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| Anno 2008 | |
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Nel periodo dal 1° al 5 maggio 2008, prima di aver letto il libro del colonnello Liuzzi, analogo ‘viaggio della memoria’ a Cefalonia è stato organizzato dall’Istituto abruzzese di storia della resistenza e dell’Italia contemporanea, dall’Associazione nazionale ufficiali provenienti dal servizio attivo (Anupsa, gruppo dell’Aquila) e dall’Associazione culturale Vox Militiae, per ricordare i combattenti italiani ivi caduti. Per tutti i partecipanti il nome di Cefalonia è sempre stato un richiamo al dovere e ai valori della militarità.
Anche se la vicenda era ben nota a tutti i partecipanti e poteva rappresentare una normale commemorazione, così non è stato. Infatti, già con l’avvicinarsi all’isola, la vista delle coste di Cefalonia ha suscitato prima apprensione poi emozione in tutti, sensazioni che sono andate crescendo fino a rompere in viva commozione davanti al monumento ai caduti. Sarebbe incompleto il resoconto del viaggio senza una riflessione sul contrasto tra il nostro coinvolgimento e la situazione trovata in loco. A Cefalonia sono numerosi e strazianti i luoghi degli eccidi, ma ovunque mancano segni di memoria e di ricordo. Oppure, a volte, si tratta di segnali di desolante povertà: mucchi di pietre o piccole croci di compensato. La celebre ‘casetta rossa’, testimone delle ultime ore di vita di tanti ufficiali e del generale Gandin, non è altro che una casa privata ricostruita in luogo dell’originale, demolita da un terremoto. Quanto al museo, si tratta di una piccola stanza in cui possono entrare al massimo una dozzina di visitatori. La visita di tanti presidenti della Repubblica italiani non ha lasciato segno. Il museo è organizzato e pagato da un’associazione privata e non ha aiuti pubblici. Un grande contrasto, quindi: da una parte la giusta esaltazione di Cefalonia come inizio della Resistenza italiana e della stessa Repubblica; dall’altra un’assenza avvilente delle nostre istituzioni. Non del popolo italiano, non della memoria collettiva: infatti insieme alla delegazione erano presenti 150 studenti piemontesi, venuti a verificare un ennesimo segno di insensibilità e di superficialità delle nostre istituzioni rispetto alla memoria e ai valori identitari più condivisi.
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