Anno 2008

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Italia e Russia dopo le dichiarazioni del presidente Berlusconi

Andrea Tani, 14 novembre 2008

Con le sue dichiarazioni del 12 novembre scorso a proposito della provocazione antirussa costituita dalle batterie missilistiche Abm (anti-ballistic missile) che il Pentagono installerà – a mano di improbabili resipiscenze – ai bordi della Santa Madre Russia, nonché del diritto di Mosca a rispondere all’aggressione georgiana della scorsa estate a un suo protetto-provincia separata della stessa Georgia, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha esplicitato la posizione di politica estera più indipendente e assertiva di un capo di governo italiano da almeno 70 anni. Da quando cioè un altro capo di governo decise di intervenire in Africa e Spagna nel modo che sappiamo (quello che venne dopo, Monaco compresa, fu a rimorchio del maggiore alleato del momento). Sorvoliamo per il momento sui risultati e le prospettive. Vediamo solo se i repetita iuvant.

Accenneremo in seguito alla condivisibilità o meno della posizione del Presidente, che pare sostenuta sia dalla diplomazia che dalla grande industria del Bel Paese. Quello che intanto si vuole mettere in evidenza è che nessun governo italiano del dopoguerra ha mai osato tanto e neppure quello dell’anteguerra, almeno da quando si mise a scimmiottare il rovinoso sodale germanico. Solo per questo la mossa del presidente del Consiglio meriterebbe una Menzione Speciale dell’IISS e annessa Seria Attenzione dell’opinione pubblica nostrana, la quale temiamo sarà sovrastata dalla solita litania di sbeffeggi e insolenze sui velleitarismi istrionici del Nostro. Nonché, solo per questo caso, da una sdegnosa alzata di sopracciglia da parte di tutti gli White House Watchers – “Ma come, damn it, cosa gli è saltato in testa? Da quando le pulci hanno la tosse? Chi si crede di essere, Carlà?”.

La sensazione - e anche la speranza - è che non si tratti di un’alzata di ingegno che verrà smentita domani o fra tre giorni con il solito “Sono stato frainteso” o “La traduzione dal russo, che parlo fluentemente, ha tradito il mio pensiero; caccerò l’interprete”, ma che stiamo assistendo alla rinascita di una politica estera italiana che non si preoccupa solo di fare diligentemente i compiti a casa (e anche da un po’ di tempo fuori) che il maestro di turno assegna, ma che comincia a pensare e ad agire con la propria testa secondo gli interessi e le specificità del Paese che rappresenta.

Vediamo quali sono gli interessi e le specificità. Prendendola un po’ alla lontana, l’Italia è un Paese mediterraneo, scarsamente influente e rappresentato (anche per sua colpa) a Washington e in Europa (nella Nato va un po’ meglio, ma solo un po’), con una dipendenza quasi totale dall’energia fossile (è la nazione avanzata con la minore combinazione di energia nucleare e alternativa in esercizio). Trasformatore nato, vive di export, dove ha una posizione planetaria di tutto rispetto, essendo anche privo o quasi di materie prime. Riesce ad avere buoni rapporti con tutti, forse per un’assuefazione alle diversità che lo hanno attraversato e profondamente intriso in tremila anni di storia.

E’ il contenitore geopolitico di una delle grandi Confessioni della storia, la matrice del mondo cristiano che ha permeato di sé l’Occidente, nonché il progettista o comunque il praticante assiduo dei tre più grandi movimenti politico-ideologici del secolo scorso: popolarismo, comunismo e fascismo. E’ una superpotenza culturale della storia e ha influenzato tutti gli stati e gli uomini che hanno sentito maggiormente il richiamo del sapere come elemento portante dello sviluppo umano. La valenza umanista del suo tessuto sociale è prevalente rispetto a ogni altra caratteristica, tanto da aver frenato gli elementi coesivi e collettivi che cercano continuamente di accentuarne l’aspetto solidaristico, che latita non poco.

