Anno 2008

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Conosco Giampaolo Di Paola da cinquantacinque anni

Andrea Tani, 13 febbraio 2008

Conosco Giampaolo Di Paola da cinquantacinque anni. Eravamo ragazzini a Taranto, entrambi figli di ufficiali di marina - figli d’arte - e ci studiavamo di sottecchi, tutti e due bambini un po’ solitari, pensierosi, non molto espansivi. Ci siamo rivisti una decina d’anni più tardi al Morosini, dove abbiamo frequentato la stessa classe dello Scientifico, soci fondatori di una bella istituzione che è cresciuta anche per quanto facemmo in quei nebbiosi inverni veneziani noi giovani pionieri.

Poi in Accademia, a Livorno, lui a macinare distintivi d’onore, galloni sul braccio e venti e lode, io a battere il record di permanenza in prigione del mio corso e quello di bolinatore di flying dutchman con vento forte. Condividemmo una serie di crociere estive davvero indimenticabili, in Estremo Oriente e in America Latina nelle quali lui cercava di rallentare la sua pulsione a impadronirsi di tutto lo scibile sul quale riusciva a mettere le mani, a favore di un approfondimento della boheme da marinaio, negli affascinanti porti che toccavamo, mentre io provavo a non saltare del tutto le libere uscite – le franchigie, come si dice in Marina - per l’onnipresente prigione e i turni di consegna che mi perseguitavano come un destino omerico, in modo da potermi dedicare anch’io alla medesima boheme. Rispondeva alle mie più profonde aspirazioni e ritenevo di averne una certa attitudine in materia, anche se il confronto con quello che i giovani fanno adesso induce una certa tenerezza per le nostre scapestrature.

In seguito siamo diventati grandi, ufficiali e gentiluomini, specializzati in qualche tecnologia astrusa, mariti, padri, comandanti, e poi le nostre vie si sono divise, lui verso le mete che lo hanno portato a dove è arrivato adesso, sempre con l’onestà e la faccia pulita che ha sempre avuto, io a cercare un modo più personale di dare un senso alla vita “che di senso non ne ha”, come dice il mitico Vasco. Ci siamo rivisti, abbiamo rinsaldato la nostra forte anche se non assidua amicizia e di tanto in tanto rifatto il mondo con animate discussioni sui massimi sistemi.

Io seguivo la sua traettoria, anzi la sua cabrata, sempre più ammirato. Ammirato e stupito per vedere cosa stava succedendo, dopo tanti anni, a quel ragazzino riflessivo con il cravattino alla Orson Welles del Circolo Ufficiali di Taranto degli anni 50. Quello che stava accadendo non era scontato e non era sicuro che finisse come è finito, perché la schiettezza di Giampaolo e quella sua mania di dire sempre quello che pensa – dato che aveva il vizio di approfondire più degli altri, quello che pensava era molto spesso la cosa giusta – non gli hanno reso sempre la vita facile. La mamma dei cretini è sempre gravida, e anche quella dei conformisti, degli allineati, dei modaioli, dei superficiali e dei disonesti.

Fortunatamente l’ambiente nel quale ha il Nostro ha lavorato è da sempre, oltre che rispettoso delle graduatorie e dei promossi in prima valutazione (chi è del mestiere sa cosa vuol dire), anche meritocratico in modo sistemico, per necessità - se vogliamo essere cinici - se non per convinzione. Sa che non si possono affidare navi ed equipaggi, di centinaia di milioni di euro e di marinai, rispettivamente, a chi è più bravo nell’apparire, nel raggirare e nel manipolare, nel barare insomma, ma occorre scegliere di fiore in fiore privilegiando la sostanza, la chiarezza, la linearità, l’onestà, la capacità di ispirare i subordinati - ma anche gli altri, perché talvolta bisogna convincere oltre che comandare.

Ovvero quelle caratteristiche che consentono di sopravvivere senza aiuti esterni a una burrasca forza nove in una notte invernale, quando tutti i coinvolti all’evento scrutano con intensità, nel baluginare delle luci di plancia, un ragazzo di trenta o quaranta anni che è supposto avere le idee più chiare di tutti, cercando di capire come - e se - costui riuscirà a portare la loro ghirba a casa, anzi in porto. In quei momenti le Superiori Autorità non sono di alcun aiuto. Il mare non fa sconti, come la montagna, la guerra e spesso l’amore, e determina le regole del gioco.

Poi ci sono gli accomodamenti della vita reale, le approssimazioni e le derivazioni dalla retta via, ma non possono superare uno scarto di pochi millesimi (per rimanere in tema), perché il mare non è molto sofistico, e non capisce le capziosità della vita “vissuta”, vissuta forse da chi affronta le proprie responsabilità con ’o spirito d’a munnezza che abbiamo recentemente visto all’opera in tutta la sua maestà.

Il nostro Giampaolo, quindi, ha avuto il merito di essere un fuoriclasse intellettuale e morale e la fortuna di trovare un ambiente che ha considerato queste caratteristiche come un asset e non un difetto imperdonabile. Tuttavia questo non spiega tutto, non spiega in particolare come mai i suoi quattro anni da capo di stato maggiore della Difesa siano stati così memorabili e fondamentali, come sta risultando sempre più evidente.

