Anno 2009

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La 45^ conferenza sulla sicurezza di Monaco

Franco Apicella, 15 febbraio 2009

La 45^ conferenza sulla sicurezza di Monaco (6-8 febbraio) è stata la prima occasione in cui la nuova amministrazione Usa ha presentato i propri orientamenti di politica estera. Nel suo intervento il vicepresidente Joseph R. Biden ha elencato “le nuove forze che modellano questo nuovo secolo”, senza identificarle con il termine convenzionale di minacce; tra queste ha citato “la sfida alla libertà e alla sicurezza da parte del fondamentalismo radicale” senza usare il termine terrorismo di cui ha parlato invece in passaggi successivi riferendosi ai Paesi in cui è alimentato o trova rifugio e alla necessità che la Nato sia equipaggiata per combatterlo. Verso la fine del suo intervento ha pronunciato una frase più esplicita: “Nessuno di noi può negare o evitare le nuove minacce del 21° secolo”.

Il cambiamento di linguaggio è significativo ma la sostanza dovrà trovare riscontro nei fatti. Biden fa un sottile distinguo lessicale: “Cercheremo di agire con la prevenzione (preventively), non preventivamente (preemptively) per evitare ovunque possibile una scelta estrema tra i rischi di una guerra e i pericoli dell’inazione”. Poi però richiama gli alleati in questo modo: “Mentre l’America rinnova l’impegno nella diplomazia, nello sviluppo, nella democrazia e nella salvaguardia del pianeta, chiediamo ai nostri alleati di ripensare ad alcuni dei loro approcci, inclusa la volontà di usare la forza quando ogni altra opzione fallisca”.

Ha colpito nel discorso di Biden il riferimento alla ripresa dei contatti con l’Iran, ma anche in questo caso sono state poste condizioni - cessazione del programma nucleare e delle attività di supporto ai gruppi terroristici - che si sapeva essere inaccettabili per Teheran. La nuova amministrazione Usa appare disponibile ma rimane ferma su alcune condizioni identiche a quelle già imposte dal presidente Bush. La reazione del presidente iraniano Ahmadinejad è stata positiva, forse dettata anche dall’incognita delle elezioni presidenziali del prossimo 12 giugno che potrebbero decretare la sua fine politica.

Analogo atteggiamento di apertura ha manifestato Biden nei confronti della Russia, affermando che è tempo di ripartire da capo nei rapporti con Mosca. Ma il progetto di difesa antimissile in Europa continuerà, anche se in consultazione con la Nato e la stessa Russia; impensabile poi da parte degli Usa il riconoscimento delle due regioni separatiste della Georgia – Abkazia e Ossezia del sud – e inaccettabile il concetto di sfere di influenza. E’ difficile immaginare a questo punto che la Russia possa cambiare atteggiamento, visti anche i fatti più recenti.

Proprio alla vigilia della conferenza di Monaco il governo del Kirghizistan aveva annunciato la chiusura della base aerea di Manas, già concessa agli Usa per le esigenze connesse con le operazioni in Afghanistan. Come contropartita il Kirghizistan ha ricevuto ingenti aiuti economici dalla Russia, pubblicizzati il 3 febbraio scorso a Mosca al termine dei colloqui bilaterali tra i presidenti dei due Paesi. Negli stessi giorni la Russia annunciava l’intenzione di costruire una base navale sul mar Nero nel territorio dell’Abkazia. L’amministrazione Usa potrà anche non accettare il concetto di sfere di influenza, ma dovrà farsi una ragione della perdita della base di Manas in Kirghizistan e di una nuova base russa per la flotta del Mar Nero.

Il previsto aumento delle truppe Usa in Afghanistan rende il problema dell’alimentazione delle forze ancora più acuto; Manas offriva una possibilità aggiuntiva rispetto agli accessi principali in teatro attraverso il Pakistan. La Russia ha fatto il beau geste di offrire alla Nato il transito di rifornimenti verso l’Afghanistan sul suo territorio ma ha suscitato le perplessità del segretario generale dell’Alleanza che ha definito questa decisione incongruente con la chiusura della base di Manas. Resta comunque il risultato finale di una complicazione molto più fastidiosa per gli Usa che per gli altri alleati della Nato, i cui contingenti difficilmente saranno incrementati.

L’intervento del vice primo ministro russo Sergey Ivanov alla conferenza di Monaco conferma indirettamente l’intenzione di Mosca di procedere per la sua strada. Ivanov ha parlato con toni quasi notarili dei vari trattati sulla riduzione degli armamenti – nucleari e convenzionali – evidenziando le scadenze e gli aspetti oggetto di contenzioso. Lo schieramento del sistema di difesa antimissile Usa in Europa, secondo Ivanov, produrrà solo un aumento della tensione. Nessun accenno agli altri argomenti trattati da Biden né ai risultati del vertice della Csto (Collective security treaty organisation) e dell’Eurasec (Eurasian economic community) svoltosi il 4 febbraio a Mosca.

La Csto si propone sempre di più come contro-altare della Nato, visto che dal vertice è emersa la decisione di creare una forza di reazione rapida collettiva che dovrà avere lo stesso tipo di addestramento delle truppe dell’Alleanza atlantica. E’ difficile pensare che possa essere portato a termine un programma talmente ambizioso da avere incontrato difficoltà anche nella Nato, ma si tratta pur sempre di un segnale di volontà politica incline al confronto.

Al tavolo di Monaco la Russia, oltre al discorso di Ivanov, ha portato il fatto compiuto della chiusura di Manas e alcune precise intenzioni. La nuova amministrazione Usa non ha portato fatti e si è mostrata in un’accattivante veste multilaterale, anche se il linguaggio della diplomazia ha lasciato aperte altre strade meno concilianti. Tutti escludono il ritorno a un clima da guerra fredda ma forse alcuni lo temono. Per fortuna la crisi economica mondiale funziona da flemmatizzante, almeno per ora.

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