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| Anno 2009 | |
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La tragicomica saga della ex-aviazione navale britannica, e dei programmi della Royal Navy per una nuova classe di portaerei Stovl (Cvf), sembra avviarsi a una malinconica e pressochè inevitabile conclusione. La recente decisione del Ministro della Difesa, John Hutton, di rimandare il programma di costruzione delle Cvf di “uno o due anni”, ufficialmente allo scopo di effettuare qualche risparmio a breve termine, in realtà nasconde una minaccia molto più grave. Vi è infatti ragione di temere che la Royal Navy, dopo essersi acconciata a cedere alla Raf il controllo operativo di quella che era la sua Fleet Air Arm pur di salvare le portaerei, finirà per perdere del tutto sia la prima che le seconde. Per capire cosa sia successo e stia succedendo, bisogna tornare indietro nel tempo di qualche decennio.
Attorno alla metà degli anni 60 del secolo scorso, la Royal Navy avviò un programma per la costruzione di una nuova portaerei moderna (Cva-01 Furious) che avrebbe dovuto iniziare a sostituire le navi di costruzione bellica allora in servizio. La Royal Air Force condusse però una violentissima campagna propagandistica contro il progetto, coinvolgendo non solo il Ministero della Difesa ma anche quello del Tesoro e l’opinione pubblica. Una nuova portaerei non serviva assolutamente a nulla, sostennero gli aviatori; utilizzando le loro basi sparse nel mondo, essi erano perfettamente in grado di assicurare ovunque la difesa aerea sia delle navi da guerra, che del traffico mercantile (e per cercare di dimostrarlo, produssero una famosissima mappa, in cui l’ Australia era stata convenientemente spostata di diverse centinaia di km verso ovest). Le somme risparmiate cancellando la Furious sarebbero state investite molto meglio nel programma del nuovo bombardiere da penetrazione per la Raf, il TRS.2, che era ciò di cui la nazione aveva davvero bisogno. La Raf vinse la sua battaglia, e nel 1966 il governo cancellò la Furious. Ma si trattò di una vittoria di Pirro, perchè subito dopo anche il Trs.2 finì nella pattumiera. Tutta la vicenda servì ad impartire ai due servizi un’amara lezione circa i rischi delle lotte intestine, ma non cambiò nulla nel fermo convincimento della Raf, secondo cui tutto ciò che vola – quanto meno ad ala fissa – deve essere sotto il suo controllo. Per le esigenze della Guerra Fredda, la RN si limitò così a costruire le tre piccole unità della classe Invincible, che non potevano nemmeno essere chiamate portaerei bensì incrociatori tuttoponte. La missione primaria di questa navi consisteva nella lotta antisom in Atlantico settentrionale, utilizzando gli elicotteri imbarcati; esse portavano però anche un piccolo gruppo di aerei Stovl Sea Harrier, per fornire una certa protezione a sè stesse e alle altre navi del loro gruppo operativo contro le prevedibili puntate offensive della temibile aviazione navale sovietica. Ma poi vennero le Falkland. Se gli argentini avessero aspettato ancora qualche mese, dando così tempo alla signora Tatcher di vendere l’Invincible all’Australia e di far demolire le altre due navi ancora in costruzione, oggi le isole si chiamerebbero Malvinas. Furono solo i Sea Harrier dell’Invincible e della vecchia Hermes che permisero l’operazione di riconquista, anche se la mancanza di una vera piattaforma Aew imbarcata (anch’essa cancellata per risparmiare) rese le cose molto più difficili, e causò perdite molto più gravi di quanto non sarebbe stato altrimenti necessario. Tutto quello che la Raf riuscì invece a mettere in piedi fu un’unica missione ad opera di un solo bombardiere, forse di un certo valore propagandistico ma del tutto irrilevante sul piano operativo e strategico. Come risultato, la Raf non godette di nemmeno una frazione del prestigio e dell’alone di gloria che accolsero il ritorno della flotta vittoriosa. La cosa non deve essere andata giù bene. Sia come sia, le Falkland fornirono una dimostrazione, che più chiara non poteva essere, del significato e dell’importanza dell’aviazione