Nelle varie allocuzioni celebrative durante il passaggio di consegne fra i capi di Smd (il Nostro e il generale Camporini, il 12 febbraio a Roma) è emersa una tale sincera e generale ammirazione e riconoscenza per quello che ha fatto l’Ammiraglio e per il modo in cui l’ha fatto, un tale trasporto quasi adorante per la sua figura, che viene il sospetto di aver assistito in questi anni, senza rendersene pienamente conto, a uno di quei misteri della leadership carismatica, ovvero il balenare della “grandezza”. Della quale ha parlato il generale Camporini con simpatica schiettezza, quando si è mostrato preoccupato di essere all’altezza, nei prossimi anni, di questo “Grande Capo” – testuale - dal quale stava ricevendo le insegne di comando.

Anche il ministro Parisi ha avuto parole che dire di elogio è dir poco e definire sincere è riduttivo. Ha parlato dell’ammiglio Di Paola come di un capo militare profondamente retto e leale, oltre che competente al di sopra di ogni paragone, che ha saputo reggere in tempi molto difficili e in un modo superlativo il timone di un’istituzione fondamentale e delicata come le Forze armate, meritando la riconoscenza, oltre che dei cittadini, di una classe di governo che di riconoscenza non ne concede molta. E ne riceve ancora di meno, di questi tempi.

Due solo gli aspetti della gestione Di Paola che hanno particolarmente colpito Parisi: il primo la lealtà che il Capo di Smd ha dimostrato nella difficile contingenza del ritiro dall’Iraq, ordinato da un governo diverso rispetto a quello che l’aveva ordinato per motivi squisitamente politici - e non strategici o militari - e per di più di politica interna. Motivi legati a un impegno assunto con una componente particolarmente estrema e faziosa dello schieramento che ha vinto le elezioni nel 2006, in una discutibile polemica con il nostro principale alleato, con il quale condividiamo le linee portanti di civiltà nonché la politica di sicurezza, e che certamente non è inviso al mondo militare italiano.

Motivi – ancora - che il medesimo mondo sostanzialmente non condivideva, come tutti gli addetti ai lavori sapevano benissimo, il ministro Parisi e l’ammiraglio Di Paola in primis. E nonostante questo, l’operazione di rientro da Nassiriya, che aveva visto il maggior numero di soldati italiani caduti dalla seconda guerra mondiale, è stata impeccabile e i vertici militari hanno offerto al potere esecutivo liberamente eletto (anche se di strettissima misura) una collaborazione impeccabile, dimostrando di aver assimilato meglio di tutte le altre istituzioni del Paese quel senso del bene comune e della unitarietà della strategia nazionale che in altri ambiti si sta cercando di delineare solo adesso.

L’altro evento ricordato dal ministro Parisi ha avuto un carattere più spiccatamente operativo, e riguarda la straordinaria prontezza ed efficacia-efficienza dell’intervento in Libano del 2006, che ha assunto caratteristiche operative tali da fare annoverare le forze armate italiane fra le pochissime che sono in grado di effettuare penetrazioni dal mare su territorio non amico con un dispositivo tridimensionale d’assalto. Detto da un ministro di una coalizione di centrosinistra che aborrisce qualsiasi espressione del potere militare che non sia quello a sfondo umanitario (sindrome degli Operatori di pace & Co.), e volte neanche quella, non si tratta di un riconoscimento da poco.

Parisi ha più o meno fatto capire che anche la mini Overlord in Libano è merito di Di Paola, il demiurgo universale, anche se a onor del vero questo specifico evento è merito di tutte le forze armate italiane e di una generazione di professionisti che ha seguito con dedizione lo stato dell’arte anche quando nessuno glielo chiedeva. E’ vero invece che Di Paola, nei suoi vari incarichi di vertice, ha avuto direttamente le mani in pasta nella stragrande maggioranza della politica con riflessi militari che l’Italia ha condotto da un quindicennio a questa parte, dalla Somalia, all’Albania, alle operazioni nei Balcani, all’Iraq all’Afghanistan al citato Libano, con tutti i corollari minori. Si tratta probabilmente della singola figura che più ha influito sugli eventi di politica internazionale nei quali l’Italia ha rivestito un qualche ruolo. Solo l’entrata nell’euro gli è (forse) estranea.

Quello che ha fatto gli è stato riconosciuto nel modo più sincero e corale. Quello che sta andando a fare ora se lo è conquistato da solo, con il suo prestigio e la sua competenza, sovvertendo pronostici, precedenti e consuetudini. Pensate: un altro ammiraglio italiano che sale al soglio di Evere dopo soli sei anni dal termine dell’incarico di Venturoni. Italiano. Ammiraglio, il secondo in poco più di un lustro. Incredibile. Eppure è successo. Il che dimostra che non esiste alcuna prevenzione verso i mandolinì-spaghettì, quando sanno il fatto loro. Le prevenzioni sono in gran parte autoimposte. Il fatto è che non abbiamo molti personaggi del calibro e della preparazione dei due personaggi suddetti da proporre in ambito internazionale, oppure che quei pochi non vogliono allontanarsi dall’Urbe, dove generalmente esercitano il loro potere.

Un ultima nota di questa sconsiderata piaggeria dalla quale spero di guadagnare almeno un trancio di pizza salernitana al Villaggio Olimpico: la cosa più bella che si è sentita dal vecchio amico al passaggio di consegne è una verità che nel mondo militare italiano non si è mai sentita. Almeno a questi livelli. “Onore anche alle famiglie dei militari – ha detto Di Paola nel suo discorso - che sono come le chiglie delle navi: non si vedono, ma sono la struttura portante di ogni bastimento. Se si rompono, crolla tutto”.

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