Anno 2009

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Quattro vertici dell’America Latina

Pier Francesco Galgani, 8 gennaio 2009

A metà dicembre, i leader di 33 nazioni del centro e sud America si sono incontrati a Rio de Janeiro, per partecipare a quattro diversi meeting di coordinamento interregionale, l’incontro del Mercosur, mercato comune del Cono Sud, l’Unasur, l’unione delle nazioni sudamericane, il primo meeting per l’integrazione Sud America-Caraibi e il gruppo di Rio, una organizzazione fondata nel 1968, per promuovere l’integrazione regionale.

I quattro vertici, pur se molto diversi l’uno dall’altro, sia per il contesto sia per i partecipanti, presentavano però alcuni punti in comune: da una parte l’unanime volontà dei convenuti di accrescere la cooperazione politica ed economica regionale e dall’altra l’assenza degli Stati Uniti da tutti e quattro i meeting.

A inizio 2009, è stato festeggiato il cinquantesimo anniversario del trionfo della rivoluzione di Fidel Castro a Cuba, sottoposta da quasi altrettanti anni ad un completo embargo commerciale ad opera degli Usa. Proprio l’isola caraibica è stata protagonista assoluta dell’incontro del Gruppo di Rio, a cui è stata ammessa per la prima volta.

L’ingresso dell’Avana è stato accompagnato dal plauso dei leader presenti, che hanno espresso la generale condanna dell’embargo statunitense, nell’evidente tentativo di frustrare la decennale conventio ad escludendum americana verso Cuba. Il messaggio proveniente da Rio e da Cuba appare chiaro: dopo anni di sostanziale distanza dal subcontinente latinoamericano dell’amministrazione repubblicana uscente, la regione sembra pronta a lasciarsi alle spalle il secolare controllo politico ed economico di Washington per avviare un processo di integrazione, seppure imperfetto, in grado di farle giocare un ruolo importante sulla scena mondiale.

A pochi mesi dal summit delle Americhe (voluto da Clinton nel 1994 per avvicinare i due estremi dell’emisfero) che si svolgerà in aprile a Trinidad e Tobago, il Sudamerica ha voluto lanciare a Washington e in particolare alla prossima amministrazione di Barack Obama un segnale ben preciso: gli Usa non potranno più guardare a sud dei propri confini come al tradizionale cortile di casa, ma dovranno adottare una politica che tenga conto sia della spinta sempre più forte all’integrazione regionale sia della presenza in loco di nuovi soggetti come Cina e Russia, in grado di competere ad armi pari con Washington sul terreno dello sviluppo economico e commerciale locale.

Ovviamente non è oro tutto quello che luccica. Se è vero che gli incontri di Rio sono stati una testimonianza di unità, integrazione e cooperazione tra le nazioni latinoamericane, anche in relazione a Cuba, i contrasti all’interno del blocco regionale non mancano. Ad esempio, tra le nazioni del Mercosur la conclusione di un accordo per eliminare le barriere tariffarie sull’importazione di automobili, previsto per il 2007, è stato posposto sine die. Gli stessi Paesi non sono stati in grado di assumere una posizione comune sui negoziati del Doha Round nell’ambito del Wto.

Altri dissapori si hanno anche tra Ecuador e Brasile, ma anche tra Venezuela e Brasile. Il confronto fra le due nazioni attiene soprattutto alla leadership sul continente latinoamericano. Il Brasile del presidente Lula Da Silva anche se ha spesso condiviso la retorica antistatunitense del leader venezuelano Hugo Chavez, in funzione di una maggiore autonomia da Washington, non ha mai voluto affondare troppo i propri attacchi alla Casa Bianca di George Bush.

Essere presidente di una nazione con un ruolo di primo piano nell’economia latinoamericana sia per risorse energetiche sia per potenzialità agricole ha spinto Lula ad agire come un leader responsabile impegnato a trasformare la forza economica del suo Paese in forza politica per permettere al Brasile di diventare il principale punto di riferimento del continente sudamericano.

Non solo, l’insieme di rapporti tessuti negli ultimi anni con vari Paesi, appartenenti al c.d. “Sud del mondo”, come il Sudafrica, l’Indonesia etc., e il continuo appello di Lula ad un concreto sviluppo del commercio lungo la direttrice sud-sud, indica l’intenzione del Brasile di trascendere la propria attuale collocazione geografica, per giocare un ruolo di vera e propria potenza mondiale.