imbarcata come strumento di proiezione di potenza dovunque questo sia necessario, del tutto indipendentemente dalla disponibilità di basi nella regione. Finita la Guerra Fredda, e in vista dell’emergere di nuove missioni che prevedono appunto la proiezione di potenza (qualunque sia la foglia di fico con cui si voglia mascherarle), era quindi del tutto logico che la RN avviasse dei programmi per la costruzione di quelle che a tutti gli effetti dovranno essere delle vere portaerei d’attacco. Memore delle esperienze passate, la Marina decise però come prima cosa di raggiungere un qualche accomodamento con la Raf, per evitare un’altra lotta intestina dalle conseguenze imprevedibili. La Strategic Defence Review del 1998 annunciò così, tra le altre cose, la fusione dei reparti ad ala fissa della Fleet Air Arm con gli stormi di Harrier della Raf, creando la Joint Force Harrier sotto comando operativo dell’ Aeronautica. Ufficialmente si trattava di una misura destinata a “contenere i costi” e “semplificare la logistica”, ma in realtà era quello che noi chiameremmo un “incucio”: la RN cedeva alla Raf il controllo operativo degli aerei imbarcati, e in cambio la Raf lasciava passare il programma delle nuove portaerei senza protestare. Si tratta(va), beninteso, di una soluzione di compromesso e ben lontana dal rappresentare l’impiego più razionale e vantaggioso delle somme messe a disposizione dal contribuente. Tutto lo schema si basa(va) infatti sul previsto acquisto della versione Stovl (F-35B) del Jsf, sebbene la Raf non abbia in realtà più nessun bisogno di un aereo Stovl, e sebbene le dimensioni delle Cvf permettano tranquillamente l’imbarco della ben più capace, e quasi certamente meno costosa, versione Ctol F-35C (quella prevista per l’US Navy). Ma siccome il perno di tutta la faccenda è (era) il mantenimento di una Joint Force Aviazione-Marina, con la semplice sostituzione degli HARRIER con i JSF, ecco che bisognava assolutamente scegliere l’F-35B, anche se costa di più e ha prestazioni inferiori. Ad ogni modo, pur con queste limitazioni e sprechi il compromesso di cui sopra rappresenta(va) comunque una soluzione accettabile nell’ottica del sistema paese, e senza dubbio preferibile ad una guerra fratricida senza vinti nè vincitori. La Royal Navy aveva le sue portaerei, la Raf si vedeva assicurato un ruolo di primo piano in qualsiasi operazione future, e la Gran Bretagna veniva a disporre di uno strumento militare adeguato ai tempi. Tutti contenti, dunque. Tutti contenti, a quanto pare, meno la Raf, che vuole ancora di più. Semplicemente, vuole tutto. L’accordo originale per la creazione della Joint Force Harrier prevedeva l’inserimento di un ammiraglio negli alti livelli decisionali della Raf. Meno di due anni dopo, una riorganizzazione interna portò alla eliminazione di quella posizione. La RN, disposta a qualsiasi sacrificio pur di evitare una ripetizione del caso Furious, accettò la cosa senza fiatare. La mossa successiva è stata la decisione di ritirare prematuramente, e senza alcuna reale necessità gli Harrier Frs.2 da difesa aerea, che la Fleet Air Arm aveva versato nella Joint Force Harrier, riorganizzando quest’ultima sui soli GR.7/9 da attacco al suolo della Raf. Così, almeno sino all’arrivo dei JSF un’esperienza come quella delle Falkland non potrà più ripetersi; la Royal Navy dovrà limitarsi ad operare entro il raggio d’azione dei caccia basati a terra della Raf, oppure rinunciare a qualsiasi forma di ombrello aereo. E ancora una volta, la RN ha mandato giù l’amaro boccone. E adesso, sfruttando la combinazione di due fattori (la crisi finanziaria, che rende immediatamente molto popolare nei circoli di governo chiunque e a qualsiasi titolo proponga una riduzione di spesa; e la presenza di un ufficiale della Raf, l’ Air Chief Marshal Sir Jock Stirrup come capo di stato maggiore della Difesa) l’Aeronautica si appresta a vibrare il colpo finale. Sir Jock Stirrup e il Csm della Raf, Acm Glenn Torpy hanno infatti suggerito, come misura “di risparmio”, lo scioglimento anticipato della Joint Force Harrier e il ritiro di tutti