Ma tutto questo che c’entra con la mossa del presidente Berlusconi? C’entra perché non c’è una fra le caratteristiche sottolineate che non renda l’Italia simile o fortemente compatibile con la Russia. Simile nella grande valenza storica del cristianesimo nei rispettivi contesti nazionali, (Prima e Terza Roma, rispettivamente), nell’importanza attribuita ai fattori culturali e umanistici nel contesto delle relative società (che determinano una forte attrazione reciproca, da Pietroburgo a Pasternak), nella rilevanza dell’ideologia nel divenire politico (per lungo tempo comunismo russo e fascismo italico si sono fronteggiati, e quando il fascismo è caduto sono subentrate come dighe anticomuniste le varie Democrazie Cristiane nate chez nous), nel modo irruente e disordinato con il quale famiglie e comunità affrontano i fatti della vita, dando spesso la precedenza ai simboli piuttosto che alla sostanza, alla discussione piuttosto che alle conclusioni.

Complementari – fortemente complementari – sono i due paesi in economia: la Russia un enorme gigante ricco di ogni ben di Dio ma scarsamente equipaggiato per utilizzarlo; l’Italia uno stretto molo montuoso ricco - a parte il sole, le bellezze e i lasciti storici - solo di una incredibile laboriosità diffusa che straripa in ogni direzione e in qualsiasi campo, senza curarsi troppo di perfezionare e di primeggiare, ma sgobbando, perfezionando, ingegnandosi. Pochi paesi al mondo più della Russia offrono opportunità così promettenti per la laboriosità italiana, soprattutto nel manifatturiero di media sofisticazione e complessità. La Russia ha un sistema di infrastrutture pubbliche e private in ritardo di 70 anni rispetto ai paesi di riferimento, non sa produrre beni di consumo ordinario, è assetata di cose belle e piacevoli – anche di semplice gioia - e non ha neanche il gusto del bello, almeno nelle cose ordinarie di tutti i giorni. I tassi di alcolismo e di violenza domestica stanno a dimostrarlo. L’Italia, insieme ad un altro soggetto simile per certi versi, la Germania mansueta e anseatica dei nostri tempi, possono colmare alcune delle lacune russe, ciascuno con le proprie eccellenze.

In mezzo a queste frettolose affinità aggiungiamo anche il fatto che entrambi i popoli – il russo e l’italiano - sono affettivi, passionali, un po’ irrazionali, sognatori e tendenti alla mitizzazione di fatti e cose. Completiamo con la circostanza contingente ai nostri tempi che sono ancora viventi nel nostro paese milioni di persone che hanno guardato per un trentennio con simpatia e ammirazione a quanto si faceva in Russia a vantaggio (dicevano i russi, ma erano sinceri, tragicamente sinceri) di tutto il genere umano. In Italia il mito americano aveva solide radici, ma anche il mito sovietico, si può esserne certi, e si può riutilizzarne la componente etno-culturale dopo la necessaria de-ideologizzazione. I russi sempre quelli sono.

Le ragioni di fondo per evidenziare e utilizzare le innumerevoli sinergie fra Russia e Italia ci sono quindi e sono innumerevoli. Fra quelle più promettenti certamente la complementarietà energetica è quella prevalente e probabilmente ha determinato più di ogni altro fattore l’avvicinamento in corso. Nel breve-medio periodo essa non ha alternative, soprattutto per quanto riguarda il gas sul quale il nostro paese ha tanto puntato. No gas, no party. O ci riforniamo di gas dalla Russia e dal Nordafrica o lo facciamo dal Nordafrica e dalla Russia. Qualunque sia la nostra politica non può essere che volta a una partnership sempre più stretta con nostri fornitori di energia. A ciò si aggiunga il fatto che sia l’Italia che la Russia hanno interesse a evitare che l’Europa e il Mediterraneo debbano scegliere fra la sudditanza geopolitica verso gli Stati Uniti e quella economica verso la Germania. Un rapporto un po’ più arioso degli euromediterranei con altri player – Russia, Turchia, Italia, Iran se possibile – potrebbe offrire qualche grado di libertà supplettivo un po’ a tutti.

