinamica e sempre protesa all’apprendimento. Nessuno conosce i loro nomi, o il tipo di lavoro che svolgono, nella maggior parte dei casi neanche le loro famiglie, ma serve solo a tutelare meglio la sicurezza di tutti. Vivono nell’ombra, a ogni attivazione intervengono e spariscono, strumento a beneficio del Paese e dei cittadini. Un altro passaggio appare fondamentale, quello relativo al mephisto. Chi è convinto che serva a nascondere è in errore. Questo accessorio serve esclusivamente a celare un’identità comune, a protezione soprattutto dei propri congiunti. Esso rappresenta anche la relazione dell’uomo, il simbolo di un’appartenenza, al gruppo e al suo credo.

A conclusione della visita, durante il saluto nell’ufficio del comandante, le parole di due operatori anziani (autorizzati dall’ufficiale), di cui uno socio fondatore, consentono di avere un’idea più precisa. “All’epoca della costituzione avevo 22 anni ed eravamo solo in 36 provenienti dal 1° Tuscania – spiega il militare che dall’aspetto dimostra oltre 10 anni in meno - inizialmente si faceva di tutto, non c’erano le attrezzature e la schiera di personale di cui siamo dotati oggi. Abbiamo studiato molto e siamo riusciti a edificare quello che c’è adesso”. “Trani è stata la mia prima operazione – racconta l’altro operatore – e costituisce il primo intervento eclatante del reparto. Prima ce ne sono stati altri, soprattutto a livello di polizia giudiziaria, ma si sono svolti in totale riservatezza, senza clamori”.

Si potrebbe rimanere per ore ad ascoltare i due operatori, perché nella loro voce si percepisce quella consapevolezza di vita, che spesso manca a coloro che restano chiusi in un atteggiamento retrivo, relegati in un quotidiano fatto rassegnazione e abitudine, privi di entusiasmo. Raccontano che la paura c’è sempre e che si impara a gestirla perché serve a misurare meglio le situazioni. “Chi non ha paura è un folle” sottolineano con decisione e spiegano che il coraggio non va mai confuso con l’incoscienza, perché è ben altro: rappresenta la piena consapevolezza di quello che si sta mettendo in atto attraverso le nozioni apprese e l’esperienza, ovviando agli imprevisti con lucidità. “La freddezza è fondamentale – conclude il socio fondatore - più sei preparato, più ti senti sicuro, ma molto contano le caratteristiche personali”. La natura dell’uomo, le sue peculiarità e la sua vocazione, sono questi gli ingredienti che in tanti anni hanno fatto del reparto una realtà concreta e apprezzata in tutto il mondo. Il segreto del Gruppo d’intervento speciale dell’Arma, quel suo quid tanto straordinario, non è altro che l’insieme delle intelligenze, della passione, della determinazione personale che ogni singolo operatore, nessuno escluso, ha saputo generosamente regalare al reparto e al Paese in questi 30 anni.

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