i suoi aerei entro i prossimi cinque anni, e cioè prima ancora che comincino ad arrivare i nuovi JSF. I motivi di questa straordinaria rinuncia, che oltretutto lascerebbe la Raf temporaneamente priva di capacità di attacco al suolo visto che i Jaguar sono stati anch’essi ritirati appunto per creare un urgente bisogno per lo F-35, sono del tutto trasparenti. Da un lato, la Raf si svincola dalla camicia di Nesso del falso requisito operativo per lo F-35B, e potrà con tutta tranquillità riorientare il suo ordine verso la più logica versione F-35A. Dall’altro, quando tra un paio d’anni si tratterà di far ripartire il programma delle portaerei, la Royal Navy si vedrà costretta ad aggiungere al costo delle navi quello per l’acquisto degli aerei, e per la ricostituzione di una Fleet Air Arm propriamente navale. E’ pressochè certo che i costi saliranno a livelli proibitivi, portando così automaticamente alla cancellazione di tutto il progetto. E sono pronto a giocarmi la camicia cha “qualcuno” suggerirà che i fondi vengano dirottati verso la Tranche 3 del programma Eurofighter. Secondo fonti inglesi, tutto lo schema è noto nella RAF sotto lo slogan “ one nation, one air force” – il che la dice lunga circa motivazioni e obiettivi. Hermann Göring (Alles was fliegt, gehört mir, tutto ciò che vola è mio) sarebbe stato pienamente d’accordo. Bisogna sottolineare a questo punto che se l’incucio dovesse davvero saltare portando alla fine del programma Cvf, la vittoria della Raf si trasformerebbe in una grave perdita per il sistema paese. La Gran Bretagna rimarrebbe infatti priva di qualsiasi capacità di effettuare delle sia pur modeste missione di proiezione di potenza o anche solo di presenza, in aree dove non vi sia qualcuno che metta prontamente a disposizione un aeroporto moderno con tutte le sue attrezzature. Questa capacità verrebbe sacrificata sull’ altare di una miope politica parrochiale di difesa degli interessi di una forza armata contro tutto e contro tutti, e di una vera propria lotta all’ultimo sangue per la conquista di fette e fettine del bilancio - senza alcun riguardo per l’efficienza complessiva dello strumento militare. Quanto sopra per la cronaca. Ma in realtà la vicenda ci riguarda molto da vicino, perchè non vi sono dubbi che l’Ami stia seguendo con la massima attenzione le manovre della Raf e intenda ripeterle passo per passo. A costo di diventare ossessivo e monocorde, è necessario ripetere con la massima chiarezza che l’intenzione dell’Ami di acquistare un mix di F-35A e B (con i B che dovrebbero in ogni caso essere più di quelli della Marina), non è in alcun modo giustificabile dal punto di vista operativo. Si tratterebbe infatti, come per la Raf, di far pagare al contribuente un prezzo più elevato, per degli aerei che forniscono prestazioni inferiori. L’unico e vero scopo della faccenda consiste invece nel creare una Joint Force JSF su modello britannico - che naturalmente offrirebbe significativi risparmi e semplificherebbe la logistica, e che ovviamente dovrebbe essere sotto controllo operativo Ami. Gli obiettivi della cosa sono virtualmente gli stessi già visti per la Raf: riassorbire il Grupaer, e mettere degli aerei Ami sul ponte della Cavour assicurando così all’Aeronautica un ruolo primario in qualsiasi operazione aeronavale futura. E sin qui, come già nel caso britannico, ci si potrebbe anche stare. E difatti, non pare che la Marina Militare abbia sinora espresso una qualche decisa opposizione – forse, secondo voci che continuano a circolare, in cambio di una promessa a mezza bocca per un possibile programma congiunto futuro per una seconda Cavour. Ma non vorrei che gli ultimi sviluppi del caso Raf-RN facessero venire qualche strana idea a Palazzo Aeronautica, visto poi che anche noi non stiamo benissimo sul piano economico e ci troviamo ad avere un rappresentante dell’Arma Azzurra come Csm Difesa. E’ vero che la Cavour esiste già, ma si potrebbe sempre venderla. Magari per finanziare la nostra quota della Tranche 3. Attenzione, sul Lungotevere delle Navi.
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