Il contesto geo-economico e geopolitico quindi spinge verso un avvicinamento italo-russo che superi le timidezze imposte dalla Guerra Fredda e immediate adiacenze. Fino a poco tempo fa il contesto strategico generale non ostava più di tanto, fino a quando gli avvenimenti e le ragioni che sappiamo, e sulle quali ognuno ha le proprie opinioni, non hanno portato a un raffreddamento fra gli Stati Uniti e i suoi alleati (questi ultimi in modo differenziato) e la nuova Russia di Putin e compagni.

Senza entrare nel merito del come e perché (ci vorrebbe un'altra riflessione specifica) è abbastanza condivisibile quello che sostiene il presidente Berlusconi sull’argomento, ovvero che il fatto che il processo di avvicinamento fra la Russia e l’Occidente politico si sia interrotto e che lo “spirito di Pratica di Mare” sia evaporato è un’autentica iattura . Soprattutto per chi poteva beneficarne di più, ovvero la citata Germania dedita per tradizione, necessità e vocazione alla Ostpolitik e la nostra Italia del manufatturiero idrocarburo–dipendente. Avvertono meno questa esigenza la Francia, energeticamente autonoma e non grande esportatrice di prodotti di media bassa gamma, e il Regno Unito, orientato ai servizi e alla finanza, non più manifatturiero e comunque allineato sempre e comunque agli Usa.

Il presidente del Consiglio sostiene probabilmente non a torto che la Russia non minaccia più nessuno e ha diritti legittimi di grande potenza storica da salvaguardare. Fra i quali è ragionevole riconoscere il diritto di opporsi a tentativi di penetrazione variamente mascherati e giustificati. L’appoggio esplicito e provocatorio di Washington all’attuale dirigenza georgiana, della quale si è dimostrato evidente l’avventurismo un po’ irresponsabile, può essere considerato un esempio, come anche la sponsorizzazione dei movimenti politici ucraini che vogliono Kiev al più presto nella Nato. Ovvero in un’alleanza che approva la plateale e fortemente simbolica costruzioni di maxi basi missilistiche americane a ridosso dei confini russi, le quali come minimo possono inabilitare l’efficacia di una parte del deterrente russo e come massimo possono essere rapidamente riconvertite a una funzione offensiva (la storiella dell’Iran raccontiamola ai bambini georgiani). Ma sopratutto sono una specie di metaforico schiaffo in faccia a una cultura politica sempre molto attenta alle metafore.

Il fatto che questi simbolismi evidenti siano ad usum delphini - siano questi i baltici, i caucasici, e persino i centroasiatici - non ha poi molta importanza. Basta un’occhiata a un annuario militare per verificare la fenomenale distanza del potenziale militare della Russia da quello degli Stati Uniti, che spendono per la difesa forse dieci volte quanto spende Mosca, e possono vantare un’efficienza e modernità intrinseca dei propri dispositivi assolutamente incommensurabile. Se si aggiungono i dispositivi degli altri paesi Nato, il distacco diventa siderale.

Se anche Mosca minacciasse i baltici o l’Ucraina, la garanzia dell’articolo 5 del Trattato Atlantico coprirebbe completamente i primi mentre l’ammissione–cassetto, presumibilmente pronta a Evere per la seconda, scatterebbe immediatamente, senza contare le garanzie bilaterali che gli americani sottintendono a entrambi indipendentemente dalla Nato. Non c’è alcun bisogno di prendere a schiaffoni una Russia che ha già subito la più grande mutilazione di una potenza maggiore degli ultimi due secoli – metà di una popolazione demograficamente abulica e un terzo del territorio - ed è riuscita in qualche modo a sopravvivere, a meno di non nutrire un disegno ulteriormente ridimensionante nato chissà dove che però Mosca non accetterebbe mai e che non è neanche negli interessi autentici dell’Occidente.

La presenza della Russia come barriera fra l’Europa e l’Asia non ha salvato l’Asia dalla colonizzazione europea nei secoli delle ‘vele e cannoni’, ma ha certamente protetto l’Europa dal dilagare delle orde asiatiche. Quando la Russia non c’era ancora, queste arrivavano ogni secolo alle porte di Vienna. Da un certo punto in poi alle porte di Vienna ci arrivarono, più raramente, solo gli ottomani; asiatici sì, ma mediterranei e quindi ampiamente europeizzati. Vogliamo tornare ad allora?

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