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| Anno 2008 | |
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Il ministro della Difesa La Russa non ha fatto male a dire le cose che ha detto nel posto e nella circostanza di cui si occupano i giornali oggi. Ha fatto malissimo. La citazione del Nembo, una pagina sulla quale sarebbe il caso di mettere un pietoso velo - un’unità di rivoltosi che, all’indomani dell’8 settembre, si ribellò al governo legittimo del momento, pienamente intitolato a dare ordini e pretendere obbedienza, uccidendo propri ufficiali e passando al fianco di chi stava massacrando i suoi camerati a Lero, Cefalonia e altrove – è quanto mai inappropriata. I militari avevano giurato obbedienza al Re, capo delle forze armate e rappresentante del popolo italiano, non ad Adolfo Hitler.
Right or wrong, era l’Italia la country che dovevano preservare, proteggere e difendere dai nemici, i quali dopo l’armistizio con gli alleati, le disposizioni sommarie ma inequivocabili del patrio ancorché fuggitivo governo e gli attacchi generalizzati della Wermacht erano diventati i tedeschi, senza ombra di dubbio. Sul piano formale e anche su quello sostanziale. Il fatto che la situazione fosse difficilissima e senza speranza non esimeva i soldati dal fare il loro dovere, che era quello di “difendersi dagli attacchi provenienti da qualsiasi altra direzione”, come recitava il proclama Badoglio, prendendosela con gli attaccanti tedeschi, non con i propri ufficiali. In Sardegna i parà della Nembo si comportarono come sediziosi passabili di corte marziale, altro che di ammirata e indulgente citazione del ministro della difesa di 65 anni più tardi, peraltro nel posto più indelicato che egli avesse potuto scovare. A Porta San Paolo, dove i primi italiani furono ammazzati il 9 settembre 1943 da un esercito invasore che non riconosceva e non accettava la decisione di uno Stato sovrano e nei fatti lo stava aggredendo. Si trattava di una delle nostre piccole Pearl Harbour, rievocando le quali le frasi di La Russa lasciano sbalorditi. C’è da chiedersi innanzitutto in che considerazione esse tengano il sentire delle famiglie, magari presenti alla cerimonia (i sopravvissuti), di quei disgraziati che si sono immolati a Porta San Paolo, come a Lero, Cefalonia e decine di altri posti per fare il proprio dovere e morire a vent’anni. Il tutto probabilmente per giustificare subliminalmente un'altra istituzione ribelle, quel governo di Salò che traeva la sua legittimità dalle baionette tedesche e di lì a poco avrebbe dimostrato al sua affezione e il suo riconoscimento alla forza armata che meglio di tutte aveva combattuto al guerra voluta da Mussolini in demiurgica solitudine – la Regia Marina - fucilando due ammiragli, Campioni e Mascherpa, che avevano fatto nient’altro che il loro dovere, resistendo con tenacia e determinazione all’aggressione tedesca, su ordini legittimi del proprio legittimo governo e infliggendo al nemico perdite non trascurabili. Non facendosi semplicemente deportare e macellare, come era accaduto altrove. Forse questa è la causa perché il processo di Verona fu così inflessibile e a mia memoria non ebbe epigoni altrettanto clamorosi nei confronti di altri casi (se ce ne furono). ”Il processo agli ammiragli traditori e felloni” si disse allora e si mormora adesso. No, cari revisionisti: non furono loro i traditori e i ribelli ma coloro che si rivoltarono in armi contro i propri ufficiali, il proprio governo e il proprio re. L’8 settembre, e in seguito. Giustificare chi si trovò a operare scelte difficili, anche perché chiamato alla leva da un governo che non esitava a imporre pesantissime sanzioni – anche la fucilazione - a chi non si presentava (abbiamo comprensione anche per questo?) e scelse quello che nelle circostanze pareva il male minore è una cosa. Mettere sullo stesso piano chi è andato a morire per tenere fede al giuramento supremo di un militare e chi si è ribellato a chi rappresentava legittimamente la nazione è un’altra. Nessuna assoluzione è consentita. Comprensione umana, analisi storica delle motivazioni, ammirazione militare per chi combattè con valore; riconoscimento che spesso le formazioni della RSI servivano a tamponare l’occupazione tedesca in corso e quella titina immanente ci possono essere. Ma equiparare il dovere compiuto – il ‘dovere’, non la decisone unilaterale di continuare la guerra perché era orrendo finirla in quel modo ‘fregandosene’ (detto alla fascista) degli ordini ricevuti (ordini militari e non suggerimenti comportamentali) - con quello che a tutti gli effetti è stato un tradimento ribellistico non è giusto e non è tollerabile. E non è neanche previsto da qualsiasi regolamento di disciplina e codice d’onore di un esercito. E questo a prescindere dalla resistenza successiva dei civili armati, soprattutto in Altitalia, che fu un altro fenomeno e che comunque, a prescindere dalla vaga antipatia che il suo abuso propagandistico ha determinato sul tipo di opinione pubblica che legge Pagine di Difesa, ha molta più legittimazione , nonostante tutte le conseguenze negative che sappiamo, del tradimento dei militari nelle fasi seguenti l’8 settembre.
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