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| Anno 2009 | |
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Il recente articolo di Riccardo Nassigh, Trentamila baionette, pubblicato il 28 gennaio 2009, ripropone un tema scottante ma spesso ignorato nel contesto nazionale: il legame tra guerra (e quindi Forze Armate) e politica. La frase ad effetto, la battuta più o meno riuscita, le critiche radicali fanno parte del nostro panorama politico indipendentemente dallo schieramento. Questo aspetto denota una carenza generale di cultura militare e strategica che da sempre è un tratto distintivo della nostra politica, ma che appare curiosa se osserviamo la storia del nostro Paese che ha dato i natali a personaggi di spicco per la riflessione politologica e strategica sulla guerra come, per fare solo due esempi, Machiavelli e Douhet.
Sul legame guerra-politica si potrebbe scrivere un enciclopedia e si dimenticherebbe ancora qualcosa. Sia Clausewitz sia Sun Tzu, in luoghi e tempi così lontani fra loro, rilevano, al di là delle ovvie differenze teoriche, il legame insolubile tra il fenomeno bellico e la politica. “La guerra non è altro che la continuazione della politica con altri mezzi” è la celeberrima frase di Clausewitz, che riecheggia Sun Tzu, senza peraltro supporre che il prussiano conoscesse l’opera del cinese: “Le operazioni militari sono cruciali per la nazione […] è imperativo esaminarle con cura”. Per entrambi la guerra è una realtà, seria, dei rapporti fra entità politiche, indipendentemente dalla forma assunta da queste ultime (stato, città-stato, impero ecc.), perciò è necessario prendere in debita considerazione e valutare attentamente tutto quello che la riguarda. Lo strumento militare è dunque in mano alla politica ma essa deve essere cosciente delle potenzialità, dei limiti e dei rischi della guerra. Deve comprendere da un lato la natura e l’entità della propria forza e dall’altro quella della guerra che vuole o potrebbe iniziare. Quello che sta dietro a ragionamenti di questo tipo è una riflessione più profonda sulla guerra intesa come strumento del tutto particolare, mutevole, mai ripetitivo, pericoloso e imprevedibile della politica internazionale. La guerra non è “un campo coperto di spighe che si falciano più o meno bene con l’aiuto di una falce [...] senza preoccuparsi della forma di ciascuno stelo; essa assomiglia invece ad un bosco di grandi alberi ai quali si deve applicare l’ascia con discernimento tenendo conto della natura e della direzione di ciascun tronco”. Ne consegue che “ogni metodo che [...] cercasse di stabilire piani di guerra e di campagna per consegnarli ben rifiniti come se uscissero da una macchina, deve venire assolutamente respinto”. Questa riflessione di Clausewitz non ha perso nulla della sua validità, specie se applicata a teorie della guerra legate a doppia corda e acriticamente all’evoluzione tecnologica. Sia Sun Tzu sia Clausewitz insistono sulla responsabilità dei politici: “Pur ignorando le arti della guerra, si incaricano del comando dell’esercito: questo è confondere i soldati” afferma il cinese. Per Clausewitz lo scopo politico non deve assumere il “carattere di un legislatore dispotico: deve adattarsi alla natura del mezzo, donde risulta che sovente esso si modifichi molto profondamente”. Per entrambi, quindi, non ci si deve ostinare a perseguire un risultato non più conveniente, ma bisogna adattare, realisticamente, il proprio obiettivo alla situazione sul campo. Nelle parole di Clausewitz: “La guerra non è un passatempo [...] è un mezzo serio inteso ad uno scopo serio”, perché la guerra non è semplice come la dipinge la teoria, ma è “l’azione di forze che non si sviluppano in modo uniforme e regolare”. La stessa impostazione realistica si trova ne L’arte della guerra: la corretta valutazione non si ottiene “interpellando spiriti e fantasmi, né mediante il ragionamento o i calcoli [...ma] attraverso gli uomini che conoscono le condizioni del nemico”. E ancora sulla necessità di riflessioni che devono precedere la decisione in merito poiché i governanti non devono muoversi “in assenza di vantaggi, [...] di guadagni, [...] di pericolo [...] non mobilitino l’esercito mossi da ira, i comandanti non sferrino l’attacco in un impeto di collera [...] una nazione devastata non si può riportare al benessere, i morti alla vita”. Clausewitz e Sun Tzu possono dunque essere inseriti, senza ombra di dubbio, all’interno della corrente di pensiero del realismo politico il che ci riporta a Machiavelli secondo cui il realismo è: “Andare dreto alla verità effettuale della cosa che alla immaginazione di essa [...] colui che lascia quello che si fa, per quello che si dovrebbe fare, impara più presto la ruina che la preservazione sua”. Ovvero, con parole più moderne, analisi della situazione ed elaborazione di una strategia adatta, senza coloriture morali e senza seguire pedissequamente e acriticamente l’umore del pubblico. In tempi più recenti una riflessione è stata fatta da Weber che distingue due tipi di etica: quella della responsabilità, che cerca di valutare le conseguenze delle proprie azioni; quella della convinzione di chi agisce solo in base alle proprie credenze senza una valutazione dell’impatto delle proprie azioni. A parte un autore come Carl Schmitt che ha fatto della contrapposizione amico/nemico il cuore stesso del concetto di ‘politico’ legando in maniera indissolubile guerra e politica, possiamo ancora ricordare Hans J. Morgenthau forse il sostenitore più noto e influente, in ambito accademico, del realismo in politica estera. L’insistenza su una politica meno legata al moralismo e il richiamo all’autonomia della sfera politica specie contro un approccio scientifico-utilitaristico, rappresenta l’idea guida di Scientific Man versus Power Politics (1946, trad. it. 2005). La politica però non è immorale o amorale, ma, sulla scia di Machiavelli, dominata da una moralità diversa da quella del singolo individuo, una moralità dove la prudenza è innalzata a virtù politica suprema. Lungo questa via è fondamentale la considerazione delle conseguenze dell’azione poiché Morgenthau critica ferocemente l’identificazione delle aspirazioni morali di uno Stato con le leggi morali universali. Ciò fa nascere uno “spirito da crociata” che può solo distorcere i giudizi. Una riflessione quanto mai attuale. Sarebbe auspicabile che queste considerazioni trovassero finalmente posto non solo all’interno dell’Accademia o nel ristretto circolo dei cultori/appassionati dei temi militari ma anche nel mondo politico per far si che si abbia una visione strategica efficacie e la si smettesse di parlare di soldati riferendosi a tutto tranne che a quello per cui sono stati arruolati e addestrati.
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