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| Anno 2008 | |
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Il destino della Repubblica Italiana sembra essere all'insegna della fortuna più di quanto non sia stato per il Regno d'Italia. La storia della monarchia sabauda, dal 1861 al 1946, è infatti costituita da una serie di avventure militari dolorose anche nel momento della vittoria. A eventi come Custoza, Lissa, Dogali e Adua seguono l'impresa di Libia e la Grande Guerra, la conquista d'Etiopia e la guerra di Spagna. La débacle della seconda guerra mondiale chiude un ciclo storico che ha visto le Forze armate contribuire direttamente alle sorti d'Italia, nel bene e nel male. Sulle sconfitte subite dal Regio Esercito e dalla Regia Marina gli italiani costruiscono pazientemente un distruttivo anti-mito della patria.
Anche i successi conseguiti sul campo vengono ridimensionati o rinnegati da letture critiche per motivi storico-militari (il conflitto 15-18), ideologici (la spedizione a supporto della Spagna franchista) e umanitari (l'Etiopia). Le spaccature verificatesi durante l'ultimo conflitto mondiale, i rovesci subiti sui vari fronti, l'Otto settembre e la conseguente teoria sulla morte della patria compromettono irrimediabilmente l'autostima degli italiani e, con essa, il diritto a regnare di Casa Savoia. La Repubblica, com'è noto, nasce nel momento più basso della storia d'Italia, con un'economia già asfissiata dalle politiche autarchiche e poi semplicemente messa in ginocchio dalla guerra. È questo il punto di svolta per le sorti nazionali: per la prima volta dal 1861 l'Italia non deve più dimostrare nulla a nessuno, ovvero non deve più logorarsi per dimostrare di essere quello che non è. C'è, soprattutto, la fortuna di essere capitati al di qua di una linea tragicamente tracciata nell'incontro di Yalta. Nella drammaticità di quegli anni alla nuova Italia tocca la fortuna di nascere contemporaneamente alla Guerra Fredda: da Paese vinto e umiliato si ritrova a stare in mezzo ai vincitori, al fianco degli Stati Uniti e contro il blocco sovietico. Per la Repubblica si apre l'ombrello difensivo degli americani e la democrazia, seppur traballante, relega le Forze armate al ruolo silenzioso di baluardo dei confini, certo non invincibile ma sicuramente volenteroso. Da questo momento i militari diventano rumore di fondo nell'Italia del boom economico, tra lo status di anonimi servitori dello Stato e le supposte colpe per la sconfitta del 1940-43. Dall'ubriacatura bellicista del Ventennio si passa negli ultimi decenni del Novecento all'estremo opposto, trascurando del tutto l'Istituzione militare e subendo con crescente insofferenza la naja quale parentesi in divisa nella vita del cittadino maschio. Nel 1982 inizia per le Forze armate il nuovo corso. Beirut vede per la prima volta i militari italiani operare in un nuovo tipo di missione il cui obiettivo, fuor di ogni retorica, è semplicemente portare la pace. Marò e bersaglieri riescono con la buona volontà là dove falliscono eserciti ben più titolati del nostro, nonostante la decennale noncuranza da parte della classe politica porti qualche volta il contingente italiano sull'orlo di una imbarazzante inefficienza (si vedano i problemi avuti dall'anziana nave da sbarco Grado nell'apertura del portellone). Da quel giorno le Forze armate sono entrate nelle case degli italiani attraverso la televisione durante le numerose missioni oltremare che si sono succedute negli anni: nel Golfo Persico (1987-1988), in Kuwait (1990-1991), in Kurdistan (1991), in Albania (1991-1993), in Somalia (1992-1994), in Mozambico (1993-1994), in Bosnia (dal 1995), ancora in Albania (1997), in Kosovo (dal 1999), a Timor Est (1999), in Afghanistan (dal 2003), in Iraq (dal 2003 al 2006) e poi di nuovo in Libano (dal 2006), oltre a una serie di interventi 'minori'. In tutte queste circostanze le Forze armate si sono sempre fatte trovare pronte, dimostrando spesso un'efficienza ben superiore a quella che era lecito aspettarsi dall'attenzione rivolta loro in fase di stesura dei bilanci e di pianificazione. Quando questo non è successo (ci si riferisce all'impossibilità di inviare un contingente terrestre per partecipare all'operazione Desert Storm), è dipeso da una eccezionale congiuntura storica – la fine della Guerra Fredda – alla quale l'Esercito e il Paese nel suo complesso hanno posto rapidamente rimedio: meno di dieci anni dopo, l'Italia era in grado di portare a termine con successo e autonomamente una missione all'estero di una certa delicatezza (operazione Alba). La capacità delle Forze armate italiane ci è raccontata ogni giorno dalla presenza dei nostri contingenti in molti angoli del pianeta, dove migliaia di uomini lavorano con spirito di sacrificio per portare a termine le missioni assegnate. Anche i mezzi che i nostri militari dispongono, talvolta nei loro limiti o nella loro obsolescenza, tutto sommato sono sempre stati all'altezza dei compiti. Ma come per ogni organizzazione complessa, molto può ancora essere fatto per proseguire il processo di modernizzazione e di miglioramento dello strumento militare. Questi margini dipendono da vari fattori, che vanno da vere e proprie sacche di inefficienza dure a morire a scelte organizzative non sempre ottimali. Per usare un paragone, sotto alcuni aspetti le Forze armate si trovano nella stessa condizione di una qualunque azienda ex monopolista che – per quanto già convertita al regime di concorrenza – si trascina dietro alcuni retaggi del passato. Il monopolio, per i militari, consisteva fino a una ventina di anni fa nel semplice fatto di esistere sulla soglia di Gorizia e nella conseguente autoreferenziazione. Oggi le Forze armate devono stare sul ‘mercato’ delle missioni all'estero, dove la capacità di operare con successo è tutto fuorché scontata (per chiunque). Occorre individuare, pertanto, le aree su cui intervenire per migliorare l'efficienza complessiva delle Forze armate. Non ci deve essere, in questo proposito, alcun intento polemico o di resa dei conti: è tipico (o dovrebbe esserlo) anche delle aziende private analizzare e rivedere la propria struttura per aggiornarla costantemente e coerentemente con gli obiettivi. In questo caso, un metodo che può garantire buone probabilità di successo è quello di abbandonare la visione inerziale delle cose e cercare di vederle da fuori, provando a partire – nel limite del buon senso – dalla pagina bianca invece che da schemi ereditati dalla consuetudine.
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