Anno 2009

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I primi passi del presidente Obama in politica internazionale

Franco Apicella, 6 marzo 2009

Alcuni recenti interventi dei massimi responsabili delle Forze armate Usa – il presidente Obama comandante in capo, il segretario alla Difesa Robert Gates, l’ammiraglio Mike Mullen chairman degli stati maggiori congiunti – hanno dato importanti indicazioni in materia di politica di Difesa. Il presidente Obama nel suo discorso del 28 febbraio alla base dei Marines di Camp Lejeune ha annunciato il disimpegno militare dall’Iraq secondo un calendario frutto di una mediazione tra le richieste dei militari e le promesse fatte dallo stesso presidente in campagna elettorale.

La promessa di Obama di ritirare le truppe dall’Iraq entro 16 mesi dalla sua assunzione dell’incarico è stata mantenuta solo in parte; infatti il ritiro avverrà entro la fine di agosto 2010. Rimarranno tuttavia in Iraq dai 35mila ai 50mila militari con il compito di addestrare le forze irachene e fornire sicurezza in funzione antiterrorismo; il ritiro completo avverrà entro la fine del 2011, secondo quanto previsto dal Sofa (Status of forces agreement) firmato fra Iraq e Usa il 17 novembre 2008, quando era ancora in carica il presidente Bush.

In aggiunta alla scadenza finale del 31 dicembre 2011, il Sofa stabiliva il 20 giugno 2009 come data entro la quale le forze da combattimento Usa si dovranno ritirare dalle aree urbane. Non faceva invece cenno al ritiro parziale fissato ora da Obama, che appariva tuttavia inevitabile per garantire alle operazioni di disimpegno la necessaria progressione. Se il Sofa poteva essere considerato un compromesso, altrettanto può dirsi della decisione di Obama che conferma sostanzialmente gli impegni presi col Sofa e al tempo stesso lascia un buon margine di manovra agli stati maggiori.

In una conferenza stampa a margine della riunione dei ministri della Difesa Nato svolta a Cracovia il 20 febbraio scorso il segretario alla Difesa Gates ha parlato dello schieramento del sistema antimissile Usa in Europa. Il sistema sarebbe progettato per contrastare la minaccia iraniana di cui Gates ha visto una potenziale conferma nel lancio di un satellite avvenuto proprio alla vigilia della riunione di Cracovia. A una domanda sulle effettive intenzioni della nuova amministrazione nei riguardi del sistema Gates ha risposto che c’è bisogno di tempo per riesaminare il problema “nel contesto dei rapporti con repubblica Ceca e Polonia (i Paesi destinati a ospitare rispettivamente radar e intercettori, ndr), dei rapporti con la Nato, degli impegni come membri dell’Alleanza in termini di difesa antimissile e anche nel contesto delle nostre relazioni con i Russi”.

L’unica intenzione che il presidente Obama aveva manifestato in precedenza sull’argomento era stata la necessità di verificare che il sistema fosse affidabile ed efficiente prima di continuare nel programma. Le parole di Gates aggiungono una dimensione politica e sono state accolte con particolare favore a Mosca. Sembrerebbe tuttavia che anche Obama abbia fatto la sua parte; secondo quanto riportato da New York Times il 2 marzo scorso il presidente avrebbe inviato tre settimane fa una lettera segreta al suo collega russo Medvedev prospettando la possibilità di rinunciare allo schieramento del sistema antimissile nel caso la Russia collabori a fermare lo sviluppo di sistemi missilistici a lungo raggio da parte dell’Iran. Una successiva rettifica di Obama sulla interpretazione data dal New York Times alla sua lettera non cambia di molto la sostanza.

Già il mese scorso alla conferenza sulla sicurezza di Monaco il vice presidente Usa Biden aveva affermato che è tempo di ripartire da capo nei rapporti Usa-Russia; la lettera di Obama sarebbe una conferma di questa nuova fase, che potrebbe svilupparsi nei colloqui del 13 marzo fra il segretario di Stato Usa Hillary Clinton e il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov e nell’incontro fra Medvedev e Obama previsto a Londra il prossimo 2 aprile.

Un diverso approccio al problema Iran è una buona giustificazione per fare abortire lo schieramento del sistema antimissile in Europa, visti i costi del progetto sempre meno sostenibili nell’attuale congiuntura economica. Evitare poi un contenzioso con la Russia costituisce un ulteriore vantaggio per l’amministrazione Usa. Resta però il problema della minaccia iraniana di cui non si riesce a dare una valutazione attendibile e condivisa. In una recente intervista televisiva l’ammiraglio Mullen ha affermato che l’Iran avrebbe accumulato materiale fissile sufficiente per costruire un ordigno atomico.

Il segretario Gates ha replicato in un’altra intervista che gli iraniani “non hanno ancora accumulato riserve di materiale, a questo punto non sono vicini alla costruzione di una bomba e quindi c’è un po’ di tempo”. Con uno sforzo di interpretazione le due affermazioni potrebbero anche essere considerate non in contrasto tra loro; l’unico dato sufficientemente attendibile è una tonnellata circa di uranio a basso tenore di arricchimento in possesso dell’Iran e inventariato dalla Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea).

L’ammiraglio Dennis Blair direttore della National intelligence in una sua recente audizione ha affermato: “Continuiamo a ritenere che l’Iran abbia probabilmente importato del materiale fissile impiegabile per ordigni ma valutiamo che non ne abbia ancora ottenuto a sufficienza per una bomba nucleare”. In termini semplici, la differenza sarebbe tra un ordigno sperimentale di dimensioni ingombranti non idoneo a essere lanciato da missili o aerei e una vera e propria bomba effettivamente impiegabile. In entrambi i casi si dovrebbe comunque passare attraverso un ulteriore processo per portare l’uranio a un più elevato tenore di arricchimento.

I dettagli tecnici probabilmente sono solo il terreno su cui si scontrano due diversi approcci al problema. Le intenzioni di ristabilire rapporti con l’Iran che Obama ha manifestato anche a Camp Lejeune sembrano chiare, ma le esternazioni dei suoi collaboratori lasciano spazio a qualche dubbio. Nell’ipotesi più favorevole sarà sufficiente fare ordine nell’amministrazione e stabilire una linea politica univoca cui dovrà attenersi anche la catena di comando militare. Nell’ipotesi più deprecabile si tratterebbe di un approccio incerto, soggetto agli umori e alle pressioni di qualche vertice militare che stenta a riconoscersi nella politica del nuovo presidente.

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