La posizione attuale del Venezuela appare oggi meno salda di quanto fosse solo qualche mese fa. La repentina diminuzione dei prezzi del petrolio ha ridimensionato le entrate finanziarie di Chavez, utilizzate sia per i vasti programmi sociali interni sia per accrescere i legami tra le nazioni sudamericane, in vista di una progressiva integrazione regionale.

La crescita dell’inflazione interna ha dato un ulteriore colpo alla figura di Chavez che oggi appare meno forte rispetto al passato. Al momento attuale il Venezuela non sembra quindi in grado di trainare con la stessa autorevolezza di qualche tempo fa il processo di integrazione sudamericano, a tutto vantaggio del Brasile, meno colpito dalla caduta dei prezzi petroliferi grazie alla maggiore diversificazione delle sue attività economiche.

La fine dell’amministrazione americana di George Bush e l’avvento di quella del democratico Barack Obama, apparentemente più aperta di quella repubblicana al dialogo e alla diplomazia, è un motivo di competizione aggiuntiva tra Venezuela e Brasile. Entrambi i Paesi sembrano pronti a instaurare buoni rapporti con la futura Casa Bianca.

Chavez, nella situazione di parziale indebolimento economico in cui si trova il suo Paese, pare essere più risoluto di Lula nel tentare di riavvicinarsi a Washington. Pur partendo in svantaggio rispetto al Brasile, già in buoni rapporti anche con Bush jr., il leader di Caracas potrebbe sfruttare la sua posizione di quarto fornitore di oro nero degli Stati Uniti, ma anche gli stretti legami intrattenuti con la precedente amministrazione democratica, quella di Bill Clinton, da cui il nuovo presidente ha scelto molti uomini.

I rapporti di Chavez con quest’ultimo e con i suoi collaboratori sono stati più collaborativi e meno conflittuali di quelli con George Bush, tanto che, i due leader ebbero un incontro ufficiale più che cordiale alla Casa Bianca. Anche la scelta di Obama di nominare Bill Richardson (prima che questi rifiutasse l’incarico per problemi giudiziari), a nuovo segretario al Commercio avrebbe facilitato migliori rapporti con il Venezuela.

Richardson, figlio di una latinoamericana, governatore del New Mexico, al confine con la realtà sudamericana, già segretario all’Energia con Clinton, quando, agli inizi del 2008, era ancora in corsa per la nomination democratica, compì un viaggio a Caracas e in quella occasione volle lanciare un messaggio di riconciliazione tra Usa e Venezuela.

Se questi sono i fattori che potrebbero giovare ad un riavvicinamento tra Washington e Caracas, Cuba potrebbe essere la chiave di volta di un nuovo approccio statunitense al Sudamerica nel suo complesso. In campagna elettorale, Obama ha affermato più volte che, se eletto, avrebbe favorito una “diplomazia diretta” con Cuba e avrebbe conversato con le autorità dell’Avana senza precondizioni.

Le ragioni a favore di tale scelta sembrano diverse. In primo luogo, aprire un dialogo senza intermediari con un leader meno intransigente di Fidel Castro come il fratello Raul, e magari adottare misure per ridurre l’embargo ultradecennale con l’isola caraibica sarebbe un eccellente biglietto da visita per riallacciare i rapporti ormai logori tra i due estremi dell’emisfero occidentale.

Nel farlo Obama potrebbe essere facilitato dalla circostanza che, a differenza di molti predecessori, è riuscito a conquistare i voti elettorali della Florida, senza fare affidamento sul voto dei dissidenti cubano-americani e quindi appare meno influenzabile dal loro peso elettorale, sia in vista delle elezioni di mezzo termine del 2010, sia delle successive presidenziali del 2012.

In secondo luogo, aprire all’Avana avrebbe una duplice valenza economica e politica. Prima di tutto, l’indebolimento e poi l’eliminazione dell’embargo potrebbe incrementare gli scambi commerciali, permettendo da una parte, di sostenere l’economia degli Stati americani più vicini all’isola e dall’altra di avviare quel flusso di idee, uomini e beni che, a partire dalla Guerra Fredda, ha permesso a Washington di trasformare regimi apparentemente immutabili in nuove democrazie.

Infine, visto che la Cina ha superato il Venezuela come principale partner economico di Cuba, scegliere di abbattere il muro eretto oltre quaranta anni fa dal presidente Dwight Eisenhower, potrebbe essere particolarmente utile a frenare l’espansione economica cinese in Sudamerica, anche in considerazione degli ingenti giacimenti di petrolio e gas naturale scoperti al largo della piattaforma continentale cubana.

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